Navigando nella Rete e facendo la solita rassegna stampa, sono venuto a conoscenza de Il Manifesto degli espatriati - Firma per rendere l'Italia un "Paese per giovani". Un manifesto, appunto, in dieci punti che rappresenta una dichiarazione politica vera e propria. Non conosco gli autori del manifesto, ma conosco la situazione nella quale questo manifesto è stato scritto. Per questo leggendolo velocemente sono stato colpito da alcuni punti e alcuni commenti si sono fatti largo.
1. Il fenomeno dell’espatrio dei giovani professionisti qualificati dall’Italia è un’emergenza nazionale. Si parte, ma non si torna (se non per assoluta necessità), né si attraggono giovani di talento da altri Paesi. In Italia non esiste “circolazione” dei talenti.
Sia chiaro sin da subito: non mi ritengo un “cervello” né un “talento” e a mio modo di vedere non lo sono. Ho solo alcune idee, che a volte si concretizzano ma a volte si perdono in discorsi da tavola. Ma la condizione di “fuga” la faccio mia. Sono in “fuga”. Sono in fuga per una ragione fondamentalmente sistemica. Il sistema Italia dal quale non mi sono voluto fare né socializzare né assimilare (per dirla à la Waltz). La cosa che credo faccia la differenza è che la mia scelta di “fuga” non è stata dettata da un desiderio di astensione né da un tentativo di distacco dalla realtà nella quale sono cresciuto. E’ stata, come va tanto di moda nel gergo economico, una scelta by default.
2. All’estero si scommette sulle idee dei giovani. Le si finanzia e le si sostiene, nel nome dell’innovazione. In Italia -invece- i finanziamenti vanno prevalentemente a chi ha un nome o un’affiliazione.
C’è chi dirà che te ne sei andato là perché avevi le possibilità economiche di farlo. In parte, è così.
Ma c’è anche l’altro lato della medaglia di cui troppo spesso ci si dimentica: all’estero il finanziamento ai giovani ricercatori è visto come uno degli investimenti più redditizi offerti dal “mercato”. Investire nel capitale umano di un giovane (definizione che andrebbe approfondita in prospettiva comparata con gli altri paesi) è un investimento che garantisce uno dei rendimenti maggiori sia per chi quell’investimento lo fa, sia per il territorio dove questo giovane finanziato andrà a spendere le sue qualità (mai sentito parlare di esternalità positive?).
3. Il processo selettivo all’estero è di gran lunga più trasparente e meritocratico rispetto all’Italia. Anche la quantità di offerte lavorative è maggiore, di migliore qualità e meglio pubblicizzata.
4. La “raccomandazione” all’estero è trasparente: chi segnala ci mette la faccia e si gioca la reputazione. In Italia è nascosta, premia i mediocri, i “figli-nipoti-cugini di” e i cooptati. Il nepotismo è una piaga nazionale, da debellare anche mediante l’introduzione di uno specifico reato penale.
Ci sarà chi dirà che la mia “fuga” è mero opportunismo o addirittura menefreghismo per le condizioni dell’Italia e di chi resta. Non è così. La scelta di andarmene non è disimpegno, non è astensione. La scelta di lasciare l’Italia è una scelta impegnata, consapevole e dolorosa. Consapevolezza di non voler fomentare né alimentare quel sistema che ti seleziona solo su segnalazione/raccomandazione/chiamatelaunpovoicomevolete: il nome non è importante.
Non è importante il nome perché non è coniugato ad un sostantivo fondamentale che all’estero esiste, se non sempre, almeno in maniera maggioritaria: la trasparenza. Succede che per essere selezionato in un’università straniera, il candidato debba mandare assieme al suo CV, la sua lettera motivazionale, il suo progetto di ricerca, anche due o più lettere di referenza dei professori che lo hanno seguito nel suo percorso di studi. Spesso queste lettere seguono dei modelli di compilazione con dei requisiti standard (comparazione della performance dello studente rispetto agli ultimi cinque anni d’insegnamento del docente, solo per citarne uno). Quindi una raccomandazione nel senso italiano!
No per due motivi. No, perché all’estero la referenza è normale in quanto trasparente e istituzionalizzata. No, perché con questa modalità di referenza, chi segnala mette in gioco il suo capitale reputazionale che nella comunità accademica ha un’importanza imprescindibile. Il candidato da te referenziato non risponde assolutamente alla capacità che tu professore hai descritto? “Perfetto, la prossima volta che vuoi mandare da noi qualcuno dei “tuoi” non ti aspettare che noi lo riprendiamo e a proposito ti rispediamo indietro anche il precedente”.
9. All’estero esiste il ricambio generazionale: in politica, come in imprenditoria, come nell’accademia o negli altri settori della società civile, le generazioni si cedono il passo, per far progredire la società.
Ma alla fine “fuggendo” cosa hai trovato? Ho trovato professori che hanno in media 35 anni. Assistenti che hanno anche uno o due anni meno di me (e qui ritorniamo alla definizione di giovani in prospettiva comparata) perché in molti paesi di questo mondo si esce dall’università con un’età più bassa di quella italiana. E la volete sapere un’altra cosa? La loro formazione e preparazione non è di certo più bassa della mia, anzi. C’è ricambio generazionale, un concetto che in Italia ho trovato solo nei libri di testo.
