Treno Roma-Bologna. Per ingannare il ritardo, il mio vicino di posto decide di svegliarmi per annunciarmi una notizia che occuperà i giorni a venire, i salotti più o meno buoni, le telefonate, le conversazioni skype e le pagine dei giornali. “Dice che hanno ucciso Bin Laden”. E aspetta la mia reazione. Perché è questo che tutti attendono. Le reazioni dell’America. Democratica o conservatrice. Le reazioni dell’elettorato. Le reazioni dei mercati. Le reazioni dell’Islam. Le reazioni del terrorismo. Le reazioni delle Chiese d’Oriente e di Occidente. Le reazioni dell’ONU. Le reazioni dell’UE. Le reazioni.
Come quando ti servono la specialità della casa e lo chef aspetta la reazione. Come quando preparo la mia "parmigiana" e aspetto le reazioni di chi l'assaggia. Stavolta, la ricetta sembra essere di quelle messe al centro dei libri di cucina, con 5 stelline ad indicare il massimo grado di difficoltà, che in caso di riuscita danno tanta soddisfazione a chi riesce a prepararle.
Ingredienti: qualunquismo q.b. e un po’ di dietrologia, coprire fino al raggiungimento della massima solennità dell’evento. Nel frattempo, lasciare sciogliere la sensazione di inutilità per aver studiato le scuole di pensiero delle Relazioni Internazionali. Condire con "God bless" a volontà. Ecco. Servito su un vassoio d'argento : “il mondo è un posto migliore”. Bisognerà attendere per le foto da inserire nei libri di Storia - o di cucina- .Poco male. La festa può comunque cominciare.

Si tratti di ragioni Realiste o realistiche, si tratti di una vittoria della democrazia o della sconfitta del terrorismo, si tratti di ricordare Bush e/o di dimenticare Beccaria, si tratti della mia concezione europea di Giustizia lontana dal codice di Hammurabi; la mia reazione non alla morte-programmata- di Osama, ma alle manifestazioni di giubilo dall'altra parte dell'oceano è la stessa- se non più consapevole- seguita alle invettive della Fallaci dopo gi attentati dell'11 settembre. Per questo, il retrogusto amaro delle immagini di festa in USA mi ha fatto pensare a quanto scriveva Terzani, proprio alla Fallaci, dopo l’11 settembre.
Firenze, ottobre 2001
"Oriana,
dalla finestra di una casa poco lontana da quella in cui tu sei nata, guardo le lame austere ed eleganti dei cipressi contro il cielo e ti penso a guardare, dalle tue finestre a New York, il panorama dei grattacieli da cui ora mancano le Torri Gemelle. Mi torna in mente un pomeriggio di tanti, tantissimi anni fa, quando assieme facemmo una lunga passeggiata per le stradine di questi nostri colli argentati dagli ulivi. Io mi affacciavo, piccolo alla professione nella quale tu eri già grande e tu proponesti di scambiarci delle “lettere da due mondi diversi”: io dalla Cina dell’immediato dopo-Mao in cui andavo a vivere, tu dall’America. Per colpa mia non lo facemmo… Davvero mai come ora, pur vivendo sullo stesso pianeta, ho l’impressione di stare in un mondo assolutamente diverso dal tuo.
Ti scrivo anche – e pubblicamente per questo – per non far sentire troppo soli quei lettori che forse, come me sono rimastisbigottiti dalle tue invettive, quasi come dal crollo delle due torri. Là morivano migliaia di persone, e con loro il nostro senso di sicurezza; nelle tue parole sembra morire il meglio della testa umana, la ragione; il meglio del cuore, la compassione…
Pensare quel che pensi e scriverlo è un tuo diritto. Il problema è però che, grazie alla tua notorietà, la tua brillante lezione di intolleranza arriva ora anche nelle scuole, influenza tanti giovani, e questo mi inquieta. Il nostro di ora è un momento di straordinaria importanza…
E’ un momento anche di enorme responsabilità perché certe concitate parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono solo a risvegliare i nostri istinti più bassi, ad aizzare la bestia dell’odio che dorme in ognuno di noi…
“Conquistare le passioni mi pare di gran lunga più difficile che conquistare il mondo con la forza delle armi. Ho ancora un difficile cammino dinanzi a me”, scriveva nel 1925 quella bell’anima di Gandhi. E aggiungeva: “finché l’uomo non si metterà di sua volontà all’ultimo posto fra le altre creature sulla terra, non ci sarà per lui alcuna salvezza”.
