venerdì 31 dicembre 2010

A la veille de l'examen

Questo quadro mi è caro da sempre; da quando, cioè, fuggendo dal freddo di una Senna stranamente irrequieta in un nevoso dicembre d’estenuanti grigiori, scelsi per rifugio mattutino una vecchia stazione ferroviaria che, per quella bizzarria creativa che i francesi hanno, oggi è un museo.
Il quadro è di Leonida Pasternak (1862-1945), padre del più famoso Boris. E’ un quadro modesto, modestamente esposto al secondo piano di quel terrificante baraccone che Gae Aulenti (gli italiani a Parigi, da Mazzarino in poi, hanno sempre fatto disastri) ha allestito nella stazione, assolutamente inefficace per una buona esposizione delle opere: luce sbagliata, affastellamenti indecorosi, sovraffollamenti spudorati mentre altre opere godono di un’attenzione morbosa che non può che irritare (fuorché per quel quadro che Lacan tenne vent’anni velato nel suo studio e che oggi è oggetto di un occhieggiamento che avrebbe fatto svenire di rabbia sia Freud che Lacan).
Il quadro ha per titolo: ‘A la veille de l’examen’. Ci sono quattro studenti, rigorosamente maschi, intorno ad un tavolo coperto di fogli sparsi e libri, posto sotto una finestra, a carpire un pallido sole invernale. Il conversation piece sui generis è in un interno domestico spartano e dignitoso, quasi certamente nella stessa camera da letto di uno degli studenti –s’intravvede il letto, in fondo a sinistra-, affittata da qualche anziana vedova o da qualche affittacamere a Mosca o Pietroburgo. Siamo nel 1895. Uno, quello che mi sembra essere il padrone della stanza –è, in vestaglia, sulla poltrona più comoda-, è assorto nei suoi pensieri, con un libro aperto sulle gambe e una sigaretta tra le dita. Uno studente di Filosofia, forse. O uno di Scienze Politiche più attento, però, al tramonto dell’Occidente che agli studi strategici… Pensa che il suicidio sia semplicemente una delle numerose opzioni che la vita offre ad un giovane di vent’anni come lui non sa di essere.
Al suo fianco un ragazzo in maniche di camicia è concentratissimo su alcuni fogli che sono davanti a lui: nulla lo distrae, è come afflitto da un pensiero. Studia matematica, ne sono certo, o forse fisica. Il suo è un aspetto ingegneresco, ha tutta la trascuratezza di questi rigorosi e insulsi pontefici.
All’altro lato della poltrona siede, indossando una tradizionale casacca russa, o forse un camice, un tranquillo Amleto: il teschio che tiene in mano, infatti, non ha né i segreti né i messaggi che avevano invece per il principe di Danimarca. Non è il valore metafisico di questo ‘oggetto’ ch’egli cerca nel libro che poggia sulle gambe, bensì il valore fisico, fisiologico, costitutivo, materiale. E’ frutto di un furto in qualche cripta, in nome del progresso e della scienza. Finirà a fare lo scrupoloso medico condotto nella profonda provincia caucasica dalla quale proviene. Siede su una sedia Thonet: questo oggetto dal design raffinato, era allora una sedia economica, prodotta in serie con i pochi strumenti del tempo, con legni leggeri e sottili, e un vimini intrecciato meccanicamente. Sono le orrende sedie da tinello degli anni ’60, sedie Ikea dell’Ottocento. Dietro di lui, altre due sedie identiche: una serve solo per poggiare un giornale e un cappello –l’ha disdegnata l’ingegnere perché, è evidente, gli duole la schiena-, l’altra è occupata da un ragazzo in divisa: è l’allievo-ufficiale di una qualche Accademia militare zarista, erede di un’antica famiglia cugina dei Romanoff; non ha esami da preparare, o forse sì, ma è un discolo, un irrequieto, e non gl’interessa eccellere. Si pulisce le unghie, ozia, ogni tanto, è certo, dà il tormento ai suoi studiosi amici, che all’indomani hanno un esame e che probabilmente non sanno se maledirlo o invidiarlo, scacciarlo o cedere alle lusinghe della sua accidia. Di lì a qualche anno sarà in prima fila davanti ai cancelli del Palazzo d’Inverno, infervorato dai discorsi di Vladimir Lenin ascoltati per caso dalla groppa del suo bianco destriero.
Gli studenti sono gli stessi dalla notte dei tempi. Non siamo niente di nuovo, sulla faccia di questa povera Terra. Ma siamo qualcosa di assoluto, di necessario, di irrinunciabile.
A voi, cari amici, penso guardando questo quadro, e vi auguro che l’anno che ci attende sia colmo di quelle stesse emozioni che la tela emana: serenità, impegno, attesa, speranza, ozio, riflessione, attenzione e, ciò che mi è più caro, amicizia.

Un abbraccio a voi tutti
Marzio

lunedì 27 dicembre 2010

Amore senza pietà

Solo per tutti voi.

Gloire

giovedì 23 dicembre 2010

-La supercazzola natalizia-

E' di poco fa la notizia dell'approvazione al Senato del ddl Gelmini. 
161 voti favorevoli, 98 contrari e 6 astenuti.

Prendo allora in prestito un post apparso sul blog di Flavia Amabile (La Stampa) in cui si segnalano le contraddizioni che hanno accompagnato il disegno di legge, dalla sua nascita ad oggi.

1. Importo degli Assegni di Ricerca
Ad un certo punto gli assegni di ricerca valevano il 75% dello stipendio di un ricercatore. Era scritto nel testo licenziato dal Consiglio dei Ministri. Poi l'aumento scomparve. Poi, in Commissione Cultura Camera, passò un emendamento di Aprea per aumentarlo a 20.000 euro annui. Poi in Aula anche questo emendamento è scomparso. E ora?

2. Trasferimenti
C'è stato un momento in cui i ricercatori non potevano trasferirsi da una sede all'altra. La riforma ha abolito le procedure di trasferimento previste dalla legge Berlinguer. I professori che vorranno trasferirsi dovranno partecipare ai concorsi insieme agli altri concorrenti. Fin qui tutto ok. C'e' pero' un problema: che il ddl mette in esaurimento i ricercatori a tempo indeterminato e quindi non ci saranno piu' concorsi da ricercatore a tempo indet. La conseguenza e' che per i ricercatori sarebbe stato impossibile trasferirsi da una sede all'altra. Eppure il provvedimento tiene a precisare di voler favorire la mobilità.
Dell'errore ci si e' accorti in extremis, quando il testo e' arrivato in Aula alla Camera. Un emendamento del Governo ha reintrodotto le procedure di trasferimento prevste dalle legge Berlinguer per i ricercatori.

