lunedì 25 aprile 2011

Resistencia



25 Aprile 1945
25 Aprile 1974
25 Aprile 2011
Continuiamo a resistere... sempre

martedì 19 aprile 2011

Stiamo lavorando...per noi!



Italia Lavoro S.p.A., società nata nel 1997, totalmente partecipata dal Ministero dell'Economia e delle Finanze e che opera come agenzia tecnica del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, simboleggia, oggi, con la sua ossimorica ragione sociale, il paradosso della situazione dei diritti dei lavoratori e del mercato occupazionale in Italia. Secondo la nota diffusa qualche giorno fa dal NIdiL (Nuove Identità di Lavoro), gruppo della CGIL che rappresenta i lavoratori atipici, l’agenzia tecnica che si occupa della “promozione e gestione di azioni nel campo delle politiche del lavoro, dell'occupazione e dell'inclusione sociale”, così come recita la filantropica mission descritta sul sito dell’agenzia, ha rescisso il contratto con numerosi collaboratori a progetto – la nota non ne precisa il numero – tra cui anche una collaboratrice al sesto mese di gravidanza. Sul sito del NIdiL è allegata anche la lettera di denuncia della suddetta collaboratrice e la lettera di replica di Italia Lavoro alla redazione del Fatto Quotidiano, che aveva riportato la notizia dei licenziamenti, i quali, nella replica, vengono definiti piuttosto come “impossibilità a proseguire il rapporto”, finezza semantica che io, così come il giornalista Luca Telese che ha commentato la replica, non sono stata in grado di cogliere, pur essendo un’appassionata linguista. Sempre la replica recita che tale impossibilità è nata “a seguito della contestazione circa la natura giuridica della collaborazione a progetto in essere”: facendo appello alle mie poche doti di mediatrice linguistica, posso in pratica tradurre che le lettere di rescissione sono state recapitate dopo che a gennaio questi collaboratori avevano comunicato la volontà di interrompere i termini dei loro diritti di impugnazione, così come  previsto dall’articolo 32 del nuovissimo ed attesissimo “collegato lavoro”, enigmatico appellativo per definire la legge del 4 novembre 2010, n. 183.

Una mia vecchia conoscenza, Italia Lavoro. Mia sorella vi ha svolto uno stage della durata totale di un anno tra il 2007 e il 2008: contratto iniziale di stage di 6 mesi rinnovato per ulteriori 6 mesi alla scadenza del primo, con retribuzione mensile di 500 euro. Inizialmente aveva ottenuto il colloquio per lo stage attraverso gli organizzatori del Master in Gestione delle Risorse Umane che ha frequentato a Roma, poi l’agenzia ha deciso di riconfermarla per ulteriori 6 mesi con qualche accenno a buone prospettive d’inserimento future – sia chiaro, solo accenni, apprezzamenti per il suo lavoro, nessuna promessa ufficiosa o ufficiale. In ogni caso, pochi giorni prima della scadenza del secondo semestre di stage, l’hanno salutata con caldi ringraziamenti per il lavoro svolto e con il rammarico di non poterla assumere perché non avevano bisogno di altre risorse in quella determinata area. Non avevano bisogno di altre risorse perché in effetti avevano confermato un’altra ragazza a cui hanno offerto un contratto a tempo determinato (l’Illustre quasi Estinto): al suo posto, avevano quindi preso una “raccomandata”, come le hanno riferito poi i suoi ex-colleghi… le solite malelingue! A distanza di circa un mese infatti la richiamano e le offrono un contratto a progetto (eccolo!) per lavorare in un’altra area: “Amministrazione Stage”… e a questo punto non si può dire che ai signori di Italia Lavoro manchi l’ironia. Ad ogni modo, a lei non interessava più, aveva già trovato qualcos’altro – si, solo pochissimi anni fa ancora si trovava qualcos’altro e si potevano rifiutare co.co.pro. – e tutto è bene quel che finisce bene, certo non per i collaboratori dell’agenzia appena licenziati.[1]

