sabato 30 ottobre 2010

Chi parte sa da che cosa fugge… (cit. Lello)

Lui chiese provocatoriamente: “Ma scusate, non vi vergognate? Fossi in lei mi vergognerei”.
E mi si spezzò il cuore.

Il “lui” in questione è il ministro Castelli, il quale, nel corso dell’ultima puntata di Annozero, ha attaccato duramente il giornalista di Repubblica Antonello Caporale. Anche se non rivolta direttamente a me, la provocazione arriva dritta al cuore ed allarga una ferita profonda e presente lì da tempo. Così la provocazione la faccio mia, la interiorizzo. Il ministro Castelli vorrebbe sapere se non mi vergogno di un’amministrazione ventennale disastrosa, di una politica locale sempre più corrotta, del malcostume dei cittadini, di una realtà dove l’individualismo e il clientelismo sono portati all’estremo. Il ministro Castelli vorrebbe sapere se non mi vergogno di provenire da una regione come la Campania e di continuare a dare la colpa di tutte le sue criticità sempre e solo alle istituzioni, alla camorra e alla storia.
Mi sento chiamata in causa perché dalla mia regione io me ne sono andata. E non con la valigia di cartone, ma con un computer portatile e un conto corrente in banca. Non sono “emigrata” per reale necessità, piuttosto per sfuggire ad una condizione in cui non mi ritrovavo: prospettive che mi sembravano limitate, mentalità che consideravo ristretta, dinamiche che mi soffocavano.
La Campania è l’Italia portata alle estreme (e più violente) conseguenze. Così come quando vado all’estero non riesco a spiegare agli stranieri la politica e la mentalità degli italiani, allo stesso modo non riesco a spiegare al resto dell’Italia che cos’è Napoli, da dove derivano tutti i nostri problemi e perché siamo come siamo.
Non è facile per me scrivere queste cose, perché è vero: mi vergogno. Non mi vergogno di essermi trovata a passeggiare in mezzo alla spazzatura, di aver studiato in una scuola fatiscente o di aver dovuto chiedere favori per ottenere una visita medica in ospedale, mi vergogno di come io abbia sempre trovato in qualche modo naturale tutto questo e di aver ceduto all’ineluttabilità di questa condizione. Mi vergogno di non riuscire a comprendere perché abbiamo questa forte propensione all’autodistruzione e mi vergogno di non avere la forza di restare. Ma mi vergogno anche di un ministro della Repubblica che parla di una regione dell’Italia e delle sue problematiche come se non lo riguardassero affatto, di chi dei problemi della Campania non solo se ne frega, ma ci specula sopra, ci costruisce campagne elettorali e di chi la cannibalizza. Mi vergogno di non riuscire a comprendere fino in fondo la terra e le persone tra cui sono nata e cresciuta in modo da riuscire a viverci serenamente. Mi vergogno di non riuscire a difendere fino in fondo ciò che amo profondamente. Mi vergogno e ho il cuore spezzato. E non so come guarirlo. 

L'italiana 1/2

venerdì 29 ottobre 2010

Il Paese (s)perduto.



Ho letto sui giornali (virtuali) di quello che e’ successo in Francia nei giorni scorsi: scioperi, cortei, presidi ed una mobilitazione enorme, a detta di tutti, contro la riforma delle pensioni voluta dal governo Sarkozy. Impiegati pubblici, insegnanti, studenti, operai, lavoratori dei centri commerciali e delle raffinerie sono scesi in strada ed hanno materialmente bloccato l’intero paese: il loro obiettivo era quello di impedire l’approvazione di una legge che prevede di innalzare a 62 anni l’eta’ della pensione. Non intendo entrare nel merito di una questione estremamente scottante ed attuale, soprattutto se si considera l’enorme peso che il welfare dei paesi occidentali dovra’accollarsi nei prossimi anni a fronte di un continuo invecchiamento della popolazione. Vorrei invece prendere spunto dalla protesta e dalla mobilitazione in Francia per riflettere un po’ sulle condizioni  del nostro Paese. Ho l’impressione, infatti, che l’Italia sia diventato un paese estraneo a se stesso, un Paese che si specchia in un passato illustre ma che non sa guardare al presente, per non parlare del futuro. Molti giustamente dicono che l’Italia e’ un paese bloccato, che la politica e’ autoreferenziale e non funziona, che la criminalita’ organizzata tiene in mano meta’ dell’economia nazionale, il che rende difficile qualsiasi programma di ripresa. Tutte queste affermazioni sono vere e fondate ma non spiegano una questione fondamentale: perche’ in Italia si e’ persa  la capacita’ e la volonta’ di impegnarsi e lottare per migliorare il nostro Paese? Perche’ gli Italiani sembrano cosi’ apatici e indifferenti a quanto succede intorno a loro? Francamente non pretendo di poter trovare una risposta a questa domanda, ne’ di poter scrivere un trattato di sociologia italica: d’altra parte, sento la necessita’ di esternare le mie impressioni e magari avviare una discussione.
L’Italia ha attraversato periodi di grande fermento politico e sociale che, con grandi sforzi, le hanno permesso di mettersi al pari delle grandi democrazie occidentali. Penso alle grandi conquiste sociali e in materia di lavoro, ai diritti sanciti dalla nostra Costituzione e alle lotte compiute per difenderli e implementarli. L’egemonia politica della DC, nel secondo dopoguerra, non ha limitato la creazione e lo sviluppo di  vari movimenti politici, a volte anche estremisti, che testimoniavano pero’ la vivacita’ della scena politica e sociale italiana. Le persone erano consapevoli che un gruppo organizzato, un’assemblea, persino un gruppo di amici potessero svolgere una funzione sociale importante, potessero essere il pungolo di certi politici che sembravano eterni e inamovibili. Dagli anni Sessanta in poi, in Italia, una minoranza rumorosa ha saputo svolgere un ruolo di opposizione creativa e di stimolo. La mobilitazione delle persone e la loro partecipazione attiva alla vita politica, anche in senso lato, hanno segnato un’epoca che in molti hanno definito, in maniera superficiale, di contestazione. Il senso negativo che e’ stato dato al termine e’ un chiaro esempio di come l’interpretazione “partigiana” degli eventi, piuttosto che la semplice lettura degli stessi, siano un costume assai diffuso in Italia (basta leggere qualche pubblicazione “revisionista” del ‘68 per farsi un’idea). L’idea che i mali dell’Italia siano nati negli anni ribelli, quando capelloni e libertari avrebbero distrutto l’integrita’ morale e civile del Paese, e’ un po’ una cavolata: le lotte civili e i diritti sono stati conquistati per tutti, affinche’ migliorassero le condizioni della collettivita’.
Ad un certo punto, pero’, qualcosa e’ cambiato. Le persone, gli individui si sono trasformati in gente. E la gente ben presto e’ diventata indifferente, una maggioranza paurosamente silenziosa. Sono subentrate le paure, quelle vere, il lavoro, i soldi che mancano, e quelle indotte, gli stranieri, i presunti attacchi alla nosta identita’. E in un paese che doveva affrontare grosse crisi economiche e politiche non si ha mai avuto il coraggio di fare scelte decisive, ma si cercava in maniera ridicola di tappare le continue falle. La gente, abbandonata, si e’ persa per strada. Mi piace pensare che come in un gruppo di amici, quando ci si lascia dopo una serata, alcuni si siano detti: “Ehi mi raccomando, ci sentiamo la settimana prossima! Non facciamo che poi non ci vediamo!”. E poi se ne sono andati, indaffarati e assenti, probabilmente immersi nei loro pensieri e poco disponibili ad impegnarsi per qualcosa che andasse al di la’ del loro personale tornaconto. Il ritorno al privato, i pensieri per il lavoro, la casa e i figli: aspirazioni legittime e naturali, beninteso, ma non possono essere il limite dell’attivita’ umana e familiare, come il mondo dell’entertainment  e spesso anche dell’informazione vorrebbe farci credere. Il mio appello, allora, nasce proprio da qui. Abbiamo bisogno di ritornare ad impegnarci, a vivere e lottare non solo per i nostri interessi ma per quelli di tutti. Utilizziamo tutti i mezzi a nostra disposizione, parliamo, chattiamo, incontriamoci ma soprattutto non perdiamoci di vista! La partecipazione alla vita collettiva, alla vita politica nel suo significato originario, dovrebbe essere incoraggiata e favorita a tutti i livelli. Non perche’ essa serva a colmare gli abissi della disoccupazione o a creare circoli di interesse; quello che io chiedo e’ un impegno genuino, disinteressato e consapevole. Ricordiamo sempre che “liberta’ e’ partecipazione”.
P. G. 