3. Coniugi di professori e rettori
A norma di legge il "coniuge" non e' ne' parente ne' affine, perche' non ci sono legami di consanguineita'. Di conseguenza la norma anti-parentopoli fa salvi i coniugi, che potranno continuare senza problemi ad essere assunti nello stesso Dipartimento del marito o della moglie. Una svista voluta?

4. Accesso alla tenure-track
Lavori al Cern di Ginevra? Sarai anche molto bravo ma n Italia non c'è posto per te. Vediamo il perché. La tenure-track e' il percorso che dal precariato porta all'inquadramento nel ruolo di professore associato. Essa e' regolata dai contratti da ricercatore a tempo determinato art. 24, comma 3 lettera b (mi riferisco a questo testo:http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Ddlpres&leg=16&id=00513824&part=doc_dc&parse=no&aj=no)
Il Ddl prevede un meccanismo molto complicato: per accedere a questi contratti bisogna prima svolgere 3 anni di contratto da ricercatore a tempo determinato senza tenure-track (comma 3 lettera a). Sarebbero quindi rimasti tagliati teoricamente fuori tutti gli attuali precari.
Per il rotto della cuffia, l'ultimo giorno in Aula alla Camera, e' passato un emendamento del Pd, riformulato dal Relatore, che permette anche agli assegnisti e borsisti post-dottorato, in Italia o all'estero, con 3 anni di servizio di accedere a questi contratti (nel comma 3 lettera b dell'articolo 24).
C'e' pero' un problema. Nel riformulare l'emendamento del PD, il Relatore ha incluso i titolari di assegni o borse presso ATENEI stranieri. E un ricercatore precario che lavora al CERN di Ginevra o alla NASA (che non sono "atenei" ma centri di ricerca)? I tanti italiani che lavorano al CNRS in Francia e nei tanti enti di ricerca sparsi per il mondo? Rimangono tutti tagliati fuori.

Resta il grave problema che non ci sono incentivi per gli atenei a bandire questo tipo di posti, cioe' ricercatori tempo det. con tenure-track. Gli atenei bandiranno solamente posti senza tenure-track, meno costosi e piu' "flessibili" per i loro bilanci. I giovani non avranno alcuna certezza per il futuro, purtroppo.

5. Ma quanto dura il precariato?
Inizialmente il periodo massimo fruibile per assegni di ricerca e contratti da ricercatore a tempo determinato era 10 anni.
Al Senato un emendamento del Relatore aumentava i contratti da ricercatore a tempo determinato senza tenure track fino a 5 anni, ma distrattamente lasciava inalterato il limite dei 10 anni. La conseguenza era che non si sarebbe stati in grado di completare la tenure-track.
Alla Camera, si sono accorti dell'errore ed il limite dei 10 anni e' stato nuovamente riportato a 12.

6. Legge ad-rectorem?
Un emendamento del Relatore in Commissione Cultura Senato consentiva ai rettori gia' in carica di rimanere eccezionalmente fino a 78 anni, come avevano denunciato le opposizioni. In molti pensavano fosse una sorta di legge "ad-Decleva" che sta per andare in pensione. Inizialmente il MIUR disse che la cosa non era vera. Tuttavia poi l'emendamento fu modificato.
 
Pensionamento
Ad un certo punto volevano mandare tutti in pensione a 65 anni. Nel testo licenziato al Senato, era stata abolita una norma delle legge Moratti che poneva a 70 anni l'eta' di pensionamento dei professori associati. Questo, per una serie di leggi abrogate e applicazioni di leggi precedenti molto datate, avrebbe comportato che l'eta' di pensionamento sarebbe scesa a 65 anni - peraltro l'eta' che sul Corriere della Sera aveva proposto proprio la Gelmini, salvo poi fare retromarcia! -. Alcuni sindacati di professori, per esempio il Cipur, avevano denunciato questo "rischio" (per loro).
Purtroppo al Ministero devono essersi resi conto dell' "errore" e quindi hanno cambiato il testo quando esso e' passato alla Camera. Quindi: prof ordinari in pensione a 70 anni e associati a 68.

8. Le quote per gli "esterni"
Questo era uno dei cavalli di battaglia, all'inizio, della Gelmini. "Ci saranno piu' esterni".
Infatti il testo inziale prevedeva che 2/3 dei professori assunti nei primi 6 anni della riforma fossero "esterni", cioe' non avessero prestano servizio presso l'ateneo nei precedenti 3 anni. Anche Irene Tinagli, in un editoriale su La Stampa, salutava con soddisfazione questa norma.
Questa quota dei 2/3 pero' si e' dimostrata assai fragile.
In Commissione Cultura Senato si e' passati da 2/3 a 1/2, quindi meta'. E in Aula al Senato si e' scesi addirittura a 1/5, quindi praticamente una miseria.


Nel 2005 ero tra quanti contestavano a viso aperto e scoperto il disegno di legge. 
L’Onda portò l’università nelle Piazze. Non l’occupazione e l’arroccamento, ma una sana e piena manifestazione di contrarietà al tentativo di una riforma avulsa dalla realtà. 
Oggi, sono una laureata precaria, non sono totalmente fuori dall’Università e, probabilmente, mai ne uscirò, convinta che sia un luogo di circolazione di idee e di confronto senza uguali, sia per la didattica sia per la Ricerca. Fino a prova contraria.
Per questo continuerò a difenderla. Non contro una necessaria e seria riforma, ma contro il tentativo di umiliarne la funzione e l’importanza, per mere questioni partitiche. 
Per questo continuerò a supportare le sue manifestazioni. Negli spazi pubblici e fuori dalle roccheforti accademiche.
Per questo credo che l’approvazione del disegno di legge sia una supercazzola natalizia, meno digeribile di pranzi e cene che scandiranno le nostre giornate.
Il mio augurio e la mia speranza è, dunque, che nessuno la digerisca, per rinnovare  e rilanciare il confronto sul futuro dell’Università, della Ricerca e, quindi, del Sistema –Paese.


