giovedì 20 gennaio 2011

We want sex




La Tunisia è in rivolta, l'Inter sembra voler riprendere la corsa allo scudetto, il vertice tra Hu Jintao ed Obama potrebbe segnare una svolta nelle relazioni bilaterali tra le due potenze globali, un militare italiano è stato ucciso nella missione in Afghanistan e l’elenco degli avvenimenti, più o meno internazionali, potrebbe continuare. 
Tuttavia, la stampa e l’opinione pubblica del Paese sembrano interessarsi esclusivamente alle oramai note vicende di via Olgettina. Inizialmente, senza mezzi termini e mezze misure, mi sono incazzata. Per l’ennesima volta, la scena pubblica e politica occupata, indegnamente, da Mr.B. Basta. Sarebbe bene ignorarlo, mi sono detta. In attesa di un’uscita di scena vera o presunta che consenta il ritorno alla normalità all'Italia, che da troppo tempo preferisce l’eccezione alle regole, dello Stato di diritto e del vivere civile.

Eppure non analizzare quanto accaduto sarebbe perdere un’intrigante occasione per una speculazione mentale dell’ultim’ora. Mi sono chiesta qual è il prezzo che realmente paghiamo in questa vicenda. Non quello monetario stabilito dai cerimonieri di corte in base al grado di coinvolgimento nei giochi di ruolo voluti dal sultano. Non la rinuncia ad un’informazione attenta agli accadimenti nazionali ed internazionali che interessano ai cittadini piuttosto che al cittadino. Non la perdita del confine tra pubblico/privato. Il prezzo più elevato è la lesione della dignità. Di questo si tratta. In primis, la dignità della donna è colpita, costantemente. La mercificazione del proprio corpo in cambio di favori, denaro ha un prezzo. Dal lato della domanda, espresso in termini monetari, dal lato dell’offerta, espresso in termini di perdita della dignità , prezzo ancora più alto se accompagnato dalla non piena consapevolezza. Per questo, sono convinta della necessità di riflettere su questi accadimenti e, soprattutto, sulla legittimazione che questo sistema riceve da quanti alla domanda sul toto-fidanzatina del vecchietto  hanno risposto : “magari”.
A mio avviso, le vicende da basso impero di cui sono infestati i giornali non sono la causa, ma la conseguenza di una forma mentis tutta italiota che trova in Mr.B. la sua più piena espressione.
L’interesse per le questioni di genere e per la condizione femminile si origina nella mia storia personale, di donna anzitutto. In alcune occasioni sono stata tacciata di essere una femminista  troppo retrograda e fuori tempo. I fatti di questi giorni, però, testimoniano quanta urgenza ci sia di riscoprire la Wollstonecraft che è in ognuna di noi. 
I tentativi di umiliare le donne riguardano, indistintamente, ancora troppi i settori.
 Aperte le selezioni per permettere a 100 ragazze di partecipare ad una cena con Fabrizio Corona. Mentre, in Giappone, si stima che le donne percepiscono stipendi più elevati degli uomini. Probabilmente saranno donne con i pantaloni. Mi è stato consigliato di recente, infatti, che “lavorando in un ambiente prettamente maschile, sarebbe bene che usassi prevalentemente pantaloni”. Perché le possibilità che noi donne avremmo, dovrebbero essere, essenzialmente, due :uniformarci agli uomini, lasciando a casa la nostra femminilità, che dovrà comunque,  esprimersi nel tempo che dedichiamo alla c.d. cura, oppure estremizzare le qualità fisiche che connotano la nostra sessualità, facendo dell’accondiscendenza l’arma vincente.
Qualsiasi tentativo di sganciarsi dai binari potrebbe essere considerato estremismo, fanatismo, quando non effetto da sindrome premestruale.
Accade in politica. Il tetto di cristallo non è stato infranto e  continua ad intrappolarci, ancorandoci a stereotipi diffusi, per cui i giudizi e le considerazioni sulle posizioni delle donne sono di natura squisitamente personale . Se la Prestigiacomo decide di contravvenire alla direttive di partito e di andare a votare al referendum sulla procreazione assistita, lo fa perché ha una relazione con Fini, il reale decisore. Dinamica non dissimile nel caso della Carfagna.
Accade in economia. Nel settore maschile per antonomasia, nel 2011 abbiamo bisogno di una norma specifica per obbligare al raggiungimento di una quota che assicuri la presenza femminile nel cda. Come se la conciliazione dei tempi di cura e del lavoro non fosse sufficiente a testimoniare le capacità organizzativo-manageriali delle donne.
Accade in TV, in cui la maggioranza delle donne ha scopo ornamentale.
Accade al cinema, dove per scelte di produzione, si decide di distribuire un film sulle conquiste della parità non con il titolo originario "Made in Dagenham", ma con il titolo "We want sex". Stessa lingua, altro messaggio.
Questa è la condizione. La parità pare ancora un miraggio. Così differenza di genere continua a far rima con inferiorità. Da qui l’idea di interventi come le quote, ad esempio. Personalmente, non sono stata mai favorevole perchè non credo che essere donna debba e possa significare appartenere ad una specie da tutelare.
Anche se, in effetti, essere donna è complicato. 
Significa conciliare tempo di cura e di lavoro. Significa dover saper fare la lavatrice, stirare, cucinare. Significa avere l’istinto materno e farci i conti. Significa potere e dover essere multitasking. Significa saper scegliere lo smalto adeguato ad ogni occasione. Significa essere guardata con sospetto quando parli di calcio, vai allo stadio e conosci Ken Shiro. Significa “non dover tornare sola a casa la sera”. Significa non poter guadagnare  e/o saper guidare più di un uomo. Queste le componenti della differenza. D’altro canto, essere donna dovrebbe significare bere, come un uomo. Dovrebbe significare mangiare, come un uomo. Dovrebbe significare fare sesso, come un uomo. Dovrebbe significare poter scegliere anche come e quando.
Per me essere donna significa, anzitutto avere coscienza della mia femminilità e difendere la mia dignità attribuendole un prezzo così alto che nessun sultano  potrà mai immaginare di pagare.
Miss E.