giovedì 28 ottobre 2010

Scorie



 Dopo circa 5 mesi di interim, ecco finalmente, che la poltrona di Via Molise è stata occupata.
In verità, il nome di Romani circolava, con certa insistenza, nei corridoi sin dall’inizio, ma le diatribe interne alla maggioranza e il curriculum del candidato avevano creato qualche difficoltà.
Un elemento che mi ha impressionato è stata la velocità di azione del neo Ministo. A due settimane dall’insediamento ha  premuto l’acceleratore per il rilancio del nucleare. Insieme all’interim del Ministero si è posto fine, infatti, anche  al commissariamento della Sogin, con l’insediamento di un nuovo consiglio di amministrazione.
La Sogin è la società che si occupa dello smantellamento degli impianti nucleari e della gestione dei rifiuti radioattivi. Nuovo amministratore delegato è stato designato l’ingegere Giuseppe Nucci. 
Chi era costui? Amministratore di Enel sole, prima, e a.d. proprio della Sogin, poi, nell’era del Generale Jean.
Ripercorrendo le tappe principali della vita della società nasce qualche perplessità.
1999. In ottemperanza al decreto di liberalizzazione del mercato elettrico, l’ex monopolista ENEL si vede costretto a costituire una società controllata, Sogin, a cui affidare tutte le attività del settore nucleare. Risorse tecniche ed umane, rimangono, in sostanza, le stesse.
A decorrere dal 3 novembre 2000 le azioni della società sono acquisite, interamente, dall’allora Ministero del Tesoro, mentre lo svolgimento delle attività è conforme agli indirizzi formulati dal Ministero dell’Industria, ora dello Sviluppo Economico, come risulta dall’art 4 dello Statuto della società .
I compiti affidati alla società sono rilevanti, sia nell’ambito della politica energetica nazionale, se ammettiamo ne esista una, sia per l’interesse della collettività. Solo in questo senso acquisisce senso l’ordinanza 3267 firmata dal Presidente del Consiglio il 7 marzo 2003 (allora Berlusconi), con la quale si riconosce la possibilità di derogare ad una serie di norme (art.3), nell’ambito dello svolgimento di tali attività. In questa delicata fase, la gestione della società era affidata al Generale Jean, nominato come Commissario delegato per la messa in sicurezza dei materiali nucleari, istituito ad hoc.
2009.La legge n.99 del 23 luglio 2009 stabilisce il commissariamento e  l’azzeramento del CdA.  Da un lato si sancisce, esplicitamente, l’ingresso della politica nella società, dall’ altro, implicitamente, si dichiara il fallimento della gestione precedente. Il commissariamento dovrebbe prevedersi solo in caso di emergenze. Si dirà che trattandosi di una società controllata dal Ministero dell’Economia sia giusto valutarne le performances e sia naturale l’intervento del Governo qualora ci siano evidenti difficoltà o situazioni di emergenza. In effetti, il Ministero che dovrebbe render conto al contribuente-elettore e sarà interessato ad una gestione che sia efficiente ed efficace, quanto più possibile. Lo spirito della norma prima citata sembra confermarlo. Si legge, infatti,  che l’intervento legislativo ha il “ fine di assicurare una maggiore efficienza nel settore”(comma 8). E di fatti, l’ing. Nucci, coinvolto nella precedente gestione guidata dal Generale Jean, è nominato Vice commissario. Insieme all’ing. Mazzucca e al dott. Nardone il compito assegnato è di  accompagnare la Sogin verso la nuova mission che la contraddistinguerà, nel quadro del nuovo piano strategico energetico del Governo Berlusconi”, si legge nel comunicato rilasciato dall’ex Ministro Scajola, il 12 agosto dello scorso anno.
Non è intenzione di entrare nel merito della scelta del nucleare per il nuovo mix energetico, la storia della Sogin, infatti, mi lascia  qualche sospetto sull’interesse del gestore della società di essere realmente interessato all’efficienza-efficcacia. D’altronde viviamo in un Paese che ha vissuto per più di tre mesi senza una guida allo sviluppo economico, seppure la ripresa economica è stata un leitmotiv.
Il sospetto  deriva dal riciclo continuo di personaggi e volti più o meno noti, fondato su una fitta e potente rete di relazioni personali, più che sulle reali capacità e competenze, in materie come la gestione del nucleare che sono strategiche per lo sviluppo del Paese e riguardano l’intera collettività. Se un amministratore delegato è stato coinvolto nella gestione che ha condotto sino al commissariamento, nascono dubbi sulla sua adeguatezza al ruolo. Questo accade sempre nel privato. Forse, da buona italiana media, confondo pubblico/privato. Forse vivo nella città del sole, dove poi non ci sarebbe bisogno di nucleare e quindi la questione non si porrebbe. Forse, appunto.  


Intercettazioni.

Ri-forma e pro-testa.
L’incapacità  di abbandonare la condizione di studenti e le notizie sempre più frequenti sulla celebre e/o famigerata riforma dell’Università ci hanno portato ad una discussione virtuale sul tema. 
La mancanza di disciplina e la vastità dell’argomento ci hanno dato, in maniera casuale e causale, diversi spunti di riflessione.

