Questo quadro mi è caro da sempre; da quando, cioè, fuggendo dal freddo di una Senna stranamente irrequieta in un nevoso dicembre d’estenuanti grigiori, scelsi per rifugio mattutino una vecchia stazione ferroviaria che, per quella bizzarria creativa che i francesi hanno, oggi è un museo.
Il quadro è di Leonida Pasternak (1862-1945), padre del più famoso Boris. E’ un quadro modesto, modestamente esposto al secondo piano di quel terrificante baraccone che Gae Aulenti (gli italiani a Parigi, da Mazzarino in poi, hanno sempre fatto disastri) ha allestito nella stazione, assolutamente inefficace per una buona esposizione delle opere: luce sbagliata, affastellamenti indecorosi, sovraffollamenti spudorati mentre altre opere godono di un’attenzione morbosa che non può che irritare (fuorché per quel quadro che Lacan tenne vent’anni velato nel suo studio e che oggi è oggetto di un occhieggiamento che avrebbe fatto svenire di rabbia sia Freud che Lacan).
Il quadro ha per titolo: ‘A la veille de l’examen’. Ci sono quattro studenti, rigorosamente maschi, intorno ad un tavolo coperto di fogli sparsi e libri, posto sotto una finestra, a carpire un pallido sole invernale. Il conversation piece sui generis è in un interno domestico spartano e dignitoso, quasi certamente nella stessa camera da letto di uno degli studenti –s’intravvede il letto, in fondo a sinistra-, affittata da qualche anziana vedova o da qualche affittacamere a Mosca o Pietroburgo. Siamo nel 1895. Uno, quello che mi sembra essere il padrone della stanza –è, in vestaglia, sulla poltrona più comoda-, è assorto nei suoi pensieri, con un libro aperto sulle gambe e una sigaretta tra le dita. Uno studente di Filosofia, forse. O uno di Scienze Politiche più attento, però, al tramonto dell’Occidente che agli studi strategici… Pensa che il suicidio sia semplicemente una delle numerose opzioni che la vita offre ad un giovane di vent’anni come lui non sa di essere.
Al suo fianco un ragazzo in maniche di camicia è concentratissimo su alcuni fogli che sono davanti a lui: nulla lo distrae, è come afflitto da un pensiero. Studia matematica, ne sono certo, o forse fisica. Il suo è un aspetto ingegneresco, ha tutta la trascuratezza di questi rigorosi e insulsi pontefici.
All’altro lato della poltrona siede, indossando una tradizionale casacca russa, o forse un camice, un tranquillo Amleto: il teschio che tiene in mano, infatti, non ha né i segreti né i messaggi che avevano invece per il principe di Danimarca. Non è il valore metafisico di questo ‘oggetto’ ch’egli cerca nel libro che poggia sulle gambe, bensì il valore fisico, fisiologico, costitutivo, materiale. E’ frutto di un furto in qualche cripta, in nome del progresso e della scienza. Finirà a fare lo scrupoloso medico condotto nella profonda provincia caucasica dalla quale proviene. Siede su una sedia Thonet: questo oggetto dal design raffinato, era allora una sedia economica, prodotta in serie con i pochi strumenti del tempo, con legni leggeri e sottili, e un vimini intrecciato meccanicamente. Sono le orrende sedie da tinello degli anni ’60, sedie Ikea dell’Ottocento. Dietro di lui, altre due sedie identiche: una serve solo per poggiare un giornale e un cappello –l’ha disdegnata l’ingegnere perché, è evidente, gli duole la schiena-, l’altra è occupata da un ragazzo in divisa: è l’allievo-ufficiale di una qualche Accademia militare zarista, erede di un’antica famiglia cugina dei Romanoff; non ha esami da preparare, o forse sì, ma è un discolo, un irrequieto, e non gl’interessa eccellere. Si pulisce le unghie, ozia, ogni tanto, è certo, dà il tormento ai suoi studiosi amici, che all’indomani hanno un esame e che probabilmente non sanno se maledirlo o invidiarlo, scacciarlo o cedere alle lusinghe della sua accidia. Di lì a qualche anno sarà in prima fila davanti ai cancelli del Palazzo d’Inverno, infervorato dai discorsi di Vladimir Lenin ascoltati per caso dalla groppa del suo bianco destriero.
Gli studenti sono gli stessi dalla notte dei tempi. Non siamo niente di nuovo, sulla faccia di questa povera Terra. Ma siamo qualcosa di assoluto, di necessario, di irrinunciabile.
A voi, cari amici, penso guardando questo quadro, e vi auguro che l’anno che ci attende sia colmo di quelle stesse emozioni che la tela emana: serenità, impegno, attesa, speranza, ozio, riflessione, attenzione e, ciò che mi è più caro, amicizia.
Un abbraccio a voi tutti
Marzio