martedì 11 gennaio 2011

Per un pugno di diritti....firmiamo!!!


Il primo post dell'anno è stato dedicato al cambiamento nelle relazioni industriali, inaugurato dall'accordo di Mirafiori. Il tema merita una riflessione approfondita, incompatibile, quindi, con le richieste di firma immediata che arrivano dai manager in cravatta.
Invitiamo tutti a firmare l'appello lanciate dalle colonne di Micromega, affinché si apra un tavolo di trattativa che consenta a tutte le parti, indipendentemente dalla sigla di appartenenza, di partecipare e di essere rappresentate.


Segnaliamo alcuni link di approfondimento utili come spunto di riflessione

Di seguito il testo della petizione e il link per poter firmare:

La società civile con la Fiom: "Sì ai diritti, No ai ricatti". 

Il diktat di Marchionne, che Cisl e Uil hanno firmato, contiene una clausola inaudita, che nemmeno negli anni dei reparti-confino di Valletta era stata mai immaginata: la cancellazione dei sindacati che non firmano l’accordo, l’impossibilità che abbiano una rappresentanza aziendale, la loro abrogazione di fatto. Questo incredibile annientamento di un diritto costituzionale inalienabile non sta provocando l’insurrezione morale che dovrebbe essere ovvia tra tutti i cittadini che si dicono democratici. Eppure si tratta dell’equivalente funzionale, seppure in forma post-moderna e soft (soft?), dello squadrismo contro le sedi sindacali, con cui il fascismo distrusse il diritto dei lavoratori a organizzarsi liberamente.