Miss E.: Oggi sono usciti un po’ di articoli sull’ Università . Leggi  il commento su IlSole24ore del prorettore ricerca dell’ Unibo e l’editoriale di Giavazzi, stavolta proprio approssimativo…!
G. C.!: Giavazzi queste cose le ripete da anni ormai (mi sembra che in un paio di suoi libri affronti l’argomento). Non ho capito che volesse dire con la metafora degli studenti che vagano per le aule e che sono i primi che si possono permettere di studiare (questa mi suona male!). Per il resto la sua visione delle cose non è poi fuori focus.
Tasse.
G. C.!: Secondo me da fastidio che si approcci il dibattito sull’università ricordando che le nostre tasse se comparate con altri paesi non sono così elevate, io ho questo sospetto. Tasse universitarie intendo.
Miss E.: In effetti, in comparazione ad altri Paesi, ad esempio gli USA noi non paghiamo tanto
Giorgio C.!: C’era una articolo del Wall Street Journal - Europe (due settimane fa) che parlava proprio di questo.  In UK pensano di aumentare le tasse universitarie, ma c’è un discorso dietro che se richiedi oltre una certa cifra di tasse se obbligato a dare un bel po’ di borse di studio. Sì è vero rispetto a UK, USA e Canada, noi paghiamo di meno; ma è anche vero che in paesi come Finlandia, Irlanda e Svezia le università sono gratuite. In Francia invece il costo medio di un anno di tasse mi pare sia sui 172 euro.  Comunque il vero problema è il livello spesa pubblica per l’università e la distribuzione delle risorse finanziarie.
E il diritto allo studio?
 Miss E.: Infatti, anche io credo  che fondamentale sia la distribuzione delle risorse stanziate per l'università . Alla scarsità di fondi si aggiunge la scarsa razionalità nella spesa. Per ora pare non interssare.  Ed è anche per questo che mi irrito. Si parla di riforma dell’Università e dovrebbe essere una discussione a 360 gradi.  I riflettori sono puntati sui ricercatori e sulla ricerca. E figurati se non sono d’accordo. Non dimentichiamo, però, anche il diritto allo studio. Non ci si può indignare perché è  stata bloccata la riforma,  appellandosi alla fatica, al merito, certo indubbio, dei  ricercatori e poi non dire niente sul fatto che latita  un diritto allo studio basato sulla meritocrazia.
G.C.!: io sul diritto allo studio ho una visione un po' particolare…..
 Miss E.: Di casi ne conosciamo a migliaia. Sinceramente  io non ho mai avuto un soldo, neanche  la possibilità di fare il part- time, perchè mio padre è lavoratore indipendente eppure  ha uno stipendio medio.
G. C.!: io i soldi li ho  avuti quando me ne sono andato, sarà un caso. Ho scoperto che basta mettere una crocetta accanto alla parola yes sotto ad una frase che recita più o meno “vuoi avere la possibilità di usufruire di una borsa di studio offerta dal nostro dipartimento o dai nostri partner affiliati? “. La cosa allucinante è che non ti fanno neanche un colloquio, basta il CV!
Miss E.:  Non per essere pretestuosa e presuntuosa,  ma ho visto personaggi mediocri venire all'università  “grazie” alle borse di studio,  sempre e solo con le  tod's ai piedi e una sfilza di  18 sul libretto, premiati con la riduzione delle tasse e una serie di agevolazioni che io non ho mai visto.
G. C.!: ma perché il diritto allo studio non è coniugabile in questo paese con il merito. Troppo spesso il diritto allo studio viene appiattito dalla frase “TUTTI dobbiamo fare l'università e TUTTI dobbiamo prendere la laurea”. No, questo non è vero: tutti devono essere messi nelle condizioni di poter concorrere ad armi pari, ma poi si concorre sulla base del merito. A me sta bene e mi sembra giustissimo che le borse di studio il primo anno siano solo sul reddito (che poi bisogna vedere come sono calcolate) per garantire pari opportunità di studio. Poi però a partire dagli anni successivi, secondo me, le borse di studio si danno solo sul merito e vediamo in quanti rimangono. Sarebbe poi interessante andare a vedere come si distribuisce il merito condizionandolo alla distribuzione del reddito.
Miss E.: Roba da economisti.... Comunque è questo il punto per cui resta inaccettabile una riforma in cui, pensa te, si prevede un fantomatico fondo per il merito, da far funzionare principalmente con il sostegno dei fondazioni ed enti di natura non ben specificata. Su questo però si tace.
E la politica?
Miss E.: Perciò sono contraria ad accettare una riforma innovata o cambiata solo con una norma “salva-precari” (fosse vero poi). Che senso ha promettere, ora,  di immettere un blocco di 9000 persone  perché  ora, a ragione, protestano e minacciano il blocco dell’Università? Bisogna intervenire, radicalmente, sul problema, che è trasversale e riguarda tutto il mondo dell’Università.  Approfittiamo per pretendere  la meritocrazia: dal diritto allo studio alla ricerca. E invece no. Perché ci fa comodo!Ogni categoria pensa a se stessa, dimenticando che è per l’Università che passa il sistema-Paese, in termini di ricerca, ma non solo (classe dirigente e anche cittadini….), ma vabbè...
G. C.!: Io la vedo come una scelta by default (e ti risparmio i modelli e i grafici che mi vengono in mente). Ma immagina un’eventuale riforma dell’università come una piattaforma elettorale: riforma che in qualche modo (non importa in che modo e questa attuale ne è un esempio) cambi radicalmente lo status quo. Chi la fa sua? La destra attuale a cui dell'università non interessa nulla perché lì il suo bacino elettorale rasenta lo zero? La  sinistra che ha una larga parte della base elettorale che pensa che il diritto allo studio debba essere una cosa indiscriminata. Chi la fa questa riforma? Nessuno. È troppo dispendiosa in termini di base elettorale.
Miss E.: Grazie della grazia!!! E’ che io penso oltre ed indipendentemente  dall'asse destra- sinistra. Anche perché mi risulta difficile individuarlo. Il punto da cui parto è l’osservazione di quello che mi sta intorno. Sinceramente penso che la riforma si riesce ad accettare fino al punto da non metter(ci) in discussione completamente.  Paradossalmente è più probabile che si protesti per conservatorismo. Ai miei tempi….nel 2008…abbiamo manifestato contro la  riforma Gelmini che non riconosceva adeguatamente il merito. Ora non si può accettarla (negoziando una piccola norma) e consentire che, nella realtà, si perpetrino meccanismi clientelari (- network fa figo-) su cui si basano, ad esempio, i concorsi di ogni ordine e grado. Questo significa non badare al merito, ma alla rete. Questo significa non volere una Riforma, ma guardare al proprio interesse. 
G. C.!: Sì, su questo sono d'accordo. Quello che non mi convince di quello che dici è la fattibilità attuale del superamento destra sinistra. Perché in questo intervallo temporale nel quale si deve implementare una riforma dell'università, l'asse sinistra destra, e le sue implicazioni , non sono superabili dato che una riforma la possono applicare soltanto loro, in quanto sono gli attuali policy makers.
Miss E.: Dico che si dovrebbe andare oltre le logiche elettorali e partitiche e pensare seriamente ad una riforma, che dovrebbe avere a che fare con la Politica, non con il politichese dei partiti/soggetti politici che, teoricamente, dovrebbero farsi portavoce delle istanze della società civile. Lo so che il PD ha negoziato la norma “salva precari” ed era pronto a cedere sul resto, se non ci fosse stato il niet di Tremonti. 
G. C.!: e perché l'ha fatto? Perché il 70 % degli universitari vota PD e di quel 70 % buona parte continua con la carriera universitaria. Ergo, sono elettori PD e il PD si garantisce il loro voto.
 Miss E.: Sì, ma la cosa è che per gli studenti non cambia nulla o quasi,rispetto ai contenuti su cui abbiamo protestato nel 2008. Sono d'accordo sul fatto che i partiti abbiano un ruolo. Infatti, non condivido, la scelta di parte del mondo accademico- universitario che premere per una riforma arrabattata che nella sostanza non  affronta il problema, anzi i problemi reali. Non ci si può accontentare solo perché ci hanno promesso di inglobare, quando e se sarà, 9000 ricercatori.  Manca una disciplina che definisca lo status di ricercatore, non ci sono i fondi per la ricerca, un sistema di regole per  concorsi regolari e non clientelari, dal dottorato in poi, ancora,discussione sul  diritto allo studio, sul 3+2, sul numero di Atenei.  Dove sta tutto questo?Nè nel testo, né su un fantomatico  tavolo di discussione.
G. C.!: Non c'è perché non può essere messo sul tavolo. Troppi interessi consolidati che non possono essere attaccati tutti insieme perché nessuno ha la capacità o la volontà politica di farlo.
Miss E.: Sì, il punto è che nessun interesse è stato intaccato. L’importante è rassodare il terreo del proprio orticello, per il momento. Che poi cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni zero?
G.C.!: il brutto è che anche gli anni zero sono finiti, ormai! E io ancora non so come raccontarli nemmeno a me stesso, figurati ad altri. 

Scuola, maestra di vita..


In una gelida serata forlivese, da brava scleranda mi ritrovo a cazzeggiare su internet..solite cose..facebook, youtube e da qualche tempo paradiso,42 che per me è più che altro un modo per rimanere aggrappata all’anno scorso..agli amici che hanno lasciato la cara vecchia Forlì, ognuno per la propria strada, come è giusto che sia, e agli altri che pur rimandendo qui sentono che qualcosa è cambiato, che “a breve” la vita universitaria sarà finita…ma che cercano un modo per rimanere i soliti idioti..
Sì, insomma..una serata della serie allegria vattene via...

Che c’entra..potrei deprimermi ancora di più pensando a cosa farò dopo la laurea..però al momento non me la sento..non mi alletta l’idea di passare la nottata a dare le testate al muro..

Ecco, mentre mi distraggo con facebook, alzo gli occhi e vedo il calendario delle lezioni che devo fare per il Punto Blu (o Punto Europa)..cacchio, ma ci pensate che ora in seconda media non sanno ancora cosa sia di preciso la seconda guerra mondiale?? Cioè..parliamone..bambini/ragazzi del 2000 passano i 5 anni delle elementari a studiare per gran parte del tempo cosa?! LA PREISTORIA!!!!! Ma..ma..come può anche solo essere passata per l’anticamera del cervello un’idea simile?!?
Ora va bene che la storia è importante, che dobbiamo conoscere le nostre radici..però è anche vero che il 1945 per un bambino di 6 anni è comunque storia vecchia! Immagino che il nostro caro Presidente del Consiglio ne soffra, ma non c’è niente da fare..è vecchio!!!! Che si rassegni..ha fatto le elementari tanto tanto tempo fa quindi ormai anche la seconda guerra mondiale va considerata storia vecchia come lui!
A questo punto (e faccio una discreta fatica a dirlo) mi sento quasi fortunata..se non altro so cosa è la guerra fredda, so cosa sono gli anni di piombo in Italia, so che c’è stata la Guerra del Vietnam... E non solo perché all’Università mi hanno fatto friggere il cervello con questa roba, ma anche perché il mio prof delle superiori, nella estenuante rincorsa della “fine del programma”, aveva trovato il modo per darci almeno un’infarinatura minima, aveva capito che al giorno d’oggi non ci si può permettere di avere una scuola che non prepara i suoi alunni al mondo contemporaneo, che ci spiega tutto sui fossili e sulle palafitte, senza dirci qualcosa sul Medio Oriente, sull’Unione Europea, sul terrorismo e compagnia bella..
Ma quanto siamo indietro??? Quanto??
Da brava drogata, ricontrollo facebook e cosa trovo?? Un post della mia cara mammina che dopo luuunghe spiegazioni ha finalemente capito come si fa a postare un articolo. E stavolta ha scelto proprio un articolo di Repubblica.it dal titolo "Internet materia a scuola come la matematica"..a quanto pare in Germania un gruppo di esperti, studenti e genitori chiedono che l’uso di internet venga inserito tra le materie d’insegnamento, visto che il web è iperusato dai giovanissimi. Per carità..è una proposta, ancora la cosa è molto più teorica che pratica..ma se penso alle scuole italiane che fanno fatica anche a darci un proiettore per le simpatiche lezioni del Punto Blu..beh, qui nemmeno la teoria può venire fuori perché siamo al livello immediatamente successivo al “Il PC, questo sconosciuto in casa nostra”…….
E allora mi dico che tutto si spiega, tutto torna..studiamo il paleolitico e il neolitico, non sappiamo un h di computer (a pensarci bene..sarebbe già tanto sapere cosa è e come va usata l’acca di per sé ma va beh..lasciamo stare), non investiamo in nessun tipo di ricerca..ma in compenso..in compenso in Italia si mangia bene!!!