La gravità degli episodi riguardanti Italia Lavoro risiede nel fatto che comportamenti ambigui e pregiudizievoli nei confronti dei diritti e della dignità dei lavoratori giungano proprio da quegli stessi enti che si propongono di tutelarli. Sono gli enti pubblici come i Ministeri che dovrebbero offrire buoni esempi e modelli di rapporti di lavoro ed invece promuovono tirocini non retribuiti presso i propri uffici, come fa il Ministero degli Affari Esteri; tirocini che, nella maggior parte dei casi, si dimostrano per lo stagista solo molto onerosi dal punto di vista finanziario e molto poco produttivi e formativi.
Gli stage non retribuiti rappresentano l’obiettivo contro cui combatte il “Manifesto dello Stagista”, movimento di opinione nato sul web come iniziativa del portale scambieuropei.com che pubblica offerte di stage, tirocini, scambi e lavori per i giovani in tutta Europa, offerte tra le quali molto spesso emergono quelle di stage non retribuiti, anche e soprattutto da parte di istituzioni pubbliche. Hanno deciso quindi di redigere un manifesto articolato in tre punti semplici ma fondamentali che specificano quali dovrebbero essere i termini ideali che devono disciplinare i contratti di stage. Hanno redatto anche una lettera di risposta da inoltrare a quelle entità che offrono stage privi di retribuzione o rimborso spese per pretendere, invece, che siano previsti dal contratto. Eppure i giovani continuano ad accettare stage non retribuiti pur di poter fare un po’ di esperienza, pur di poter lavorare.

Come possono quindi pretendere i lavoratori il rispetto dei propri diritti da aziende private, quando gli enti pubblici sono cattivi maestri? Quando un ente pubblico come l’Istituto per il Commercio Estero investe i propri fondi – ovvero i nostri fondi – insieme ad Università e Regione, per organizzare un Master di II livello e non è in grado di garantire per i frequentanti un minimo di retribuzione da parte delle aziende per la fase di stage (del resto per loro è già stata un’impresa, malriuscita, cercare di garantire l’effettivo svolgimento dello stage!). Questa volta sto parlando di me.
Allora, cosa mi aspetto io dall’azienda presso la quale svolgo attualmente lo stage – che si presenta a me come una figura mitologica degna del Minotauro: metà sfruttamento e metà elemosina, all’insegna dell’ambiguità della frase “Vediamo cosa possiamo farti fare”, che cambia sfumatura di significato a seconda se viene pronunciata in tono minaccioso oppure caritatevole. Eppure qualche giorno fa mi lasciano leggere abusivamente la mail aziendale diffusa ai dipendenti della divisione che ospita me ed altri neo-arruolati colleghi stagisti e scopro di essere tra i “talenti” da formare e di cui l’azienda è alla ricerca per un possibile futuro inserimento nella company (si si le parole sono importanti ma la mail diceva proprio così). Il giorno dopo, quindi, mi sento un potenziale talento, ma alcuni dipendenti dell’azienda cominciano a mostrare diffidenza e a temere per il proprio posto di lavoro: “se vogliono inserire dei giovani, allora noi ce ne dovremo andare… se sono alla ricerca di talenti, significa che noi non lo siamo…”. Perché è così che funziona in Italia: non si assumono nuove risorse per crescere, ma per rimpiazzare e, perché no, per risparmiare: è l’imperativo della conservazione. E per conservare il posto di lavoro i dipendenti possono decidere di conservare per sé e di non condividere le proprie conoscenze e la propria esperienza, unica assicurazione sulla loro prerogativa di indispensabilità. Sto parlando di dipendenti con contratto a tempo indeterminato (che ai neolaureati appare un po’ come l’Utopia di Thomas More).
Allora, quando anche la più tutelata delle categorie comincia a temere in maniera immotivata ed irrazionale per il proprio lavoro, forse significa che ormai la precarietà è diventata una categoria dell’anima, uno stato mentale o forse una patologia… e che ha afferrato tutti noi.

L'italiana 1/2


Replica di Italia Lavoro su Il Fatto Quotidiano: http://www.nidil.cgil.it/files/ilfatto16_04_2011.pdf


Manifesto dello stagista: http://www.manifestodellostagista.org/


Blog dove si possono trovare maggiori informazioni sulle diverse tipologie contrattuali e diritti dei lavoratori: http://www.lavoroediritti.com/





[1] Tengo a precisare che mia sorella mi ha autorizzato al trattamento dei suoi dati personali e alla diffusione delle sue vicende private e che attualmente “purtroppo” lavora in banca, per chi si chiedesse che fine abbia fatto