Buon panettone/pandoro a tutti
Miss E.

mercoledì 15 dicembre 2010

solo questo

Oliviero Toscani
for Benetton

sfiduciati



Ci sarebbero molte cose da dire sulla giornata di oggi. Una giornata importante per l’Italia. Per un paese ch è diventato l’ombra di se stesso. Un paese governato da buffoni e giullari,da politici che fanno risse in Parlamento e si fanno comprare dal primo Signorotto che li abbindola.
O forse non c’è nulla da dire, le scelte sono state fatte, le decisioni prese. La matematica ha vinto. Mai come oggi la matematica ha ottenuto il suo momento di gloria. E l’Italia (o meglio la classe politica italiana)ha perso. Ha perso la mia fiducia. Quel poco di fiducia che era nascosta sotto il tappeto della mia ribellione, del mio andare contro corrente, del mio protestare e battermi contro i soprusi del potere.
Oggi abbiamo assistito ad uno spettacolo degradante. Oggi la politica ha toccato il fondo. E Berlusconi è solo la punta dell’iceberg. Non è lui che ha votato per non sfiduciare il suo (mal)governo. È stata una classe politica avvizzita, molla, putrefatta. Che si fa tanto sbandieratrice di promesse ma poi guarda solo al metro quadrato nel quale sono racchiusi i suoi interessi. 
Sono sfiduciata. Io, almeno io, lo sono. Sentirsi tradita da una sinistra che non esiste se non su un simbolo elettorale e che non fa altro che stare a vedere, da una destra estrema che si pente dell’alleanza col nano e poi lo appoggia ancora una volta. Da politici che si fanno comprare in cambio di prestazioni. Come le puttane. Silvio, non hai bisogno di farle venire a casa tua: le prostitute sono lì, sedute accanto a te.
E poi penso a come i politici debbano essere di esempio per il popolo. O meglio, sono quello che il popolo ha scelto. È davvero questa l’Italia del 2010?
È questo che l’Italia ha scelto? O sembra surreale solo a me e a quei quattro coglioni che mi stanno intorno? Siamo noi gli anormali? Siamo noi i cretini che non accettiamo tutto questo passivamente?


Teresilla

domenica 12 dicembre 2010

La meglio gioventù...

Oggi sono molesto con un secondo post, mi perdonerete.
A Pescara godo di una certa, effimera popolarità. Soprattutto, sono stato per due anni rappresentante degli studenti (quali? quanti? non lo so, so solo che ebbi più di 500 preferenze su 1000, roba che se mi presentavo al Consiglio comunale diventavo ipso facto Sindaco a furor di popolo) al Liceo Classico "G. d'Annunzio", coacervo di varia umanità, soprattutto una umanità proveniente da un ambiente piccolo borghese fino a cinquanta anni fa e poi improvvisamente e scandalosamente arricchitasi con mezzi non sempre leciti. Capita dunque che, del tutto inavvertitamente, nei primi giorni di furor feisbucchiano, io abbia aggiunto, indegnamente, alla mia lista di amici, alcuni rampolli di questa classe senza pudore e senza sentimento di classe. Capita così che ogni tanto mi veda spiattellate sulla bacheca fotografie che mi lasciano col fiato sospeso, gli occhi sgranati e la bocca spalancata. Voglio farvene partecipi, ne ho scelte tre che dicono tutto sulla nostra generazione (si si, ci siete in mezzo anche voi, inutile ora facciate gli gnorri):
1. Natura morta con bottiglione di vodka
La discoteca è un luogo strambo assai, non mi ha mai divertito andarci. L'unico modo per starci inconsciamente è bere discreti quantitativi di alcool. Uno dei suoi feticci è il bottiglione di vodka. Costa uno sproposito, in Russia si bevono vodka regali spendendo la metà
2. Giochi pirotecnici allo Chalet Fiat
Lo chalet Fiat è un luogo-status symbol. E' a Madonna di Campiglio, e un bombardino costa 10 euro. Non ci si va per sciare, ma per farsi vedere (v.foto 3), chi ci va anzi non sa sciare, ha attrezzature sciistiche da migliaia di euro e sa malapena andare a spazzaneve. Però si balla (mezzi nudi) e ci si fotografa con una magnum di champagne illuminata a festa perchè tutti sappiano che è stata aperta una bottigliona di champagne pirotecnica, nemmeno Le Notre nei giardini di Versailles organizzava spettacoli pirotecnici così raffinati. Il DJ sempre annunzia che una scintillante bottiglia è stata aperta e da chi. Costa un occhio dalla testa. Ho saputo di un amico che per pagarne tre o quattro alla fine della serata ha dovuto consegnare al cameriere il Rolex d'oro (altro aberrante feticcio) che portava al polso.
3. Il calice di cristallo al posto del bastoncino è chic
Il terzo da sinistra delle seconda fila è la cifra di questa foto.

Ho cancellato questo "amico" dalla mia lista di "amici".
E la meglio gioventù la va soto tera...si spera.

Archeologia del quotidiano

Un terribile porta cellulare in cuoio e oro giallo uscito anni fa da un pretenzioso uovo di pasqua artigianale di cui ancora ricordo lo spessore dell'amarissimo cioccolato fondente; un pezzo mediano di un carboncino comprato per curiosità e nessuna velleità artistica al bookshop del Quirinale dopo aver visto la mostra su Antonello da Messina; un piccolo elastico bianco inutile, credo, anche per tenere legati i capelli; quella che mi sembra essere l'anima di metallo fittissimamente traforato di una cuffietta da radiolina; un bottone bianco a due buchi, brutto, e perfettamente simmetrico; tre pezzi da un centesimo, italiani; un sottilissimo pezzo di plastica nero, lungo circa 5 centimetri, di cui mi sfugge completamente l'esatto utilizzo e la precedente ubicazione; cinque franchi francesi del 1987, enormi e pesanti; un pezzo di ferro color argento di circa 3 centimetri, leggermente piegato verso il centro ed evidentemente staccatosi da qualcosa cui era attaccato per un'estremità; una cosa di plastica bianca con una goccia di silicone nella parte convessa che non sono riuscito a descrivere negli ultimi cinque minuti di prove; inizio a pensare, per consolarmi, che questo, insieme al sottilissimo pezzo di plastica nero e al pezzo di ferro piegato che sembra la spranga con cui Mr White ha ucciso il reverendo Green in veranda, siano tutte parti di qualcosa di più grande e di maestoso; una vite nera con una grande testa e un corpo cortissimo che un non grande cacciavite a stella avrebbe potuto svitare e poi riavvitare; un pezzo da dieci centesimi, italiano; due tappetti bianchi e orrendamente untuosi di cui non so immaginare la provenienza e l'uso, so solo che sono in alcuni punti macchiati di verde e nel loro appiccicume inestinguibile hanno attirato ogni genere di granello di sabbia e polvere capitasse loro addosso; due viti dalla testa piatta ma dal corpo lungo circa 6 centimetri cui avrebbe trovato una sede su misura lo stesso cacciavite a stella di prima; una vite come queste due, ma lunga circa un centimetro e di cui mi stupisce la leggerezza, forse è in alluminio; altre due viti lunghe più o meno uguali, ma molto diverse tra loro: una ha un'avvitamento che la percorre tutta, mentre l'altra ha una parte non zigrinata vicino alla testa, che ha leggermente tonda, a differenza dell'altra, che è molto più larga e piatta; tutte sarebbero state avvitate dallo stesso cacciavite a stella; tre pezzi da cinque centesimi, di cui due italiani e uno austriaco; tre monete da 2 centesimi, tutte italiane. Le monete insieme fanno 34 centesimi di euro.
Questo è il contenuto di una terrina di ceramica con il bordo blu e un disegno tra il geometrico e il cinese, sempre blu, sul fondo, dalla forma accentuatamente ovale terminata ai lati da due sporgenze che dovrebbero facilitarne la presa, inutili su di un oggetto largo 8 centimetri  e lungo 15, come inutile è il cestino di vimini che la contiene ad evitare che il contenuto o il contenitore arroventati possano ustionare mani e bruciare tovaglie. Un oggetto brutto, una miniatura spropositata, un regalo d'occasione fatto da chi non vuole bene, fatto con disattenzione, fatto per fare, che mia madre tiene da anni sotto la sua stretta giurisdizione in quella stanza della casa - la cucina- dove lei e lei sola distribuisce gli spazi e gli oggetti e che nessuno, fino ad ora, ha avuto il tempo o la voglia di andare a guardare. Oggetti inutili, compresi i pochi spicci, tolti da qualche parte e destinati alla spazzatura, che invece mia madre ha decretato doversi salvare e andare a riempire, accumulandosi in maniera archeologica, questo oggetto che, alla fine dei conti, andava insieme agli altri destinato all'immondezza.