Alige

mercoledì 27 ottobre 2010

Fotografia è essere innamorati

Quando quella ragione...
diventa la tua ragione di vita.

Meta-Rapporto 2010 dell'osservatorio "Ossigeno per l'Informazione"


Segnaliamo la pubblicazione, sul sito dell'Ordine dei Giornalisti italiani, del Meta-Rapporto 2010 sulla condizione dei cronisti minacciati e delle notizie oscurate in Italia redatto da "Ossigeno per l'Informazione". Il Meta-Rapporto è stato presentato presso la sede del quotidiano "Il Mattino" a Napoli, lo scorso 23 settembre, nel corso della cerimonia di consegna del "Premio Giancarlo Siani". La versione definitiva del Rapporto 2010 sarà disponibile il prossimo mese di novembre. Nei prossimi giorni il Meta-Rapporto sarà pubblicato anche su www.fnsi.it e su altri siti.

Si tratta del secondo rapporto annuale di Ossigeno, un osservatorio promosso nel 2009 dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana, con sede a Roma presso le due organizzazioni. Questo Meta- Rapporto 2010 illustra e documenta gli episodi di minacce e intimidazioni a giornalisti di cui si è venuti a conoscenza nel 2009 e nei primi mesi del 2010. Il precedente Rapporto Ossigeno 2009 ha illustrato gli episodi relativi al triennio 2006-2008.

martedì 26 ottobre 2010

Appello delle sei

Il “Bar-Tavola fredda” dall’insegna anni ’60 di Via Santo Stefano alle sei e cinque minuti ha un tizio davanti con la sigaretta già accesa in bocca. Dentro De Gregori m’informa che lui non ci sta più, e i pazzi siamo noi. E questo lo sapevo già. Aspetto. Penso che l’appello delle sei definisce quelli che amano la musica da quelli che non la amano. Se uno non si piazza davanti una porta chiusa alle cinque del mattino per prendere due biglietti per una Traviata qualunque non ama molto la musica. Anzi, non ama niente. E’ l’ignavia fatta persona. Non fa di lui una persona peggiore il non amare la Traviata, potrebbe piazzarsi in fila dalla notte prima in tenda canadese per ascoltare il concerto delle Spice girls, e sarebbe comunque un uomo migliore. Poi due corridori tenaci mi passano avanti, ridicolmente vestiti di attillati pantaloncini e sbrindellati maglioni. Uno dei due è cieco, e si fa condurre dall’altro, che lo dirige con la cuffietta dell’I-pod: un filo nel suo orecchio, uno in quello del cieco. E corrono.
I semafori tra Via Castiglione, Via Farini e Via Santo Stefano alle sei e dieci smettono il notturno lampeggiare in arancione, la cerimonia dell’inizio è compiuta. E mi accorgo che sono anch’io condotto da un filo di I-pod, di attraversarse le strade affidandomi parecchio agli altri, di portare raramente la mano a conca vicino all’orecchio, di auscultare la vita con tale disinganno da lasciarla fare senza ostacoli. Due cornetti, grazie.

domenica 24 ottobre 2010

La Repubblica(?)


Apro il giornale, aprire nel senso più informatico del termine. La Repubblica: perché mi piace la grafica e perché non fanno gli articoli lunghi cento mila parole; ti rimandano, con dei link, ad articoli precedenti e correlati con quello che stai leggendo e perché mi piace il nome Repubblica.
Scorro, do un’occhiata ad articoli più o meno interessanti, serpeggiando tra calcio e moda, arrivo un articolo il cui titolo mi colpisce come un pugno in faccia <<"Le nuove regole per i prèsidi
"Vietato criticare la riforma Gelmini”: Il "codice disciplinare per i dirigenti scolastici" è pienamente operativo. Se le dichiarazioni possono essere "lesive dell'immagine dell'amministrazione", si rischia la sospensione dal servizio e dello stipendio. Il "Codice Brunetta" non ammette scivoloni.>>
Comecosaquandoperchè??????? Mi dico “magari non è come sembra…”Infatti, è peggio. Vado avanti leggendo l’articolo e il mio stupore non smette di crescere. Allo stupore si aggiungono rabbia e domande. E infine, eccola qua, la delusione e la sconfortante sensazione di non poter far nulla.
Chiudo tutto, sapendo già che Mr Repubblica mi ha rovinato la giornata. Eppure questa fastidiosa e scomoda sensazione non se ne va. Rimane lì ferma, stagnante, puzzolente.
Ci hanno levato il diritto di protestare. Oooooh eccolo. E considerando che il mio gioco preferito, sin da bambina, è stato quello di fare il “Bastian Contrario” della situazione; che anche sapendo di rovinare cene in famiglia non riesco a non esprimere il mio dissenso; che protesta è il mio secondo nome, bhè questa cosa mi infastidisce particolarmente. Anzi, mi infastidisce più di tutte le cose  ciò che sto Governo sta facendo.  Non solo si permettono di uccidere la nostra intelligenza  bombardandoci 24ore su 24 di cazzate mastodontiche alla TV, non solo ci stanno mettendo l’uno contro l’altro istillando sentimenti razzisti e xenofobi, non solo ci stanno precarizzando il futuro e tagliando i fondi del presente, NO! ci dicono anche di stare zitti. 
E poi si lamentano se i “cervelli” fuggono all’estero. abbandonano il suolo natio per mete più o meno lontane. Nel mio caso, più lontane.
Penso alla strada che faccio per andare al’Università e a due cartelli che vedo sempre di fronte ad una casa “WAR IS NOT THE ANSWER” e “ STOP GLOBAL WARMING”.
Due battaglie vaghe, grandi che non hanno nulla a che vedere con la Riforma Gelmini. Apparentemente.
Quei due cartelli colorati, che colpiscono l’attenzione di chiunque passi di là, sono una protesta. Sono una voce di dissenso nei confronti di una politica di difesa e ambientale che l’America sta portando avanti.
Sono grida di malcontento, di opposizione che formano una coscienza (personale, di classe, pubblica o chessia) che si modifica e cresce e non si sottomente supinamente alla volontà dei governanti. Quei cartelli sono lo spunto per nuove ricerche, per nuove idee, per nuovi dibattiti. Sono la base del confronto tra una tesi e un’antitesi che, come diceva il più-volte-da-me-maledetto Hegel, porta ad una sintesi (intesa come negoziazione) e non ad una completa cancellazione dell’anti-tesi.
Già qualcuno, anni addietro, aveva pensato ad una politica anti-protesta e anti-dissenso; la portava avanti con olio di ricino e manganello , fino ad arrivare a incarcerazione e esilii.
Oggi il prezzo da pagare per la protesta  sono 3 mesi di stipendio.  Guardano bene l’attuale governate non è tanto diverso da quello passato. È solo più subdolo.

 Teresilla

Abissus abissum invocat

E' scritto sulla facciata del Palazzo Davia Bargellini che dà su Piazza Aldrovandi da che io conosco Palazzo Davia Bargellini e Piazza Aldrovandi. Col tempo si è moltiplicato, e non solo nella mia mente: appare due volte nello stesso posto. Anche la mano che l'ha scritta a caratteri cubitali mi pare la stessa. Un vecchio ci passava sotto camminando di sbieco, stamattina, con un'andatura sofferta che mi pareva colpevole: aveva ridotto il suo corpo al martirio della senilità, non aveva rispetto della sua vita figuriamoci degli altri. E così mi ripugnava mentre io fischiettavo "Grazie dei fior". Ma non come cinquant'anni fa la cantava Nilla Pizza, bensì come ultimamente Carmen Consoli. Il ritmo è diverso, e con esso lo charme. Nilla Pizzi non ci sta tanto più, c'è da capirla a cent'anni. Nilla era il nome della parrucchiera di mia nonna Adele: un giorno che lei era sotto il casco a farsi la permanente, Nilla stava tagliando i capelli ad una cliente. Taciturna. Ruppe il silenzio per dire "Non mi sento tanto bene", le restò il tempo di poggiare le forbici, farsi accompagnare alla sedia e morirci sopra. Mia nonna, di sotto al casco, assopita dal calore e dalle ciarle, sentì, nell'altra stanza, che c'era trambusto, ma non capì. Intese che c'era stato qualche problema e lo interpretò come un contrattempo che le avrebbe ritardato la già tarda uscita da quel posto di vanità. E sbuffò. Quando me lo racconta, sollecitata dalla mia richiesta, sbuffa sempre, per farmi vedere plasticamente quello che fece, senza capire. Poi ride sempre. E' il suo sputare in faccia alla morte.
Nella mia mente speculatrice tutto questo confluisce nella trasfigurazione: della vita, del canto, della morte. Forse sono la stessa cosa. Tutto si richiama infinite volte. Tutto chiama all'abisso, che chiama sé stesso.
M.