Questi sono i punti che mi hanno colpito alla prima lettura del Manifesto. Non ho fatto in tempo a farne una seconda. Mi contatta una mia amica su Facebook. Mi dice “Oh hai letto questo?!” Il questo in questione è una lettera di Barbara Palombelli (Signora Rutelli per intenderci) che risponde agli autori del Manifesto. Subito due paragrafi mi colpiscono
“Eh no, qui non ci siamo. La conclusione è sballata. Ve l'immaginate un sessantottino che avesse scritto a un Fanfani: per favore, stammi a sentire, avrei da chiederti... Cari ragazzi, noi ci siamo laureati in mezzo agli autobus in fiamme, alle università presidiate dalle polizie, in mezzo a scioperi di mesi, per comunicare avevamo il gettone e i telefoni pubblici rotti e non Twitter o Facebook, lavoravamo per comprarci le sigarette. Dunque, niente sensi di colpa. Zero. Immaginate un mondo a misura vostra, lottate e lasciateci invecchiare in pace. Perché dovremmo ascoltarvi, cari espatriati (spesso a spese di noi ipocriti terzomondisti genitori)? Noi ultracinquantenni ci siamo battuti già, molti anni fa, per i nostri lavori, le nostre pensioni, i diritti sociali e civili. Ora tocca a voi, dimenticatevi di noi e dei nostri errori (a ciascuno il suo). Impegnatevi a cambiarlo, questo paese per vecchi. Mollate i popoli viola, smettete di lanciare petardi veri o di carta, tornate qui che c'è tanto da fare.”
Primo pensiero: Cara signora, anch’io vorrei tanto lavorare, ma data la condizione del mercato del lavoro italiano, se sono fortunato, finisco in un dottorato forse con borsa di ricerca a 800 euro al mese, le sigarette non me le posso permettere, se devo pagare casa, bollette e mangiare! Secondo pensiero: Ma perché tutti questi noi e nostri? Non dovremo essere anche noi, i vostri (non so.. figli per esempio?). E qui mi viene in mente Tito Boeri quando dice che il nostro Welfare State e’ familistico invece che statale: sosteniamo i nostri figli, ma non ci interessiamo dei figli degli altri (comunque forse questo non c’entra nulla!)
Non faccio in tempo a formalizzare il terzo pensiero che gli occhi passano all’ultimo paragrafo
“Lasciate le pigrizie catalane di Barcellona, le folli notti berlinesi, la Londra sempre swinging, i loft newyorkesi e venite - se credete, se non è troppa fatica - a battervi per i vostri diritti, le vostre leggi, il vostro futuro. [..] trasformate il giusto e severo verdetto che avete pronunciato partendo per gli Erasmus, i Leonardo, le borse di studio per cui si sono battuti i matusalemme che schifate, in un'azione collettiva e positiva. [..]Basta denunce, basta giudizi, è l'ora di fare. Scendete in campo aperto, voi così post ideologici, così informati sulle meravigliose condizioni sociali europee: potrete dare una svolta necessaria. Smettete di astenervi, di lamentarvi, di piangere, di distaccarvi, di elogiare un altrove sempre più adeguato alle vostre meravigliose qualità. [..] Detto in romanesco: dateve 'na mossa.”
Prima considerazione: Pigrizie catalane di Barcellona: non commento. Penso che le 10 ore di studio al giorno, più lezioni parlino da sole. Seconda considerazione: ma se il verdetto seppur severo è giusto ed in quanto verdetto presuppone un giudizio ed una valutazione, come fai a dirci che ci asteniamo e ci distacchiamo? Terza considerazione: “le borse di studio per cui si sono battuti i matusalemme che schifate, in un'azione collettiva e positiva” e no Palombelli, questa fa male. Le uniche borse di studio che si trovano sono quelle all’estero. Possibile che sia una banca catalana a finanziare i miei studi?
Comunque c’è una cosa che non capisco. Ed è la frammentazione che questo paese dimostra anche in questi due esempi (manifesto + articolo). La Palombelli esalta una spaccatura verticale fra “loro ragazzi” – “nostri genitori” (figli del boom economico, con i “loro genitori” - “nostri nonni” con il tasso di risparmio più alto mai registrato) e “noi ragazzi” “loro figli” che invece sappiamo solo parlare e lamentarci della nostra condizione privilegiata. Non so ma in tutto questo mi deve sfuggire (a me?) un “noi” collettivo da qualche parte. Provateci voi.
Ma anche gli autori del manifesto amano la spaccatura, questa volta orizzontale.” La sottoscrizione è aperta solo a chi vive all’estero e non in Italia”. Scusate ma perché? Volete cambiare un paese senza quelli che ci vivono? E poi quelli che magari non sono riusciti ad andare all’estero perché hanno figli e famiglia ma che appoggiano la “vostra” causa? Anche qui mi sfugge un “noi” generale. Vedete se siete ancora una volta più bravi di me!
G.C.!
Link di riferimento
Manifesto degli espatriati
http://manifestoespatriati.wordpress.com/
Articolo Barbara Palombelli
http://club.quotidiano.net/misterx/palombelli_lettera_ai_giovani_doggi_piantatela_di_astenervi_di_piangervi_addosso_di_andare_altrove_datevi_una_mossa