E tu, Oriana, mettendoti al primo posto di questa crociata contro tutti quelli che non sono come te o che ti sono antipatici, credi davvero di offrirci la salvezza? La salvezza non è nella tua rabbia accalorata, né nella calcolata campagna militare chiamata, tanto per rendercela più accettabile, “libertà duratura”. O tu pensi davvero che la violenza sia il miglior modo per sconfiggere la violenza?…
Abbiamo perso la misura di chi siamo, il senso di quanto fragile e interconnesso sia il mondo in cui viviamo, e ci illudiamo di poter usare una dose, magari “intelligente” di violenza per mettere fine alla terribile violenza altrui…
A te, Oriana i kamikaze non interessano. A me tanto, invece. Ho passato giorni in Sri Lanka con alcuni giovani delle Tigri Tamil, votati al suicidio. Mi interessano i giovani palestinesi di Hamas che si fanno saltare in aria nelle pizzerie israeliane. Un po’ di pietà sarebbe forse venuta anche a te se in Giappone, sull’isola di Kyushu, tu avessi visitato Chiran, il centro dove i primi kamikaze vennero addestrati, e tu avessi letto le parole, a volte poetiche e tristissime, scritte segretamente prima di andare, riluttanti, a morire per la bandiera e per l’imperatore.
I kamikaze mi interessano perché vorrei capire che cosa li rende così disposti a quell’innaturale atto che è il suicidio e che cosa potrebbe fermarli…
Non si tratta di giustificare, di condonare, ma di capire. Capire, perché io sono convinto che il problema del terrorismo non si risolverà uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali.
Niente nella storia umana è semplice da spiegare e tra un fatto ed un altro c’è raramente una correlazione diretta e precisa. Ogni evento, anche nella nostra vita, è il risultato di migliaia di cause che producono, assieme a quell’evento, altre migliaia di effetti, che a loro volta sono le cause di altre migliaia di effetti. L’attacco alle Torri Gemelle è uno di questi eventi; il risultato di tanti e complessi fatti antecedenti…
Perché non rivediamo la nostra dipendenza economica dal petrolio? Perché non studiamo davvero, come avremmo potuto già fare da una ventina d’anni, tutte le possibili fonti alternative di energia?…
Magari salviamo così anche l’Alaska che proprio un paio di mesi fa è stata aperta ai trivellatori, guarda caso dal presidente Bush, le cui radici politiche – tutti lo sanno – sono fra i petrolieri.
A proposito del petrolio, Oriana, sono certo che anche tu avrai notato come, con tutto quel che si sta scrivendo e dicendo sull’Afganistan in questi giorni, pochissimi fanno notare che il grande interesse per questo paese è legato al fatto d’essere il passaggio obbligato di qualsiasi conduttura voglia portare le immense risorse di metano e petrolio dell’Asia centrale (vale a dire di quelle repubbliche ex sovietiche ora tutte, improvvisamente, alleate con gli Stati Uniti) verso il Pakistan, l’India e da li nei paesi del sud-est asiatico. Il tutto senza dover passare dall’Iran…
L’aver diviso il mondo in maniera – mi pare – “talebana”, fra “quelli che stanno con noi e quelli contro di noi”, crea ovviamente i presupposti per quel clima da caccia alle streghe di cui l’America ha già sofferto negli anni ’50 col maccartismo, quando tanti intellettuali, funzionari di Stato e accademici, ingiustamente accusati di essere comunisti o loro simpatizzanti, vennero perseguitati, processati e in moltissimi casi lasciati senza lavoro.