Graduation


Questa è la prima cosa che pubblico, per un solo motivo,
è una foto molto speciale, per quello che rappresenta per tutti noi,
i giorni delle lauree sono stati indimenticabili, lo specchio di quello che siamo noi...
La meglio gioventù

venerdì 22 ottobre 2010

"Libertà va cercando..." ovvero quando negare un bisogno fondamentale è negare sé stessi

Per cominciare a far conoscere questo neonato blog al maggior numero di persone possibile, un paio di giorni fa ho intrapreso un’abile e capillare azione di markéTTing, consistente essenzialmente nella “segnalazione” dell’esistenza del sito ad amici, parenti e conoscenti tramite l’invio di messaggi di posta elettronica e su Facebook – che si è dimostrato, anche in questa occasione, il mezzo di circolazione delle informazioni attualmente più rapido, più immediato e più efficace. Inizialmente indecisa se selezionare i destinatari in base a segmenti di mercato omogenei (maledetto markéTTing!), cioè se inviare i messaggi solo a coloro che mi conoscono meglio e a coloro che potenzialmente avrebbero potuto essere maggiormente interessati all’iniziativa, oppure rompere le scatole a tutti in miei contatti indistintamente, ho optato per questa seconda possibilità ed ho diffuso la notizia un po’ a tutti (salvo alcune rare eccezioni... perché le relazioni umane conoscono delle ragioni che il marketing non conosce e per le quali non può seguire canali di comunicazione diretti). Con un po’ di sorpresa, alla mia azione hanno fatto seguito numerose risposte e manifestazioni sia di entusiasmo nei confronti dell’iniziativa, sia di stima ed incoraggiamento nei confronti miei e dei miei compagni di avventura. Le risposte sono arrivate anche da chi forse non avrei incluso nella lista di destinatari se avessi fatto una selezione più ragionata. Leggendole, ho subito pensato: “Quante belle persone che conosco e che mi vogliono bene, anche se non ci sentiamo con regolarità, anche se sono lontane o mi conoscono da poco, mi sostengono in quello che faccio”. Ho quindi attribuito la loro partecipazione a ragioni di affetto ed anche al fatto che, in fondo, ognuno di noi si circonda dei propri simili, quindi alla possibilità che i miei contatti abbiano idee ed esperienze simili alle mie e che riconoscano valore a ciò che io stessa attribuisco valore.
Il ragionamento successivo è approdato alla conclusione di quanto fosse stata banale e superficiale la mia reazione iniziale. Non perché io metta in discussione la veridicità dell'affetto e dei sentimenti di queste persone nei mie confronti, ma credo che l'apprezzamento verso un'iniziativa come la nostra nasca da qualcosa di più profondo: il bisogno primario dell'uomo di esprimere sé stessi e le proprie idee, di confrontarsi con il giudizio e le opinioni degli altri, di conoscere e di essere riconosciuti. Il riconoscimento da parte dell'altro da sé ratifica, conferma la propria esistenza. Probabilmente non tutti saranno d'accordo con quest’affermazione, ma io considero il riconoscimento una delle chiavi dell'esistenza. Tale bisogno essenziale acquista complessità quando si associa al bisogno che anche gli altri, attraverso le nostre parole e le nostre azioni trovino l'impulso per esprimere loro stessi e che siano loro a sentirsi riconosciuti da ciò che diciamo o da ciò che scriviamo.
Il blog ci è quindi sembrato – parlando anche a nome degli altri autori e in particolare di coloro dai quali è partita l'idea, che io ho accolto con entusiasmo – strumento moderno ed efficace per soddisfare tale bisogno complesso: a metà strada tra mezzo di informazione "dal basso" (si, purtroppo oggi la maggior parte dell’informazione proviene dall’ “Alto”) e diario di viaggio, perché "on est toujours en voyage" (citando il mio caro amico M.M.C.). Non si tratta di certo di un'idea originale, anzi: è ormai un mezzo di comunicazione molto diffuso e “di questi tempi” sono molto contenta che sia così.
Ecco il punto a cui questa forse troppo lunga introduzione voleva approdare: è evidente a tutti che questo sia un periodo in cui la libertà di informazione e di espressione in Italia sono in qualche modo limitate e comunque messe a dura prova.
Numerose sono le questioni che si potrebbero affrontare sull’argomento, che sono state e continuano a costituire oggetto di dibattito, anche se non sempre con la medesima efficacia e la medesima visibilità, sui mezzi di informazione, non ultime le evidenti ingerenze di esponenti del mondo politico nella messa in onda di alcuni programmi di informazione della Rai.
Ma le questioni (calde) riguardanti la libertà d'informazione in Italia sono così tante e complesse che non possono essere banalizzate o trattate con superficialità: ogni caso necessiterebbe di analisi e trattazione a parte. Io mi vorrei piuttosto soffermare sul trattamento della libertà di informazione in quanto diritto e rivolgere una critica a tutti coloro che non riconoscono alla libertà di informazione lo status che gli corrisponde, cioè quello di valore assoluto, condiviso, trasversale e SEMPRE ugualmente applicabile e che invece lo utilizzano come mezzo per raggiungere un fine, come arma di attacco ai propri oppositori oppure come arma di difesa, come scudo o paravento dietro al quale nascondersi e nascondere, nella migliore delle ipotesi, la scarsità di argomentazioni e la povertà di idee, e nel peggiore dei casi, verità scomode e veri e propri reati.
In particolare vorrei fare riferimento al noto caso delle ultime settimane che ha visto coinvolti la redazione del quotidiano Il Giornale e il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. La vicenda, come ho appena detto è più che nota: è emerso da alcune intercettazioni che Il Giornale intendesse, presumibilmente, avviare una campagna diffamatoria nei confronti della Marcegaglia in risposta ad alcune sue dichiarazioni che contrastavano con la politica del governo e alla sua decisione di non avere rapporti con il Giornale stesso. Tutti coloro e in particolare alcuni esponenti del mondo politico che hanno manifestato solidarietà al Giornale, al direttore Sallusti e al direttore editoriale Feltri, hanno posto l'accento su come, in questa vicenda, sia stata pericolosamente violata e minacciata la libertà di informazione, in particolare in riferimento alla perquisizione della redazione del Giornale, condotta dai Carabinieri su richiesta della Procura di Napoli, indicata come una violazione dei diritti dei giornalisti alla segretezza delle fonti e dei loro documenti. Argomentazione più che legittima che condivido e che sostengo con tutte le mie forze e che riguarda un diritto sancito dall’articolo 4 della Carta Europea per la Libertà di Stampa dove si riconoscono inaccettabili tutte le misure di sorveglianza e di perquisizione delle redazioni, delle abitazioni private, dei computer e della documentazione dei giornalisti, con lo scopo di identificare le loro fonti di informazione o violare il principio della segretezza professionale.
Diritto legittimo, diritto da difendere. Bene. Bravi tutti. Mi domando semplicemente dove fossero questi accesi difensori della libertà di stampa e dei diritti dei giornalisti quando quest’anno sono state perquisite e messe sotto sequestro le redazioni di Torino, Roma e Bari de La Repubblica, nonché le redazioni de Il Tirreno, La Nazione, Il Giornale di Sicilia e de La Sicilia, così come evidenziato nel Rapporto 2010 redatto e pubblicato dall’osservatorio “Ossigeno per l’Informazione”. Dov’erano tutti questi garantisti della libertà di stampa? Dov’erano quando La Repubblica è diventato il primo quotidiano in Italia ad essere invitato a comparire davanti ad un tribunale civile (al centro della vicenda le famose 10 domande dirette a Silvio Berlusconi e scritte da Giuseppe D’Avanzo)?
Non giudicherò sul caso particolare che riguarda Il Giornale poiché entrerebbero in gioco troppe variabili, tra le quali non dovrebbero essere trascurabili il precedente del Giornale nel caso Dino Boffo e la condotta del direttore Sallusti che, intervenendo all’ultima puntata di Ballarò e incalzato da Antonio Di Pietro, ha rivelato in parte le fonti di una notizia che aveva pubblicato quando era capo-redattore al Corriere della Sera (la notizia in questione riguardava il famoso “avviso di garanzia” pervenuto nel 1994 a Silvio Berlusconi) violando quella che dovrebbe essere una delle regole cardine del giornalismo, sulla segretezza delle fonti, sancita anche dall’articolo 2 della legge istitutiva dell’Ordine dei Giornalisti.
Questi sono solo fatti circostanziali che non voglio giudicare e che non costituiscono attenuante al grave episodio della perquisizione. Ciò che invece sento ancora di dover giudicare è come i diritti dei giornalisti e la libertà di stampa possano essere abilmente strumentalizzati, rispolverati all’occorrenza solo per fini politici – a volte dagli stessi appartenenti al mondo dell’informazione – e quindi infilati di nuovo o nascosti nel cassetto quando non servono più allo scopo.
Mi sento quindi di ringraziare tutti coloro che mi dimostrano continuamente il loro affetto e coloro che sostengono le mie stesse idee, ma ringrazio soprattutto tutti coloro che riconoscono il valore della libertà, il valore della circolazione delle idee, il valore di avere uno spirito critico e il diritto ad esercitare e a non essere ostacolati nella manifestazione di queste libertà.

