domenica 17 ottobre 2010

Non voglio niente

Non voglio niente. 
Le parole rinunciatarie, affilate e spoglie, intendevano mostrare giudizio, buona educazione, rispetto e maturità. 
Il bambino Marzio che le diceva avrebbe desiderato lo sfarzo, l'abbondanza smodata, il superfluo, l'inutile, il troppo. 
Tutto quanto, cioè, gli era stato illustrato come ingiusto, sbagliato, immondo. 
Ma a lui niente sembrava più terreno, più umano del desiderio, dell'eccesso. La cupidigia, la bramosia infinita del suo spirito venivano però mitigate dal Verbo: le tre sante paroline erano l'esatto contrario di quello che il suo animo covava. Tradito dalle parole che sapeva usare così bene, per le quali era così festosamente salutato dai suoi compagni, dalle sue maestre, dalle amiche di sua madre. Il suo eloquio tanto garbato e ricco, proprio quello giungeva a piantargli tra le scapole della sua voracità il pugnale della rinuncia. 
Sicuro che non vuoi niente?
Sicuro
Ma nemmeno un gelato?
No, no, grazie. 
La finta gentilezza delle sue parole sprizzava in verità superbia, la rinuncia dell'eremita alle cose degli uomini, alle delizie della loro invenzione, alle amenità della loro triste vita. 
Come eremita, il bambino Marzio che le diceva sembrava lontano dal suo terreno, in piedi sull'alta colonna, in equilibrio, più vicino al cielo che alla terra, più vicino a Dio che agli uomini. 
E forse dietro l'insegnamento che aveva preteso la rinuncia sorridente, c'era l'etica cristiana dell'abbandono, della non vita in questo Mondo, ché ai grulli spetta il Regno dei Cieli. 
Ma non ne è del tutto convinto. 
Di certo c'è l'esercizio strenuamente incitato al declino: declinare gli inviti, declinare le offerte, declinare bene le coniugazioni. Declinare verso la china, scientemente. Obbedire senza chiedere nulla in cambio, agire bene senza ricompensa. 
"Hai fatto la metà del tuo dovere".
Dovere: il termine assoluto non prevedeva un negativo: non il diritto, non il piacere. Il dovere le teneva tutte dentro di sè. Il dovere teneva Tutto dentro di sè- se Pan è il tutto e se la morte è il tutto.
E così il fuoco del bello, dello sfarzo, del lusso, dell'eccessivo, del magnificente crescevano in lui e con lui. E la promessa era che non solo avrebbe desiderato tutto, ma avrebbe tutto negato a tutti: a tutti quelli che non comprendevano la falsità dei suoi voti, la superbia del suo rifiuto. Che non vedevano l'animo bambino dietro la serena maschera del ragazzino giudizioso. 
Che non insistevano. Che non donavano senza consultare, senza chiedere, perché la prima rinuncia è chiamata dalla rinuncia degli altri, che solo svogliatamente chiedono a noi quello che loro stessi non vogliono. 
Non voglio niente. 

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