lunedì 18 ottobre 2010

Welcome to America, someone said

99 posse AMERIKA

L’America è strana per chi non è americano. Frastorna e fa pensare. Troppo, a volte.
Arriva un 20 di agosto in cui scendi dall’aereo e BUM! sei li. Senza nemmeno accorgertene, senza essere davvero preparato. I mille e mille telefilm che ci hanno nutrito da piccoli non riescono nemmeno lontanamente a raccontare questo Nuovo Mondo. Si, ci sono i bicchieri rossi pieni di punch, le casette da cui sventola, sicura e orgogliosa, una bandiera a stelle e strisce, ci sono gli hot dog, gli hamburger e le partite di football. Ci sono gli esami di mid term e gli alberi che in autunno diventano di un giallo meraviglioso.
Ma questa è solo la faccia. È solo l’involucro.
C’è tanto altro dietro. Che è difficile vederlo al primo sguardo.

C’è, in primis, un orgoglio e una fierezza di essere cittadini di un paese che permette di fare tutto, di studiare tutto, di avere tutto. C’è la consapevolezza di vivere in una teca di cristallo dove non manca niente. Dove chiunque può ambire al primo posto. Dove chiunque può essere qualcuno.
E, poiché tutte le medaglie hanno il loro rovescio, c’è un disinteresse e un’ignoranza su quanto accade oltre il Pacifico e l’Atlantico.
Non esiste nessun mondo fuori.
L’America è tutto quello che si può desiderare, perché andare a cercare altro?
Detto così non fa una piega. Più o meno.

C’è una attenzione e una tutela dell’individuo assoluta e (passatemi il termine) estenuante.
Primo emendamento della celeberrima Costituzione Americana:
“Congress shall make no law respecting an establishment of religion, or prohibiting the free exercise thereof; or abridging the freedom of speech, or of the press; or the right of the people peaceably to assemble […]”
Freedom of speech. Libertà di parola, sotto qualsiasi forma e manifestazione.
Detto così sembra una figata.
Poi andando avanti però ci si imbatte in un caso un po’ sui generis. (per chi non fosse pratico in U.S.A.  vige il common law, sistema secondo il quale le sentenze dei giudici delle corti supreme valgono da precedente e hanno valore di legge)
Virginia v. Black (2003). Senza soffermarci eccessivamente sulla questione di fatto, la Corte Suprema del Virginia sostiene che bruciare una croce può NON essere un gesto intimidatorio, dipende dalle circostanze.  È una libertà di espressione. Ci tengo a precisare, per evitare di sembrare faziosa data la mia fede religiosa, che la croce può essere sostituita con qualsiasi altro oggetto simbolico (religioso o laico).
Chiarito questo, c’è qualcuno di voi, cari lettori, che sa darmi un’altra interpretazione dello scopo di bruciare una croce, diversa da quello intimidatorio?
Una domanda sorge spontanea. Fino a dove arrivano i diritti di una persona?
Rispondere sarebbe come stabilire se è nato prima l’uovo o la gallina, considerando che domande come queste affliggono studiosi e filosofi da tempi immemori. Ma possiamo rifletterci.
E man mano che ci rifletto mi rendo conto che non sempre sacrificare il bene comune per il bene di ognuno è una cosa giusta.
Potremmo accorgerci che questa tutela del singolo è una debolezza più che una forza.

C’è la ricerca del conformismo, del rispetto delle regole e delle procedure a tutti i costi, andando anche contro l’ordine logico delle cose.
Se per arrivare da un punto x a uno y bisogna fare 4 passi, ecco che il popolo laborioso segue passo 1, passo 2, passo 3 e passo 4. Nessuna scorciatoia, nessuno giochetto. Nessun anticonformismo, nessuna devianza. Tutto deve essere controllato e controllabile. Tutti si devono comportare come previsto, non sono ammessi sgarri.
Agli Americani gli sgarri non piacciono. E chi sgarra è emarginato e punito.
È tutto così forzatamente bianco o nero. Così paradossalmente dicotomico che si incartano anche loro.
Basta pensare alla concezione che hanno gli statunitensi di quelle che io chiamo “sostanza di svago”, il lubrificatore sociale: l’alcool.
Sotto i 21 anni non è legale bere alcolici, in nessuna quantità, di nessun tipo. E ci sono controlli, carte di identità da mostrare, accesso negato ai bar o pub che servono alcolici.
Ma finalmente arriva il giorno del tuo 21esimo compleanno.
Festeggi alla grande e l’unica cosa che vuoi fare è andare per locali a bere l’improponibile e devastarti. Te ne freghi degli amici, della festa, della torta, te ne freghi di tutto. E ti ritrovi a fine serata che, se sei fortunato, abbracci la tazza del cesso, sennò ti risvegli la mattina dopo sdraiato su qualche panchina dove hai passato la notte.
Ma tutto questo è legale, è accettato. Tutto questo è conforme. È previsto che il  giorno del 21esimo compleanno tu ti riduca in una materia organica comunemente chiamata merda (come qualcuno ha detto prima di me) e che non ci siano festeggiamenti con gli amici, la canzoncina odiosa di buon compleanno, le foto con gli amici, il “discorso”. Ci sono solo fiumi e fiumi di alcol scadente. C’è il bar pieno di gente wasted che pensa solo a bere, bere e divertirsi, bere per divertirsi. E una volta varcata la soglia dei 21 anni, ti è permesso bere qualsiasi cosa, in qualsiasi quantità, in qualsiasi momento. Posso giurare che non è raro vedere studenti sbronzi (schifosamente sbronzi) alle 5 del pomeriggio di martedì.
Ma va bene. Va tutto bene. Sei nella normalità, nella conformità. Sei dentro.
É assurdo, paradossale. Così poco intellegibile.

Welcome to America, disse qualcuno.



teresilla



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