venerdì 29 ottobre 2010

Il Paese (s)perduto.



Ho letto sui giornali (virtuali) di quello che e’ successo in Francia nei giorni scorsi: scioperi, cortei, presidi ed una mobilitazione enorme, a detta di tutti, contro la riforma delle pensioni voluta dal governo Sarkozy. Impiegati pubblici, insegnanti, studenti, operai, lavoratori dei centri commerciali e delle raffinerie sono scesi in strada ed hanno materialmente bloccato l’intero paese: il loro obiettivo era quello di impedire l’approvazione di una legge che prevede di innalzare a 62 anni l’eta’ della pensione. Non intendo entrare nel merito di una questione estremamente scottante ed attuale, soprattutto se si considera l’enorme peso che il welfare dei paesi occidentali dovra’accollarsi nei prossimi anni a fronte di un continuo invecchiamento della popolazione. Vorrei invece prendere spunto dalla protesta e dalla mobilitazione in Francia per riflettere un po’ sulle condizioni  del nostro Paese. Ho l’impressione, infatti, che l’Italia sia diventato un paese estraneo a se stesso, un Paese che si specchia in un passato illustre ma che non sa guardare al presente, per non parlare del futuro. Molti giustamente dicono che l’Italia e’ un paese bloccato, che la politica e’ autoreferenziale e non funziona, che la criminalita’ organizzata tiene in mano meta’ dell’economia nazionale, il che rende difficile qualsiasi programma di ripresa. Tutte queste affermazioni sono vere e fondate ma non spiegano una questione fondamentale: perche’ in Italia si e’ persa  la capacita’ e la volonta’ di impegnarsi e lottare per migliorare il nostro Paese? Perche’ gli Italiani sembrano cosi’ apatici e indifferenti a quanto succede intorno a loro? Francamente non pretendo di poter trovare una risposta a questa domanda, ne’ di poter scrivere un trattato di sociologia italica: d’altra parte, sento la necessita’ di esternare le mie impressioni e magari avviare una discussione.
L’Italia ha attraversato periodi di grande fermento politico e sociale che, con grandi sforzi, le hanno permesso di mettersi al pari delle grandi democrazie occidentali. Penso alle grandi conquiste sociali e in materia di lavoro, ai diritti sanciti dalla nostra Costituzione e alle lotte compiute per difenderli e implementarli. L’egemonia politica della DC, nel secondo dopoguerra, non ha limitato la creazione e lo sviluppo di  vari movimenti politici, a volte anche estremisti, che testimoniavano pero’ la vivacita’ della scena politica e sociale italiana. Le persone erano consapevoli che un gruppo organizzato, un’assemblea, persino un gruppo di amici potessero svolgere una funzione sociale importante, potessero essere il pungolo di certi politici che sembravano eterni e inamovibili. Dagli anni Sessanta in poi, in Italia, una minoranza rumorosa ha saputo svolgere un ruolo di opposizione creativa e di stimolo. La mobilitazione delle persone e la loro partecipazione attiva alla vita politica, anche in senso lato, hanno segnato un’epoca che in molti hanno definito, in maniera superficiale, di contestazione. Il senso negativo che e’ stato dato al termine e’ un chiaro esempio di come l’interpretazione “partigiana” degli eventi, piuttosto che la semplice lettura degli stessi, siano un costume assai diffuso in Italia (basta leggere qualche pubblicazione “revisionista” del ‘68 per farsi un’idea). L’idea che i mali dell’Italia siano nati negli anni ribelli, quando capelloni e libertari avrebbero distrutto l’integrita’ morale e civile del Paese, e’ un po’ una cavolata: le lotte civili e i diritti sono stati conquistati per tutti, affinche’ migliorassero le condizioni della collettivita’.
Ad un certo punto, pero’, qualcosa e’ cambiato. Le persone, gli individui si sono trasformati in gente. E la gente ben presto e’ diventata indifferente, una maggioranza paurosamente silenziosa. Sono subentrate le paure, quelle vere, il lavoro, i soldi che mancano, e quelle indotte, gli stranieri, i presunti attacchi alla nosta identita’. E in un paese che doveva affrontare grosse crisi economiche e politiche non si ha mai avuto il coraggio di fare scelte decisive, ma si cercava in maniera ridicola di tappare le continue falle. La gente, abbandonata, si e’ persa per strada. Mi piace pensare che come in un gruppo di amici, quando ci si lascia dopo una serata, alcuni si siano detti: “Ehi mi raccomando, ci sentiamo la settimana prossima! Non facciamo che poi non ci vediamo!”. E poi se ne sono andati, indaffarati e assenti, probabilmente immersi nei loro pensieri e poco disponibili ad impegnarsi per qualcosa che andasse al di la’ del loro personale tornaconto. Il ritorno al privato, i pensieri per il lavoro, la casa e i figli: aspirazioni legittime e naturali, beninteso, ma non possono essere il limite dell’attivita’ umana e familiare, come il mondo dell’entertainment  e spesso anche dell’informazione vorrebbe farci credere. Il mio appello, allora, nasce proprio da qui. Abbiamo bisogno di ritornare ad impegnarci, a vivere e lottare non solo per i nostri interessi ma per quelli di tutti. Utilizziamo tutti i mezzi a nostra disposizione, parliamo, chattiamo, incontriamoci ma soprattutto non perdiamoci di vista! La partecipazione alla vita collettiva, alla vita politica nel suo significato originario, dovrebbe essere incoraggiata e favorita a tutti i livelli. Non perche’ essa serva a colmare gli abissi della disoccupazione o a creare circoli di interesse; quello che io chiedo e’ un impegno genuino, disinteressato e consapevole. Ricordiamo sempre che “liberta’ e’ partecipazione”.
P. G. 

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