giovedì 7 aprile 2011

Un paese di puttanieri

E' accaduto stamattina. Stavo andando in bicicletta, percorrendo una via centrale della mia città, quando un motociclista sulla quarantina mi sorpassa, pur non andando a grande velocità, e poche diecine di metri più avanti s'accosta ad una signorina che, sul lato assolato della strada, stava ferma, in evidente attesa. Vedo il tipo che le dice qualcosa, lei che fa per scostarsi, quindi lui che le dice qualcos'altro. Queste parole devono essere particolarmente irritanti per la signorina, perchè pochi istanti dopo averle ascoltate lo stava prendendo a borsettate. Sì sì, a borsettate, con la sua non piccola borsa di fintapelle, o forse di pelle vera, che portava appoggiata sulla spalla. Io vedo la scena, accelero la pedalata e in pochi secondi sono lì. Ma il centauro s'è allontanata e la signorina è rimasta sola sul marciapiede, incredula. Alle mie domande di cosa fosse successo, e se aveva bisogno di aiuto -inutile dire che tra i molti che popolavano la via, solo io mi sono accostato a lei- , dopo qualche momento di smarrimento mi ha detto quel che le era poco innanzi accaduto: l'uomo le si era avvicinato e le aveva chiesto "Quanto vuoi?", lei si era allontanata; allora lui le ha detto, a voce un po' più alta "Dai, ti do cinquanta euro...", con fare sornione, come a dire che l'offerta era imperdibile. Lei allora si era incazzata e anzichè urlare o scappare lo ha preso a borsettate, e quello, meno male, non ha insistito più di tanto, e vigliaccamente com'era venuto se n'è andato. Io non ho saputo che dire alla signorina perchè ero più smarrito e  stupito di lei. La prima cosa che ho pensato, e lei ha convenuto con me, è che era un pazzo.
Però la faccenda merita qualche riflessione in più, a freddo: anzitutto, il fatto è avvenuto in pieno giorno, in una via del centro; la signorina, che era vestita con jeans e camicia, non aveva alcun fare invitante e stava certamente aspettando qualcuno, senza alcuna ambiguità di sorta. Ora, chiunque abbia visto delle mignotte, anche di giorno, sa che queste si mettono su larghe vie battute dai camionisti, sono mezzo nude, e se hanno anche loro l'atteggiamento di aspettare, stanno aspettando chiaramente qualcuno che le abbordi. Del fatto che nessuno abbia detto niente davanti ad una ragazza che prende a borsettate un uomo, non c'è bisogno di stupirsi o d'interrogarsi. Interrogarsi invece bisogna sui motivi che hanno spinto questo soggetto, che non aveva tratti di delinquente lombrosiano, che era vestito con una certa attenzione, che portava una moto senza zigzagare, e che quindi, forse, non era né ubriaco né drogato, ad avvicinarsi ad una signorina, tra le tante, e ad offrirle del danaro per accompagnarsi con lui nel segreto d'una alcova (certamente non avrebbe preteso di consumare sullo stretto sedile della moto, almeno si spera).
Io mi sono dato questa risposta: viviamo in un paese di puttanieri. Il corpo della donna è così mercificato, svilito, monetizzato, materializzato dal contesto in cui quotidianamente viviamo da poter essere acquistato a qualunque ora del giorno e della notte, senza ritegno, senza pudori, senza problemi. Ma, mi si potrà dire, da sempre le puttane si offrono a pagamento, sul ciglio della strada. E' vero, e sarà sempre così, perché sempre ci saranno donne che sono convinte, dalle circostanze o dalla spregiudicatezza, d'esser sedute sulla propria fortuna. Ma la signorina in questione non mostrava alcuna caratteristica "classica" della puttana.
 Il corpo della donna tout court, di qualunque donna, è una merce da banco, è un oggetto in esposizione, che, se non ha il cartellino, può comunque essere comperato, casomai, com'è successo stamattina, offrendo una cifra congrua.
Una volta accadeva che la donna, in strada, che evidentemente non faceva il mestiere, venisse circondata di complimenti (più o meno eleganti) o da fischi. Poi s'è ritenuto sconveniente per la donna che questo accadesse, e così s'è ritenuto di dichiarare "molestia" un simile atteggiamento, che non prevedeva alcuna risposta attiva o passiva da parte dell'interessata che, al più, poteva sentirsi lusingata o imbarazzata. E così gli uomini hanno smesso di corteggiare, per puro spirito di gallinaio, per pura volontà di galleggiare (nel senso di "fare i galli"), ma sono cresciuti con l'idea perversa di un corpo di donna estremamente voluminoso, estremamente artificiale, estremamente nudo e, infine, sempre disponibile.
Mi chiedo, dal basso della mia misoginia e dall'alto della mia misantropia: chi ha sbagliato? le donne, che per sottrarsi al gioco antico del corteggiamento, hanno opposto una resistenza legale ma poi si sono andate sempre più spogliando in luoghi sconvenienti, o gli uomini, che sono diventati sempre più segaioli impenitenti, che hanno perduto il senso dell'agone, della competizione, per una donna, e che si sono assuefatti all'ideale, evidentemente irraggiungibile, di una donna sempre disponibile e sempre acquistabile?

Marzio Maria

lunedì 4 aprile 2011

-lavoro-