mercoledì 8 dicembre 2010

AgitAzione




Mi stupisce sempre di più la mia (in)tempestività. Due anni fa, mentre il popolo universitario italiano muoveva i suoi primi passi di protesta contro la famigerata “Riforma Gelmini”, mi trovavo a Granada. Lontano dai cortei, dalle proteste, dai tafferugli con la polizia. Oggi, che la protesta si fa più espressiva, più aggressiva e più compatta sono in America. Sarà un segno? Il destino sta giocandomi un tiro mancino?
Non so che pensare. È una situazione che mi diverte da un lato, e mi rattrista dall’altro. Vorrei essere li, a portare quegli striscioni, a ballare nel corteo, a dimostrare il mio impegno per la (sempre più) mortificata istruzione italiana.
Vorrei essere in mezzo a quei colori e a quei fischietti, in mezzo ai miei colleghi, amici, professori che combattono anche per il mio futuro.
Vorrei essere una cittadina attiva,che protesta quando il suo (?) Governo mette in pericolo il suo futuro (?).
Ed è per questo che voglio tornare. Non ora, magari. Non subito. Ma tornerò.
Faccio, tipo, la contro corrente. Tutti scappano. Tutti se ne vanno. E in Italia chi ci rimane? I quattro ignorantoni che poi occupano posti di potere.
Giovani, l’Italia ha bisogno di noi.
Ha bisogno di cervelli pensanti che lottino contro i raccomandati.
Ha bisogno di menti che producano progresso e che contrastino l’arretramento morale e scientifico al quale ci costringono.
Non è scappando che la sistemiamo la nostra terra “bellissima e disgraziata” come qualcuno (più saggio di me) prima di me l’ha definita.
Dobbiamo combattere, con tutti i nostri mezzi e forze affinché il futuro di tutti sia come ognuno di noi l’ha immaginato. “All’estero ci sono più opportunità”. “I ricercatori non sono trattati come schiavi e vengono pagati bene”. “ C’è accesso a tutte le forme di sapere fuori dai confini italiani”. Queste sono le motivazioni più ricorrenti che ci vengono propinate quando chiediamo a qualcuno perché emigra.
È vero, tutto tristemente vero. In Italia non c’è spazio per il sapere. Allora prendiamocelo questo spazio. Facciamo sentire a tutti che non siamo d’accordo con questo sistema di clientelismo e raccomandazioni.
Salvador Allende disse:“Hanno la forza, potranno sottometterci, ma i processi sociali non si fermano né con il crimine né con la forza. La storia è nostra e la fanno i popoli".
E anche De Gregori mi pare fosse(più o meno) dello stesso parere.
E chi ci sottomette, chi opera con la forza ha tutto da guadagnare da questa fuga di cervelli alla quale stiamo assistendo negli ultimi anni. Si sta lasciando l’Italia in balia di se stessa e di quattro delinquenti che se la girano e rigirano nelle mani.
Credo che dopo tutto questo fuggi-fuggi è il caso di tornare a casa e combattere. Per i nostri sogni, per quello in cui crediamo, per quello in cui speriamo. Per chi ha combattuto prima di noi e per chi verrà dopo.