Per questo ci sembra che la richiesta di sciopero generale, avanzata dalla Fiom, sia sacrosanta e vada appoggiata in ogni modo. L’inaudito attacco della Fiat ai diritti dei lavoratori è un attacco ai diritti di tutti i cittadini, poiché mette a repentaglio il valore fondamentale delle libertà democratiche. Ecco perché riteniamo urgente che la società civile manifesti la sua più concreta e attiva solidarietà alla Fiom e ai lavoratori metalmeccanici: ne va delle libertà di tutti. 


martedì 4 gennaio 2011

Lavorare con lentezza

Periodicamente accade che io smarrisca la carta di identità. Mi è capitato l'anno scorso. Per un po’ ne ho fatto a meno. Stamattina, complice l’anestesia del dentista e i falsi buoni propositi dell'anno nuovo ho deciso di rifarla.
Dopo avermi chiesto se si trattasse dell'ennesimo duplicato per smarrimento, l'impiegata inizia ad elencare le mie caratteristiche, per trovare conferma che non ci siano stati cambiamenti, fatta eccezione per il colore dei capelli.
 Si trattiene un attimo e mi chiede: “Professione: studentessa?”. D’impulso rispondo:”Sì”. Poi ci ripenso e le dico: “In realtà, no”. E lei, stupita, attende. Una risposta. Chiaramente. Una definizione. Io sto zitta. Non saprei che dire. Azzardando, domando se si possa lasciare in bianco lo spazio, ma la ligia impiegata sostiene che non è previsto. “Impossibile”, risponde. Ed inizia ad indagare, per aiutarmi.”Si potrebbe scrivere altro” propongo. Lo dico con poca convinzione. Le spiego, allora, come occupo le mie giornate. Lei mi chiede dei progetti futuri. Alla fine, riassumiamo e conveniamo che si possa scrivere comunque studentessa sul documento. Ironizzando le rispondo che potrebbe aggiungere “atipica”. Prima mi sorride indulgente, poi si fa seria e dice: “Hai ragione”.
In effetti, in "una Repubblica fondata sul lavoro", quest’ultimo si ritiene elemento essenziale dell’identità di una persona. Non importa se (mi) risulta difficile spiegare quale sia il mio lavoro. Mio malgrado, posso ancora vestire i panni della studentessa. D’altronde, considero, al momento non ho alcuna categoria di riferimento. Non esiste un sindacato dei similricercatori (?) precari o aspiranti tali. Nel caso esistesse non sono affatto convinta che avrebbe lo spazio necessario per rappresentare le istanze dei rappresentati. 
D’altro canto, avviene anche nel mondo del lavoro tipico. Accade perfino nel luogo per eccellenza del “lavoro”: la fabbrica, reperto della politica industriale italiana del boom economico.
E' accaduto nella nuova compagnia disegnata dal manager in maglione, dove si esclude la rappresentanza sindacale della FIOM. Personalmente, ritengo che sia inconcepibile brandire i vessilli della crisi e della competitività come un’arma per limitare e mortificare i diritti dei lavoratori. Non fosse altro perchè si tratterebbe delle stesse ragioni richiamate per ottenere aiuti di Stato ( anni : 2003, 2004, 2006 e 2008).
La Storia del nostro Paese è (stata) legata all’azienda di Torino. Nel bene e nel male. Le necessità contingenti non possono rendere ciechi verso questo passato e, anche, verso il futuro. Un accordo come quello prospettato modifica, infatti, in senso negativo, le relazioni sindacali, limitando la possibilità di un confronto aperto ed inclusivo, come auspicato dal Presidente della Repubblica. "Un dialogo più costruttivo." Temo, però, che se al tavolo possono sedersi solo commensali compiacenti, le parti non saranno mai uguali.
Il mondo del lavoro e dei sistemi di produzione sembra imporre continui sconvolgimenti al mondo dei lavoratori. 
Hanno fatto credere che flessibilità fosse sinonimo di precariato. E io non so ancora cosa poter /dover scrivere sulla carta di identità. 
Per questo, vorrei che la competitività non fosse sinonimo di cancellazione di diritti, (magari, azzarderei, potrebbe esserlo di investimenti in Ricerca e sviluppo, di innovazione, di politica industriale o addirittura di strategia per il sistema-Paese). 
Per questo, mi piacerebbe che i vertici FIAT, e non solo, ricordassero che la retromarcia è un’eccezione (fortunatamente!) e non la regola di guida,della politica industriale e delle relazioni sindacali. Forse sarebbe necessario perché il tipico metalmeccanico, indipendentemente dal sindacato di appartenenza, possa scrivere sulla sua carta di identità operaio e non schiavo a-tipico.

Miss E.