L’italiana ½

Link alla Carta Europea per La Libertà di Stampa: http://www.pressfreedom.eu/en/index.php

Link al sito di "Ossigeno per l'Informazione": http://www.fnsi.it/Pubbliche/Pag_osservatorio_o2.asp

lunedì 18 ottobre 2010

Welcome to America, someone said

99 posse AMERIKA

L’America è strana per chi non è americano. Frastorna e fa pensare. Troppo, a volte.
Arriva un 20 di agosto in cui scendi dall’aereo e BUM! sei li. Senza nemmeno accorgertene, senza essere davvero preparato. I mille e mille telefilm che ci hanno nutrito da piccoli non riescono nemmeno lontanamente a raccontare questo Nuovo Mondo. Si, ci sono i bicchieri rossi pieni di punch, le casette da cui sventola, sicura e orgogliosa, una bandiera a stelle e strisce, ci sono gli hot dog, gli hamburger e le partite di football. Ci sono gli esami di mid term e gli alberi che in autunno diventano di un giallo meraviglioso.
Ma questa è solo la faccia. È solo l’involucro.
C’è tanto altro dietro. Che è difficile vederlo al primo sguardo.

C’è, in primis, un orgoglio e una fierezza di essere cittadini di un paese che permette di fare tutto, di studiare tutto, di avere tutto. C’è la consapevolezza di vivere in una teca di cristallo dove non manca niente. Dove chiunque può ambire al primo posto. Dove chiunque può essere qualcuno.
E, poiché tutte le medaglie hanno il loro rovescio, c’è un disinteresse e un’ignoranza su quanto accade oltre il Pacifico e l’Atlantico.
Non esiste nessun mondo fuori.
L’America è tutto quello che si può desiderare, perché andare a cercare altro?
Detto così non fa una piega. Più o meno.

C’è una attenzione e una tutela dell’individuo assoluta e (passatemi il termine) estenuante.
Primo emendamento della celeberrima Costituzione Americana:
“Congress shall make no law respecting an establishment of religion, or prohibiting the free exercise thereof; or abridging the freedom of speech, or of the press; or the right of the people peaceably to assemble […]”
Freedom of speech. Libertà di parola, sotto qualsiasi forma e manifestazione.
Detto così sembra una figata.
Poi andando avanti però ci si imbatte in un caso un po’ sui generis. (per chi non fosse pratico in U.S.A.  vige il common law, sistema secondo il quale le sentenze dei giudici delle corti supreme valgono da precedente e hanno valore di legge)
Virginia v. Black (2003). Senza soffermarci eccessivamente sulla questione di fatto, la Corte Suprema del Virginia sostiene che bruciare una croce può NON essere un gesto intimidatorio, dipende dalle circostanze.  È una libertà di espressione. Ci tengo a precisare, per evitare di sembrare faziosa data la mia fede religiosa, che la croce può essere sostituita con qualsiasi altro oggetto simbolico (religioso o laico).
Chiarito questo, c’è qualcuno di voi, cari lettori, che sa darmi un’altra interpretazione dello scopo di bruciare una croce, diversa da quello intimidatorio?
Una domanda sorge spontanea. Fino a dove arrivano i diritti di una persona?
Rispondere sarebbe come stabilire se è nato prima l’uovo o la gallina, considerando che domande come queste affliggono studiosi e filosofi da tempi immemori. Ma possiamo rifletterci.
E man mano che ci rifletto mi rendo conto che non sempre sacrificare il bene comune per il bene di ognuno è una cosa giusta.
Potremmo accorgerci che questa tutela del singolo è una debolezza più che una forza.

C’è la ricerca del conformismo, del rispetto delle regole e delle procedure a tutti i costi, andando anche contro l’ordine logico delle cose.
Se per arrivare da un punto x a uno y bisogna fare 4 passi, ecco che il popolo laborioso segue passo 1, passo 2, passo 3 e passo 4. Nessuna scorciatoia, nessuno giochetto. Nessun anticonformismo, nessuna devianza. Tutto deve essere controllato e controllabile. Tutti si devono comportare come previsto, non sono ammessi sgarri.
Agli Americani gli sgarri non piacciono. E chi sgarra è emarginato e punito.
È tutto così forzatamente bianco o nero. Così paradossalmente dicotomico che si incartano anche loro.
Basta pensare alla concezione che hanno gli statunitensi di quelle che io chiamo “sostanza di svago”, il lubrificatore sociale: l’alcool.
Sotto i 21 anni non è legale bere alcolici, in nessuna quantità, di nessun tipo. E ci sono controlli, carte di identità da mostrare, accesso negato ai bar o pub che servono alcolici.
Ma finalmente arriva il giorno del tuo 21esimo compleanno.
Festeggi alla grande e l’unica cosa che vuoi fare è andare per locali a bere l’improponibile e devastarti. Te ne freghi degli amici, della festa, della torta, te ne freghi di tutto. E ti ritrovi a fine serata che, se sei fortunato, abbracci la tazza del cesso, sennò ti risvegli la mattina dopo sdraiato su qualche panchina dove hai passato la notte.
Ma tutto questo è legale, è accettato. Tutto questo è conforme. È previsto che il  giorno del 21esimo compleanno tu ti riduca in una materia organica comunemente chiamata merda (come qualcuno ha detto prima di me) e che non ci siano festeggiamenti con gli amici, la canzoncina odiosa di buon compleanno, le foto con gli amici, il “discorso”. Ci sono solo fiumi e fiumi di alcol scadente. C’è il bar pieno di gente wasted che pensa solo a bere, bere e divertirsi, bere per divertirsi. E una volta varcata la soglia dei 21 anni, ti è permesso bere qualsiasi cosa, in qualsiasi quantità, in qualsiasi momento. Posso giurare che non è raro vedere studenti sbronzi (schifosamente sbronzi) alle 5 del pomeriggio di martedì.
Ma va bene. Va tutto bene. Sei nella normalità, nella conformità. Sei dentro.
É assurdo, paradossale. Così poco intellegibile.

Welcome to America, disse qualcuno.



teresilla



domenica 17 ottobre 2010

Non voglio niente

Non voglio niente. 
Le parole rinunciatarie, affilate e spoglie, intendevano mostrare giudizio, buona educazione, rispetto e maturità. 
Il bambino Marzio che le diceva avrebbe desiderato lo sfarzo, l'abbondanza smodata, il superfluo, l'inutile, il troppo. 
Tutto quanto, cioè, gli era stato illustrato come ingiusto, sbagliato, immondo. 
Ma a lui niente sembrava più terreno, più umano del desiderio, dell'eccesso. La cupidigia, la bramosia infinita del suo spirito venivano però mitigate dal Verbo: le tre sante paroline erano l'esatto contrario di quello che il suo animo covava. Tradito dalle parole che sapeva usare così bene, per le quali era così festosamente salutato dai suoi compagni, dalle sue maestre, dalle amiche di sua madre. Il suo eloquio tanto garbato e ricco, proprio quello giungeva a piantargli tra le scapole della sua voracità il pugnale della rinuncia. 
Sicuro che non vuoi niente?
Sicuro
Ma nemmeno un gelato?
No, no, grazie. 
La finta gentilezza delle sue parole sprizzava in verità superbia, la rinuncia dell'eremita alle cose degli uomini, alle delizie della loro invenzione, alle amenità della loro triste vita. 
Come eremita, il bambino Marzio che le diceva sembrava lontano dal suo terreno, in piedi sull'alta colonna, in equilibrio, più vicino al cielo che alla terra, più vicino a Dio che agli uomini. 
E forse dietro l'insegnamento che aveva preteso la rinuncia sorridente, c'era l'etica cristiana dell'abbandono, della non vita in questo Mondo, ché ai grulli spetta il Regno dei Cieli. 
Ma non ne è del tutto convinto. 
Di certo c'è l'esercizio strenuamente incitato al declino: declinare gli inviti, declinare le offerte, declinare bene le coniugazioni. Declinare verso la china, scientemente. Obbedire senza chiedere nulla in cambio, agire bene senza ricompensa. 
"Hai fatto la metà del tuo dovere".
Dovere: il termine assoluto non prevedeva un negativo: non il diritto, non il piacere. Il dovere le teneva tutte dentro di sè. Il dovere teneva Tutto dentro di sè- se Pan è il tutto e se la morte è il tutto.
E così il fuoco del bello, dello sfarzo, del lusso, dell'eccessivo, del magnificente crescevano in lui e con lui. E la promessa era che non solo avrebbe desiderato tutto, ma avrebbe tutto negato a tutti: a tutti quelli che non comprendevano la falsità dei suoi voti, la superbia del suo rifiuto. Che non vedevano l'animo bambino dietro la serena maschera del ragazzino giudizioso. 
Che non insistevano. Che non donavano senza consultare, senza chiedere, perché la prima rinuncia è chiamata dalla rinuncia degli altri, che solo svogliatamente chiedono a noi quello che loro stessi non vogliono. 
Non voglio niente. 