Teresilla

lunedì 6 dicembre 2010

Continuiamo così, facciamoci del male


Alle ultime elezioni sono andata alle urne.
Ho votato. Contro l’antipolitica e contro la disaffezione. Per il senso di responsabilità e per la volontà di partecipare ad un momento democratico. Come accade nell’Italia che vive di pane e politica ci sono state animate, a volte retrograde, discussioni sulla necessità del voto e sulle modalità effettive di esprimere il dissenso, in primis verso una legge elettorale che frustra l’idea di elezione come effettiva scelta del rappresentante.
 Insospettabilmente, mi sono resa conto che il non voto non è mai stato tra le  mie reali opzioni.
Per idealismo, dicevo. Per stupidità, dico.
Anche nel 2006, era più o meno accaduto lo stesso. Dopo infiniti dibattiti e confronti comprai un biglietto aereo per tornare dalla Spagna di Zapatero nell’Italia di Berlusconi. Nessun rimborso. Non è previsto, infatti, che gli studenti italiani temporaneamente all’estero siano rimborsati per poter esercitare il proprio diritto di voto. Dura lex, sed lex, la risposta al reclamo sollevato. E allora decisi di investire 185 EURI per esercitare il mio diritto, considerandolo anche un dovere.
All’andata portavo con me anche le richieste e le speranze di quanti non  erano riusciti a partire.
Al ritorno, tre giorni dopo, non sapevo neanche chi avesse vinto. In effetti ho continuato a chiedermelo per i due anni successivi. L’unica cosa che riportavo indietro erano giornali dalle prime pagine incerte e il rimprovero “Sei tornata solo per votare e non ti fermi per Pasqua!”. Da allora, in realtà è iniziata anche la mia lotta contro il dente del giudizio. Casualità. Causalità
All’epoca quel viaggio mi sembrava giusto e necessario. E anche coerente con quanto avevo sempre sostenuto. Dall’età della ragione, infatti, desideravo la tessera elettorale. E ogni volta sono andata a votare anche perché volevo poi essere legittimata a criticare le scelte operate dai miei eletti, qualora non fossero state conformi ai loro programmi e alle mie aspettative.
In fondo, poi, consideravo le elezioni un atto d’amore. Verso la mia tessera elettorale, anzitutto.
Abbiamo una sorta di relazione affettiva, infatti, e per questo la porto sempre con me. Non è un caso, che, ciclicamente, io perda la carta di identità, il passaporto, la patente, la carta di credito, il badge universitario, la carta socio Coop, la tessera Arci, l’abbonamento del cinema, la testa…Mai la tessera elettorale. Credo si tratti di una malformazione genetica ereditaria. Si racconta, infatti, che l’ultima richiesta di mio nonno a mia madre sia stata di andare a votare. Anche per lui. Aggiungendo di non dimenticare “ il rosso”. Il vino, intendeva.
Come sempre (mi) accade, anche questa relazione ha conosciuto momenti difficili. La prima crisi il 14 giugno 2005. Le ho dato la colpa per una grande delusione, dopo il referendum sulla legge 40.
Ho però continuato a credere di doverla portare con me agli appuntamenti con la Democrazia diretta. In realtà era lei a portarmi con sé. Dettagli. In questo rapporto avevo davvero creduto al “per sempre”. Per una volta ero convinta di non andare “in direzione ostinata e contraria”. D’altronde ho seguito sempre le indicazioni della  mia consigliera di fiducia. La Costituzione. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione ( art. 1, comma 2).  Per questo ho sempre avuto l’idea che la tessera elettorale dovesse essere usata ogni qualvolta si potesse esprimere la propria preferenza. Su questioni di interesse generale e nazionale. Si trattasse di assegnazione di poltrone, più o meno vitalizie, e ancor più di tematiche inerenti la società civile.
La smentita è arrivata con la legge elettorale. Le mie convinzioni hanno iniziato a vacillare. Ho iniziato a dubitare dell’utilità della mia tessera elettorale.
Probabilmente è stato allora che la nostra relazione è entrata in crisi.
D’altronde, ci avviciniamo al settimo anno. Si sa, poi, che le colpe non stanno mai da una parte sola. E io riconosco le mie.
Probabilmente superata l’amarezza e il disincanto è arrivata l’abitudine.
L’assuefazione alle scene di quotidiana follia o, peggio apatia, che dominano il Parlamento. Un’istituzione completamente alla mercé del Governo. L’iniziativa legislativa delle Camere si è drasticamente ridotta, quasi sino ad essere nulla, riducendone anche la rappresentanza. 
Dal tradimento della forma parlamentare della Repubblica nasce la stasi in cui versa il nostro sistema politico. Il predominio dell’esecutivo sul legislativo è sintomo di un disequilibrio tra poteri, gravido di conseguenze per la tenuta democratica dell’intera architettura istituzionale.
Eppure sembra semplice: il popolo, sovrano, elegge il Parlamento, che a sua volta designa il Governo. La crisi del Governo, o meglio del Presidente del Consiglio, non dovrebbe, quindi, essere incompatibile con il pieno funzionamento della democrazia.
Un’eventuale sfiducia comporterebbe, infatti, la caduta dell’esecutivo, aprendo la strada a maggioranze diverse da quella attuale. Probabilmente si tratterebbe di un periodo transitorio, necessario nell’attuale contesto economico, anche in vista del Consiglio europeo del 16 dicembre. Ho sperato fosse questa l’intenzione che aveva portato a posticipare il voto di fiducia al Governo al 14 dicembre, nonostante la crisi si fosse aperta già agli inizi del mese di novembre. Speranza vana, come dimostra la decisione dei capigruppo di sospendere l’attività fino alle 15.00 del 14 dicembre. In sostanza si procrastinano le elezioni, per paura di una sconfitta e/o necessità di azione, ma si decide di andare a casa, interrompendo il lavoro. E la crisi economica? E la discussione sulle riforme?  E la responsabilità nei confronti del cittadino-elettore?
La ricerca delle risposte trasforma il dubbio sull’utilità della mia tessera elettorale in certezza.
In una normale Repubblica parlamentare sono gli elettori a poter decidere quando e come mandare a casa gli eletti. Anche per le vacanze. D’altronde è grazie agli elettori che potranno godere di laute pensioni.Beati loro. 
E invece, no. Non è questo, però, il nostro caso.
Persino nel calcio le campagne acquisti si fanno, in genere, durante le sospensioni della competizione.
Nella nostra Repubblica parlamentare, la competizione si sospende per consentire le campagne acquisti.
E allora guardo la mia tessera elettorale e capisco perché mi sono commossa guardando l’ultima scena del film “Noi credevamo”. 
Anch’io se oggi io andassi al Parlamento lo troverei vuoto. In senso metaforico. In senso fisico. Il Parlamento è chiuso. La democrazia sospesa. La mia relazione con la tessera elettorale  avviata verso la famigerata “pausa di riflessione”.
E’ per questo che mi sono commossa. Per tristezza e per rabbia. Per disillusione e amarezza. Perché ho pensato anch’io “Noi Credevamo” e subito dopo ho capito che  l’imperfetto non dovrebbe essere il tempo della democrazia. 

Miss E. 