Il tuo attacco, Oriana – anche a colpi di sputo - , alle “cicale” e agli intellettuali “del dubbio” va in quello stesso senso. Dubitare è una funzione essenziale del pensiero; il dubbio è il fondo della nostra cultura. Voler togliere il dubbio dalle nostre teste è come volere togliere l’aria ai nostri polmoni. Io non pretendo affatto d’aver risposte chiare e precise ai problemi del mondo (per questo non faccio il politico), ma penso sia utile che mi si lasci dubitare delle risposte altrui e mi si lasci porre delle oneste domande. In questi tempi di guerra non deve essere un crimine parlare di pace…
Il nostro mestiere consiste anche nel semplificare quel che è complicato. Ma non si può esagerare, Oriana, presentando Arafat come la quintessenza della doppiezza e del terrorismo e indicando le comunità di immigrati mussulmani da noi come incubatrici di terroristi. Le tue argomentazioni verranno ora usate nelle scuole contro quelle buoniste, da libro Cuore, ma tu credi che gli Italiani di domani, educati a questo semplicismo intollerante, saranno migliori?
Non sarebbe invece meglio che imparassero, a lezione di religione, anche che cosa è l’Islam? Che a lezione di letteratura leggessero anche Rumi o il da te disprezzato Omar Khayyam? Non sarebbe meglio che ci fossero quelli che studiano l’arabo, oltre ai tanti che già studiano l’inglese e magari il giapponese? Lo sai che al ministero degli Esteri di questo nostro paese affacciato sul Mediterraneo e sul mondo musulmano ci sono solo due funzionari che parlano arabo? Uno attualmente è come capita da noi, console ad Adelaide, in Australia…
“Noi abbiamo tutte le prove contro Warren Anderson, presidente della Union Carbide. Aspettiamo che ce lo estradiate”, scrive in questi giorni dall’india agli americani, ovviamente a mo’ di provocazione, Arundhati Roy, la scrittrice di “il Dio delle piccole cose”…
La Roy ha usato della discussione mondiale su Osama bin Laden per chiedere che venga portato dinnanzi a un tribunale indiano il presidente americano della Union Carbide, responsabile dell’esplosione che nel 1984, nella fabbrica chimica di Bhopal in India, fece 16.000 morti. Un terrorista anche lui? Dal punto di vista di quei morti forse si.
Il terrorista che ora ci viene additato come il “nemico” da abbattere è il miliardario saudita che da una tana nelle montagne dell’Afganistan, ordina l’attacco alle torri gemelle; è l’ingeniere-pilota, islamico fanatico, che in nome di Allah uccide se stesso e migliaia di innocenti; è il ragazzo palestinese che con una borsetta imbottita di dinamite si fa esplodere in mezzo ad una folla.
Dobbiamo però accettare che per altri il “terrorista” possa essere l’uomo d’affari che arriva in un paese povero del terzo mondo con nella borsetta non una bomba ma i piani per la costruzione di una fabbrica chimica che, a causa di rischi di esplosione e inquinamento, non potrebbe mai essere costruita in un paese ricco del Primo mondo. E la centrale nucleare che fa ammalare la gente che ci vive vicino? E la diga che disloca decine di migliaia di famiglie? O semplicemente la costruzione di tante piccole industrie che cementificano risaie secolari, trasformando migliaia di contadini in operai per produrre scarpe da ginnastica o radioline, fino al giorno in cui è più conveniente portare quelle lavorazioni altrove le fabbriche chiudono, gli operai restano senza lavoro e non essendoci più i campi per far crescere il riso la gente muore di fame?
Questo non è relativismo. Voglio solo dire che il terrorismo, come modo di usare la violenza, può anche esprimersi in varie forme, a volte anche economiche, e che sarà difficile arrivare a una definizione comune del nemico da debellare…
Un mondo “più giusto” è forse quel che noi tutti, ora più che mai, potremmo pretendere. Un mondo in cui chi ha tanto si preoccupa di chi non ha nulla; un mondo retto da principi di legalità e ispirato ad un po’ di moralità…
Eppure un giorno la politica dovrà ricongiungersi con l’etica se vorremo vivere in un mondo migliore…
Ti saluto, Oriana e ti auguro di tutto cuore di trovare pace.
Perché se quella non è dentro di noi non sarà mai da nessuna parte. "
Miss E. con l'inconsapevole collaborazione di T.Terzani