Should I stay or Should I go?



Navigando nella Rete e facendo la solita rassegna stampa, sono venuto a conoscenza de Il Manifesto degli espatriati - Firma per rendere l'Italia un "Paese per giovani". Un manifesto, appunto, in dieci punti che rappresenta una dichiarazione politica vera e propria. Non conosco gli autori del manifesto, ma conosco la situazione nella quale questo manifesto è stato scritto. Per questo leggendolo velocemente sono stato colpito da alcuni punti e alcuni commenti si sono fatti largo.
1. Il fenomeno dell’espatrio dei giovani professionisti qualificati dall’Italia è un’emergenza nazionale. Si parte, ma non si torna (se non per assoluta necessità), né si attraggono giovani di talento da altri Paesi. In Italia non esiste “circolazione” dei talenti.

Sia chiaro sin da subito: non mi ritengo un “cervello” né un “talento” e a mio modo di vedere non lo sono. Ho solo alcune idee, che a volte si concretizzano ma a volte si perdono in discorsi da tavola. Ma la condizione di “fuga” la faccio mia. Sono in “fuga”. Sono in fuga per una ragione fondamentalmente sistemica. Il sistema Italia dal quale non mi sono voluto fare né socializzare né assimilare (per dirla à la Waltz). La cosa che credo faccia la differenza è che la mia scelta di “fuga” non è stata dettata da un desiderio di astensione né da un tentativo di distacco dalla realtà nella quale sono cresciuto. E’ stata, come va tanto di moda nel gergo economico, una scelta by default.

2. All’estero si scommette sulle idee dei giovani. Le si finanzia e le si sostiene, nel nome dell’innovazione. In Italia -invece- i finanziamenti vanno prevalentemente a chi ha un nome o un’affiliazione.

C’è chi dirà che te ne sei andato là perché avevi le possibilità economiche di farlo. In parte, è così.
Ma c’è anche l’altro lato della medaglia di cui troppo spesso ci si dimentica: all’estero il finanziamento ai giovani ricercatori è visto come uno degli investimenti più redditizi offerti dal “mercato”. Investire nel capitale umano di un giovane (definizione che andrebbe approfondita in prospettiva comparata con gli altri paesi) è un investimento che garantisce uno dei rendimenti maggiori sia per chi quell’investimento lo fa, sia per il territorio dove questo giovane finanziato andrà a spendere le sue qualità (mai sentito parlare di esternalità positive?).

3. Il processo selettivo all’estero è di gran lunga più trasparente e meritocratico rispetto all’Italia. Anche la quantità di offerte lavorative è maggiore, di migliore qualità e meglio pubblicizzata.

4. La “raccomandazione” all’estero è trasparente: chi segnala ci mette la faccia e si gioca la reputazione. In Italia è nascosta, premia i mediocri, i “figli-nipoti-cugini di” e i cooptati. Il nepotismo è una piaga nazionale, da debellare anche mediante l’introduzione di uno specifico reato penale.

Ci sarà chi dirà che la mia “fuga” è mero opportunismo o addirittura menefreghismo per le condizioni dell’Italia e di chi resta. Non è così. La scelta di andarmene non è disimpegno, non è astensione. La scelta di lasciare l’Italia è una scelta impegnata, consapevole e dolorosa. Consapevolezza di non voler fomentare né alimentare quel sistema che ti seleziona solo su segnalazione/raccomandazione/chiamatelaunpovoicomevolete: il nome non è importante.
Non è importante il nome perché non è coniugato ad un sostantivo fondamentale che all’estero esiste, se non sempre, almeno in maniera maggioritaria: la trasparenza. Succede che per essere selezionato in un’università straniera, il candidato debba mandare assieme al suo CV, la sua lettera motivazionale, il suo progetto di ricerca, anche due o più lettere di referenza dei professori che lo hanno seguito nel suo percorso di studi. Spesso queste lettere seguono dei modelli di compilazione con dei requisiti standard (comparazione della performance dello studente rispetto agli ultimi cinque anni d’insegnamento del docente, solo per citarne uno). Quindi una raccomandazione nel senso italiano!
No per due motivi. No, perché all’estero la referenza è normale in quanto trasparente e istituzionalizzata. No, perché con questa modalità di referenza, chi segnala mette in gioco il suo capitale reputazionale che nella comunità accademica ha un’importanza imprescindibile. Il candidato da te referenziato non risponde assolutamente alla capacità che tu professore hai descritto? “Perfetto, la prossima volta che vuoi mandare da noi qualcuno dei “tuoi” non ti aspettare che noi lo riprendiamo e a proposito ti rispediamo indietro anche il precedente”.

9. All’estero esiste il ricambio generazionale: in politica, come in imprenditoria, come nell’accademia o negli altri settori della società civile, le generazioni si cedono il passo, per far progredire la società.

Ma alla fine “fuggendo” cosa hai trovato? Ho trovato professori che hanno in media 35 anni. Assistenti che hanno anche uno o due anni meno di me (e qui ritorniamo alla definizione di giovani in prospettiva comparata) perché in molti paesi di questo mondo si esce dall’università con un’età più bassa di quella italiana. E la volete sapere un’altra cosa? La loro formazione e preparazione non è di certo più bassa della mia, anzi. C’è ricambio generazionale, un concetto che in Italia ho trovato solo nei libri di testo.

Questi sono i punti che mi hanno colpito alla prima lettura del Manifesto. Non ho fatto in tempo a farne una seconda. Mi contatta una mia amica su Facebook. Mi dice “Oh hai letto questo?!”  Il questo in questione è una lettera di Barbara Palombelli (Signora Rutelli per intenderci) che risponde agli autori del Manifesto. Subito due paragrafi mi colpiscono

“Eh no, qui non ci siamo. La conclusione è sballata. Ve l'immaginate un sessantottino che avesse scritto a un Fanfani: per favore, stammi a sentire, avrei da chiederti... Cari ragazzi, noi ci siamo laureati in mezzo agli autobus in fiamme, alle università presidiate dalle polizie, in mezzo a scioperi di mesi, per comunicare avevamo il gettone e i telefoni pubblici rotti e non Twitter o Facebook, lavoravamo per comprarci le sigarette. Dunque, niente sensi di colpa. Zero. Immaginate un mondo a misura vostra, lottate e lasciateci invecchiare in pace. Perché dovremmo ascoltarvi, cari espatriati (spesso a spese di noi ipocriti terzomondisti genitori)? Noi ultracinquantenni ci siamo battuti già, molti anni fa, per i nostri lavori, le nostre pensioni, i diritti sociali e civili. Ora tocca a voi, dimenticatevi di noi e dei nostri errori (a ciascuno il suo). Impegnatevi a cambiarlo, questo paese per vecchi. Mollate i popoli viola, smettete di lanciare petardi veri o di carta, tornate qui che c'è tanto da fare.”

Primo pensiero: Cara signora, anch’io vorrei tanto lavorare, ma data la condizione del mercato del lavoro italiano, se sono fortunato, finisco in un dottorato forse con borsa di ricerca a 800 euro al mese, le sigarette non me le posso permettere, se devo pagare casa, bollette e mangiare! Secondo pensiero: Ma perché tutti questi noi e nostri? Non dovremo essere anche noi, i vostri (non so.. figli per esempio?). E qui mi viene in mente Tito Boeri quando dice che il nostro Welfare State e’ familistico invece che statale: sosteniamo i nostri figli, ma non ci interessiamo dei figli degli altri (comunque forse questo non c’entra nulla!)