domenica 5 dicembre 2010

Garibaldi e bunga bunga

Un’antica canzonetta francese ripeteva malinconica ‘Que reste-t-il des nos amours?’, e lì la memoria correva scapestrata a inseguire ricordi sbiaditi, fiori secchi tra le pagine di un libro qualunque, risate amiche che si confondono con le giaculatorie di parole senza senso con cui gli innamorati sono soliti farsi bersaglio.
E noi, con genuina curiosità, vogliamo chiederci che cosa resta, oggi,  di Giuseppe Garibaldi, l’eroe dei due mondi, il Pater Patriae, il combattente senza macchia e senza paura di cui, da qualche generazione, almeno il nome evoca un volto subito riconoscibile, un attributo certo, una celebre frase.
Dei tanti protagonisti del nostro risorgimento, Garibaldi è il meno trascurabile, il più celebrato; non solo dal fervore istituzionale che tutto appiana e tutto nasconde, ma dall’affetto di un popolo sinceramente innamorato –senza distinzione di sesso ed età, né di condizione sociale- di quest’uomo dai tratti severi, quasi torvo, ma di una severità bonaria, nonnesca. E Garibaldi, sin da quando era un ragazzetto nizzardo desideroso di avventure, di mare aperto, di scoperta, è sempre stato conscio di questo suo torvo, segreto fascino, e sempre ne ha fatto un uso più che spregiudicato, curando il suo aspetto deliberatamente trascurato, la sua aria vissuta, accrescendo la mitologia delle sue prodi imprese, con lo scopo, sempre, di contornarsi di belle signore sospiranti. Andava di moda, all’epoca di Garibaldi (cioè a dire dal 1807 al 1882), presso gli ambienti più raffinati dell’aristocrazia europea, avere per amante un filibustiere, un farabutto qualunque, un bucaniere della peggiore fatta. Garibaldi, che ne combinava di tutti i colori in nome di un’altra cosa parecchio in voga all’epoca, la Libertà, era un animale di razza, uno di schiatta superiore in quella casta eletta, ma compromettente, degli avventurieri. Intendiamoci, oggi G.G. non avrebbe sfilze di donnicciole che si strappano i capelli fuori dalla porta di casa: gli uomini irsuti alti 165 centimetri con pochi capelli e la fronte troppo ampia non sono più l’ideale di bellezza de giorni nostri. O no?
Però, dall’epoca sua alla nostra, Garibaldi non ha perduto solo il primato di charme e bellezza, ma ha perso parecchia della sua patina rivoluzionaria, del suo prestigio di condottiero, del suo coraggio di politico. Il simbolo più evidente di una tale perdita è lo spettacolo –francamente destabilizzante- che qualche giorno fa si palesava sotto i nostri increduli (ma quando mai!) occhi: giovinotti e fanciulle, militarmente abbigliati, marzialmente ma lietamente passeggianti per un italico borgo, accolti da due ali alquanto senili di supporters plaudenti. Era la pubblicità per il 4 novembre.
Il 4 novembre 1918 l’impero Austro-Ungarico si arrende all’Italia: Trento e Trieste, dopo decenni di lotte asperrime, possono fregiarsi del regio tricolore. L’Unità d’Italia è finalmente compiuta. Ci sono voluti parecchi morti ammazzati, parecchi soldati malamente armati, ma alla fine ce l’abbiamo fatta: un ideale politico illustrissimo trovava il suo compimento. Fino ad una trentina d’anni fa il 4 novembre veniva festeggiato con trombette militari e tromboni democristiani proprio sotto alle statue di Garibaldi (ma andava bene anche Mazzini, anche Cavour, anche un Re Vittorio Emanuele), a significare il sacrificio della Patria, l’alto valore politico di una tale data, a rimarcare l’unità di una penisola che restava mille volte divisa gli altri trecentosessantaquattro giorni.
Garibaldi è stato per lunghissimo tempo il ‘Direttore Generale delle Emozioni Pubbliche’ (Manganelli), l’incaricato del governo unitario alla promozione delle iniziative istituzionali volte a celebrare sobriamente e burocraticamente i giorni sacri della Repubblica. E davvero, al solo sentire il suo nome, generazioni intere di italiani si commovevano, si compattavano, si scoprivano, per un brevissimo momento, migliori.
Ma cosa volete, di acqua (del Po) ne è passata sotto ai ponti (sugli stretti), e oggi i quattronovembri e i duegiugni non si danno se non c’è sfilata di militari: idee eminentemente politiche, e coi mezzi della politica perseguite (non ultimi, la passione e il sacrificio), coperte sotto quintali di mostrine, tute mimetiche e fucili. Lontani quei tempi in cui Bixio (nb: ho sentito pronunciarlo ‘Biperio’) rispondeva sommessamente, sullo scoglio di Quarto, ad un preoccupato Garibaldi che s’interessava delle munizioni: “Quanti fucili?” “Mille” “E quante pistole” “Nessuna”.
Lontanissimi i tempi in cui un cittadino del Nord sfidava un potere organizzato fortissimo e truffaldino con base al Sud per aiutare i suoi fratelli italiani a liberarsi di una malversazione non più sopportabile.
Il Risorgimento, forse, si sarebbe fatto anche senza Garibaldi, ‘magari con qualche variazione d’orario’ (Montanelli), però sarebbe stato un freddo piano politico, un Risiko giocato sulla sola cartina dell’Italia da diplomatici piemontesi e aristocratici mazziniani. E’ solo grazie a Garibaldi -non uomo nuovo, ma uomo lungimirante, uomo completamente del suo tempo- che il Risorgimento è stato un fatto popolare, prima manifestazione di un orgoglio schiettamente nazionale.
Garibaldi è oggi il nome di strade e piazze dove raramente si trova parcheggio. Le sue statue sono mute, buone solo per rubare spazio –appunto- a due o tre vetture, immobili in mezzo alle sempre più trascurate piazze d’Italia. Non più simbolo, né evocazione, l’eroe dei due mondi è il testimone sconsolato di una perdita: di senso, di significati, di valori. Forse è la sorte degli eroi, finire su un piedistallo, e da quel momento tacere, osservare.
Forse sarebbe stato meglio incenerirlo, come voleva, e disperderne le polveri al vento. A Roma si decise, invece, che il poverino andasse imbalsamato. Però, come solo accade alle ‘leggende viventi’ (Dumas padre à propos di Garibaldi), a coloro che si ritrovano oggetto di una mitologia quando ancora sono vivi, capita che un mistero aleggi sulla loro fine: è a Caprera, il Generale, o è stato bruciato su legno d’acacie come voleva? Non lo sappiamo. Io ci scommetto: Giuseppe è ancora in mezzo a noi. E’ sceso dal cavallo di bronzo e ogni tanto, da qualche parte, tuona parole di fuoco.
C’è qualcuno disposto ad ascoltarlo?

martedì 30 novembre 2010

Contro il silenzio assordante. Firmiamo.

Al Presidente della Repubblica, al Presidente del consiglio e ministri interessati, ai Presidenti di Copasir e delle Commissioni parlamentari d’inchiesta.


Un’intera stagione, quella dello stragismo che ha macchiato di sangue l’Italia, rischia di essere archiviata a seguito della recente sentenza sulla strage di Piazza della Loggia, Brescia, che ha assolto per insufficienza di prove tutti gli imputati. Un’assoluzione sulla quale ha pesato non il ricorso a segreti di Stato, bensì silenzi e reticenze di comodo, anche da parte di uomini appartenenti alle istituzioni.

Per garantire un cammino trasparente alla giustizia, anche in relazione al resto delle inchieste tuttora in corso per altri fatti di criminalità organizzata, e rendere possibile la ricerca storica su quegli anni, avvertiamo sempre di più una triplice esigenza:

chiediamo che siano aperti tutti gli archivi con una gestione che ne faciliti l’accesso a tutti i soggetti interessati, senza preclusione alcuna;

chiediamo che vengano fatte decadere tutte le classificazioni di segretezza su tutti i documenti relativi all’evento - compreso i nominativi ivi contenuti - in possesso in particolare dei servizi segreti, della polizia, dei carabinieri e della guardia di finanza, che i documenti vengano catalogati e resi pubblici senza distinguere tra documenti d’archivio e d’archivio corrente;

chiediamo che in tal senso sia data piena attuazione alla legge del 3 agosto 2007, n.124 che regola il segreto di Stato la quale prescrive che, passati al massimo trent’anni dalla data in cui è stato apposto il segreto sull’evento e sui relativi documenti o dalla data in cui sia stato opposto al magistrato che indagava, tutti i documenti che si riferiscono all’evento siano resi pubblici e consultabili. Non è più accettabile che a tutt’oggi manchino gli specifici decreti attuativi. In tal senso il Freedom of Information Act statunitense ci pare un modello a cui è possibile ispirarsi

L’ipotesi, avanzata dalla commissione Granata nel Copasir, di reiterare il segreto di stato dopo trent’anni è inaccettabile.

Chiediamo alle nostre istituzioni di attivarsi il più decisamente possibile affinché gli Stati che sono oggetto di richieste di rogatorie internazionali collaborino fattivamente e rapidamente.

Occorre garantire alla verità e alla giustizia il giusto corso, non dobbiamo consegnare le generazioni che si sono succedute da allora ad oggi alla rassegnazione e all’avvilimento.

Auspichiamo una volontà politica reale volta all’accertamento di tutti i fatti criminali che hanno sconvolto la storia d’Italia.

Belle. Bellissime. Anche troppo.



Da che mondo è mondo il corpo femminile è sempre stato oggetto di diatribe.
Per le culture primitive era la culla della vita, donna-madre-procreatrice.
Per la chiesa cattolica era l’incarnazione del demonio che portava al peccato l’uomo.
Per le femministe era “MIO!!!”
Per i fotografi e gli stilisti degli anni ’80 era l’oggetto di attenzione da “guarnire” con costosi e stravaganti vestiti firmati.
Adesso? 
Fior fiore di psicologi, sociologi, studiosi di comunicazione e marketing si stanno letteralmente scervellando da più di quindici anni cercando di capire che posto occupa il corpo femminile nella nostra società. A mio modestissimo parere, il più basso.
Il continuo svilimento e la perpetrata mercificazione della donna stanno permeando in tutti gli aspetti della nostra società. Niente di nuovo sotto il sole, se pensiamo che da un ventennio a questa parte  la TV ci propina prorompenti seni e sodi fondoschiena a qualsiasi ora del giorno (e della notte), che le pubblicità falliscono se non c’è un’ammiccante donnicciola in primo piano, che le magliette si stanno facendo sempre più corte e i pantaloni sempre più bassi. Ma il mio intento non è di criticare banalmente e bigottamente questo trend. Non sono ancora così vecchia.
Il mio intento è di capire in che modo il corpo femminile (e la sua svalutazione) sono entrati anche nel mondo della politica.  Qual è il nesso tra le due cose. Un politico deve essere bello ancor prima che capace? O peggio, una donna deve essere scelta solo perché bella e attraente?
A mio avviso questa scelta, che predilige sempre più l’estetica alla capacità o alla perizia, si adegua perfettamente ad una mutazione sociale che scegli l’apparire all’essere.
Sono noti i casi politici del nostro paese che vedono candidate giovani attraenti trentenni alle cariche più importanti a livello nazionale ed europeo. Sono (più o meno) noti gli scambi sessuali in cambio di poltrone in Parlamento.
Mi sono sempre domandata che cosa avrebbero pensato, di tutto questo,  le femministe che negli anni ‘60 e ’70 hanno popolato piazze, sventolato bandiere e striscioni, firmato petizioni per i diritti delle donne.
Stiamo buttando via il loro lavoro?? Stiamo “sputando” sul loro impegno?? Stiamo ritornando indietro invece di andare avanti??
E come dobbiamo sentirci noi donne di fronte a questa umiliazione inflitta non in maniera aperta, palese ma subdola, costante, latente.
Vieni veramente giudicata per quello che sei e che sai o per quello che appari?
Anche qui, gli italiani (o per meglio dire, le italiane) non si smentiscono: minimizzano, banalizzano, ignorano la questione. E si nascondo dietro ai formalismi. “Ministero delle pari opportunità”: dato a una che faceva la show girl; grazie della considerazione.
“Quote rosa”: diamo il contentino a quelle manifestanti pazze che pretendono la presenza femminile all’interno degli organi politici istituzionali elettivi e non.
C’è davvero bisogno di sottolineare che ci sono pari opportunità? O dovrebbe essere scontato, naturale in una società che si dichiara civile e democratica?
Certamente gli uomini che dovrebbero guidare il Paese ed essere d’esempio per tutti i cittadini, fanno del loro meglio per rendere la vita difficile a tutte le donne. Si perchè TUTTE le donne dovrebbero indignarsi.
Indignarsi di un Presidente del Consiglio che scegli le ministre in base al colore dei capelli e al tono dell’abbronzatura piuttosto che alle competenze in materia.
Indignarsi di fronte alla continua umiliazione del genere femminile visto solo come preda sessuale, succube del potere maschile.
Indignarsi dei continui scandali che mostrano solo donne disposte a tutto (sessualmente parlando) per ottenere ciò che vogliono invece di conquistarselo con fatica e impegno, e studio.
Indignarsi. E dimostrare all’Italia (e perchè no, al mondo) che non tutte vogliamo essere delle veline.