Non faccio in tempo a formalizzare il terzo pensiero che gli occhi passano all’ultimo paragrafo
“Lasciate le pigrizie catalane di Barcellona, le folli notti berlinesi, la Londra sempre swinging, i loft newyorkesi e venite - se credete, se non è troppa fatica - a battervi per i vostri diritti, le vostre leggi, il vostro futuro. [..] trasformate il giusto e severo verdetto che avete pronunciato partendo per gli Erasmus, i Leonardo, le borse di studio per cui si sono battuti i matusalemme che schifate, in un'azione collettiva e positiva. [..]Basta denunce, basta giudizi, è l'ora di fare. Scendete in campo aperto, voi così post ideologici, così informati sulle meravigliose condizioni sociali europee: potrete dare una svolta necessaria. Smettete di astenervi, di lamentarvi, di piangere, di distaccarvi, di elogiare un altrove sempre più adeguato alle vostre meravigliose qualità. [..] Detto in romanesco: dateve 'na mossa.”

Prima considerazione: Pigrizie catalane di Barcellona: non commento. Penso che le 10 ore di studio al giorno, più lezioni parlino da sole. Seconda considerazione: ma se il verdetto seppur severo è giusto ed in quanto verdetto presuppone un giudizio ed una valutazione, come fai a dirci che ci asteniamo e ci distacchiamo? Terza considerazione: “le borse di studio per cui si sono battuti i matusalemme che schifate, in un'azione collettiva e positiva” e no Palombelli, questa fa male. Le uniche borse di studio che si trovano sono quelle all’estero. Possibile che sia una banca catalana a finanziare i miei studi?

Comunque c’è una cosa che non capisco. Ed è la frammentazione che questo paese dimostra anche in questi due esempi (manifesto + articolo). La Palombelli esalta una spaccatura verticale fra “loro ragazzi” – “nostri genitori” (figli del boom economico, con i “loro genitori” - “nostri nonni” con il tasso di risparmio più alto mai registrato) e “noi ragazzi” “loro figli” che invece sappiamo solo parlare e lamentarci della nostra condizione privilegiata. Non so ma in tutto questo mi deve sfuggire (a me?) un “noi” collettivo da qualche parte. Provateci voi.
Ma anche gli autori del manifesto amano la spaccatura, questa volta orizzontale.” La sottoscrizione è aperta solo a chi vive all’estero e non in Italia”. Scusate ma perché? Volete cambiare un paese senza quelli che ci vivono? E poi quelli che magari non sono riusciti ad andare all’estero perché hanno figli e famiglia ma che appoggiano la “vostra” causa? Anche qui mi sfugge un “noi” generale. Vedete se siete ancora una volta più bravi di me!

G.C.!

Link di riferimento

Manifesto degli espatriati

http://manifestoespatriati.wordpress.com/

Articolo Barbara Palombelli

http://club.quotidiano.net/misterx/palombelli_lettera_ai_giovani_doggi_piantatela_di_astenervi_di_piangervi_addosso_di_andare_altrove_datevi_una_mossa


sabato 16 ottobre 2010

Happy Birthday Mr. President



Leggo i lanci delle agenzie sull’apertura del  Presidente Berlusconi della joint venture per la costruzione del gasdotto South Stream all’operatore tedesco Wintershall. Forse non ero ben consapevole delle conseguenze che il ruolo di Miss Energy avrebbe avuto, ma tant’è che nonostante sia un sabato pomeriggio, pigro, forse quanto me, non posso fare a meno di chiedermi cosa c’è che  non mi torna. Sarà  la solita diffidenza, che si sa, come la curiosità  è femmina e, quindi, non si riposa neanche nei fine settimana. In realtà,  sono un po’ sorpresa perchè ero convinta che non ci sarebbe stata alcuna conferenza stampa,  come ribadito a più riprese sia dalle fonti russe sia dall’entourage di Silvio Berlusconi. Perché è in veste di amico personale di Putin che il sig. Berlusconi si trova in Russia. Mi aspettavo, quindi, che le notizie della visita  nelle lande russe avessero riguardato qualche nuova machista e/o eroica avventura, di cui poco mi interessa. Il regalo che però Silvio Berlusconi ha preparato per l’amico Vladimir Putin è stata l’accelerazione della realizzazione del gasdotto South Stream. Dietro la porta della dacia dell’amico Vladimir, o forse tra una battuta di pesca ed un brindisi, si sono  discussi temi caldi, quanto occulti ai più, è lì pare si sia rafforzata l’amicizia energetica tra i due Paesi. Il regalo non è certo  da poco. South Stream è, anzitutto, un progetto di notevole rilevanza economica, per l’entità degli investimenti ed il coinvolgimento del campione nazionale per eccellenza, ENI. Da curiosa e appassionata del rebus energetico ritengo che  non può essere taciuta  la valenza geopolitica del gasdotto che se realizzato, così come  previsto dal Memorandum entro il 2013, decreterebbe la fine, de facto, del concorrente progetto europeo Nabucco. Alla luce dei fatti, l’apertura della joint venture alla società tedesca WinterShall, che segue di pochi mesi il coinvolgimento ufficiale della francese EdF e, secondo indiscrezioni,  anticiperà l’ingresso anche  di un operatore rumeno potrebbe rivelarsi una notizia anticipatoria delle possibili evoluzioni dei tubi in Europa o dell’Europa dei tubi.
In occasione della firma del primo accordo ufficiale,  l’ad  ENI, Scaroni, aveva sostenuto:   “Dietro i numeri si trovano accordi di un grande significato politico, perché tutto questo gas arriverà in Europa senza passare dall’Ucraina”.
L’eventuale realizzazione consoliderebbe la dipendenza europea dalle forniture russe, esponendo gli Stati membri dell’UE ai rischi della mancata diversificazione delle rotte per gli approvvigionamenti, particolarmente rischiosa per i Paesi dell’Est, i cui sistemi raggiungono percentuali di dipendenza dalle fonti russe  fino al 100%. Souvenir dell’epoca sovietica. La storia, più o meno recente e la (poca) esperienza mi suggeriscono che l’energia rientra nelle materie in cui l’interesse nazionale è più vivo e resistente della solidarietà e dell’interesse comunitario. Non mi stupisce, quindi, la predilezione per strumenti della più tradizionale politica di perseguimento dell’interesse nazionale.
Io stessa sono sostenitrice dell’importanza strategica ed economica del settore energetico. Mi risulta quindi perfettamente comprensibile che gli “affari energetici” coinvolgano  direttamente il Primo Ministro. Almeno in questo non rappresentiamo un’anomalia europea. Ricordiamo gli efficienti tedeschi hanno un ex primo ministro a presiedere il consorzio North Stream Schroeder. Dimostrazione della tela tessuta da Mosca sul vecchio continente, degno dei migliori manuali di studi strategici.
Le perplessità, infatti, riguardano forma e modalità di annunciare l’apertura della joint venture ai vicini tedeschi. Se in parte le mie considerazioni sono vero simili, si tratta di un passo non privo di conseguenze, in particolare in termini di politica sia energetica sia europea energetica.
Probabilmente sono solo mie preoccupazioni e  in effetti, tutto rientra se penso che di politica energetica nazionale non si può parlare. Per ben 150 giorni il dicastero a cui ne è affidata la formulazione è stato vacante, o meglio, retto ad interim dal presidente del Consiglio, forse si sarà dimenticato di averlo ceduto, visto che è solo di questa settimana il giuramento di Romani, esperto in telecomunicazioni, come successore di Scajola. L’assenza di una competente direzione politica a Via Molise rende la coerenza della politica energetica del Paese quanto mai difficile. Tali difficoltà si combinano con l’euroscetticismo, o meglio, la scarsa rilevanza attribuita alle questioni europee che rende del tutto superfluo disquisire sulla componente europea della politica energetica.
Un ulteriore conferma alle mie perplessità nasce dalle tiepide reazioni dell’ad Scaroni alla notizia dell’ingresso tedesco nell’avventura South Stream.  Se da un lato l’apertura ai partner europei potrebbe far naufragare, definitivamente, Nabucco, dall’altro il nostro campione nazionale perderebbe parte dei profitti e vedrebbe eroso il ruolo di partner unico nell’opera che sancirebbe il predominio russo in Europa. Da qui, l’eventualità di una convergenza tra Nabucco e South Stream, annunciata nel marzo scorso. Da qui, i frequenti viaggi dei rappresentanti ENI in Kazakistan ed Azerbaigian. Da qui, partirò…la prossima volta.

Miss E.