Teresilla

lunedì 29 novembre 2010

Il lavoro rende schiavi

Ho 24 anni, un contratto a progetto e uno di affitto. 
Mi dicono di sentirmi fortunata, perché mi sono laureata da poco e avere un lavoro, in qualsiasi forma e a qualsiasi condizione, è una conquista. E poi c’è crisi. C’è grossa crisi. Eppure, una delle poche cose che avevo capito al corso di microecoGnomia, era l’ equazione di Mincer: “investire in istruzione oggi, avrà un rendimento marginale apprezzabile domani” ripeteva la Prof. , forse mi sbagliavo io,forse quel domani non è ancora arrivato e oggi c’è la famigerata gavetta, forse Mincer non aveva considerato la variabile crisi. Forse.
Il primo passo è stato lo stage, non pagato, alla Rappresentanza italiana all’UE. Lavorare per l’interesse nazionale non ha prezzo. Appunto. (Non ho mai capito, poi come mai dopo l’abolizione della diaria i funzionari abbiano smesso di venire a Bruxelles).
Poi, arriva il primo colloquio e il co.co.pro. come benvenuto nel mercato del lavoro.
D’altro canto posso stare tranquilla, credo, vivo in “una Repubblica fondata sul lavoro” (art.1 della Costituzione) in cui “ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” (comma 2, art.4 della Costituzione). E poi c’è l’intero TITOLO III a dimostrare che anche i “Padri fondatori” consideravano il lavoro meritorio di tutela.
Colpo di scena. Il 9 novembre del 2010 sulla Gazzetta Ufficiale n.262 è stata pubblicata la legge delega n. 183/2010. Il c.d. collegato lavoro. Certo le testate nazionali erano impegnate su temi più importanti, si era, infatti, in pieno bunga bunga time, e da destra a sinistra nessuno ha pensato che potesse essere interessante un confronto su un testo che disciplina  lavori usuranti, di riorganizzazione di enti, di congedi, aspettative e permessi, di ammortizzatori sociali, di servizi per l’impiego, di incentivi all’occupazione, di apprendistato, di occupazione femminile, nonché misure contro il lavoro sommerso e disposizioni in tema di lavoro pubblico e di controversie di lavoro.
Chi mai potrebbe essere interessato ad esempio all’art. 31 della nuova legge che modifica le diposizioni del codice di procedura civile in materia di conciliazione e arbitrato? Il Presidente della Repubblica, Napolitano, ad esempio, che già il 31 marzo scorso ha motivato il rinvio alle Camere del testo, facendo riferimento al “principio di volontarietà dell’arbitrato” e alla “necessità di tutelare adeguatamente il contraente debole”, non sufficientemente garantiti dal disegno di legge. Il Presidente ha scritto che “ non è possibile acconsentire alla formulazione del comma 9 art.31 ddl lavoro, secondo cui, la decisione di devolvere ad arbitri la definizione di eventuali controversie può essere assunta non solo in costanza di rapporto allorché insorga la controversia, ma anche nel momento della stipulazione del contratto, attraverso l’inserimento di apposita clausola compromissoria: la fase della costituzione del rapporto è infatti il momento nel quale massima è la condizione di debolezza della parte che offre la prestazione di lavoro”.Così come inaccettabile è anche il comma 5 dello stesso articolo, che prevede il ricorso all’arbitrato secondo equità. Dal Quirinale si è sostenuto che : “Nell’arbitrato di equità la controversia può essere risolta in deroga alle disposizioni di legge: si incide in tal modo sulla stessa disciplina sostanziale del rapporto di lavoro, rendendola estremamente flessibile anche al livello del rapporto individuale.Né può costituire garanzia sufficiente il generico richiamo del rispetto dei principi generali dell’ordinamento, che non appare come tale idoneo a ricomprendere tutte le ipotesi di diritti indisponibili, al di là di quelli costituzionalmente garantiti; e comunque un aspetto così delicato non può essere affidato a contrastanti orientamenti dottrinali e giurisprudenziali, suscettibili di alimentare contenziosi che la legge si propone invece di evitare”.
Il testo è diventato legge il 24 novembre del 2010. All’art.31 prevede la possibilità di inserire una clausola compromissoria in un contratto individuale, con la quale le parti si impegnano a ricorrere all’arbitrato. In sostanza, dimenticando i dettami della Costituzione, in particolare artt. 24 e 25, si rinuncia alla possibilità di ricorrere all’autorità giudiziaria.
Altra novità rilevante è il decadimento dell’obbligatorietà del tentativo di conciliazione, divenuto ora facoltativo, come stabilito dall’art.31 comma1.
Dunque, l’unico effetto sortito dal monito del Quirinale si ritrova nella possibilità per le parti di chiedere alla Commissione arbitrale di agire non esclusivamente secondo equità, potenzialmente in deroga alle disposizioni di legge, ma anche nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento e degli obblighi comunitari. Magra consolazione, insomma. Fortunatamente, sono esclusi i casi di licenziamento, penso. Ecco però l’articolo successivo.
Sventato l’attentato all’architettura del diritto del lavoro, infatti, si minano le già limitate garanzie ai lavoratori precari.
L’articolo 32, infatti, prevede un termine di decadenza per impugnare il licenziamento: 60 giorni. L’impugnazione è inefficace se non seguita, nei successivi 270 gg., dal deposito della causa presso il tribunale. Per i lavoratori a tempo determinato il termine si computa a decorrere dalla scadenza del contratto.
Se non bastasse, anche nel caso in cui si stabilisse l’illegittimità della fine del contratto, al lavoratore potrà essere corrisposto da un minimo di 2,5 ad un massimo di 12 mensilità, indipendentemente dall’entità del danno effettivo.
Molti sono i dubbi sulla costituzionalità del testo approvato.
Poche le perplessità sugli effetti che le disposizioni avranno sulle condizioni dei lavoratori.
Per inconsapevolezza, spero. Sono convinta, infatti, che gli ideatori ed i relatori del testo normativo non hanno idea alcuna di cosa possa significare essere un “precario”.
Un contratto a tempo determinato innesca un meccanismo vorticoso per cui si lavora, spesso senza orari e malpagati, con la possibilità, millantata o realistica, di una riconferma. La perversione che si crea è tale per cui ogni giorno si sente la necessità di dimostrare di avere il diritto di lavorare, con una perenne ansia da prestazione e l’idea che in fondo si è anche fortunati, perché si ha un lavoro e fuori c’è un esercito di disperati disoccupati pronti a prendere il nostro posto, senza condizioni, rendendo difficile qualsiasi forma di solidarietà. Inizia così il gioco al ribasso. Si arriva a credere che prendere un pomeriggio possa essere un rischio e anche un’ora di libertà, in una giornata lavorativa 9.30-20.00 possa essere fatale, perché la flessibilità del lavoro è anche questo. Una condizione che riguarda tutti gli aspetti della vita di una persona. Fuori e dentro dal lavoro. Presente e futuro. Una vita a scadenza. Sospesa. Con nessuna possibilità di progettare, neanche il futuro più immediato. Con le conseguenze del caso: dai dubbi sulle proprie capacità all’ impossibilità di relazioni interpersonali stabili, passando per le limitazioni, reali e conseguenti, della propria autonomia.
Tutto questo forse viene ignorato, così come il limbo in cui ci si trova dopo la scadenza di un contratto a termine, tra l’illusione di un rinnovo e il desiderio di riscatto. Sì, di ignoranza si tratta perché le norme di cui ci dice sopra, in estrema sintesi,stabiliscono che anche i diritti sono a scadenza.
Per questo, leggere e capire il testo del collegato lavoro indispettisce.
Ho 24 anni, un contratto a progetto e una laurea all’Università (pubblica) e studiando avevo inteso che l’intenzione dell’art.1 della Costituzione era non lasciare il lavoro alla mercé dei detentori del potere economico, già in posizione contrattuale forte. Sarà stata un'interpretazione falsata.
La mia contrarietà alla precarietà, e non già alla flessibilità, nasce dall’amore verso la Costituzione che fa del lavoro un valore fondante della nostra Repubblica, riconoscendo e tutelandolo in tutte le sue forme ed applicazioni (art.35) e imponendo alle forze economiche, politiche e sociali di creare le condizioni ottimali di occupazione (art.4). Sono queste?
Io credo proprio di no.
E credo che la difesa del diritto al lavoro non sia dietrologia, anzi  nasca dal desiderio di non tornare indietro, minando il passato e compromettendo il futuro.

Miss E.