giovedì 2 giugno 2011

Buona festa della Repubblica a tutti!

lunedì 30 maggio 2011

Libertà è partecipazione. Diciamolo: il 12 e il 13 giugno SI VOTA!

 ll 12 e il 13 giugno siamo chiamati alle urne.

Si tratta di un nostro diritto e, contemporaneamente, di un dovere, in quanto cittadini.  
Due sono le ragioni che dovrebbero spingerci verso le urne:
     Anzitutto, il referendum è un istituto di democrazia diretta che consente a ciascuno di noi di partecipare in prima persona al processo decisionale. Come scriveva Sciascia: i referendum sono gli avvenimenti più democratici mai verificatisi in Italia, quelli che hanno dato veramente un’immagine di questo Paese, che non si ha mai attraverso i risultati delle elezioni politiche o amministrative
    Inoltre, i temi su cui siamo chiamati ad esprimerci ci riguardano da vicino: la gestione delle risorse idriche, la (-presunta-) politica energetica, nonché il legittimo impedimento.
Indipendentemente, quindi, dall’orientamento politico, la partecipazione è fondamentale.
Eppure, le “peculiarità” del nostro sistema di informazione ostacolano la diffusione dei quesiti, con un duplice danno: impediscono un dibattito aperto e svuotano l’istituto referendario della sua valenza democratica; con un obiettivo: spingere all’astensione per impedire il raggiungimento del quorum.

E allora cosa si fa? Diffondiamo con i mezzi a nostra disposizione: “porta a porta” reale e virtuale. Parliamone. Discutiamone. Raggiungiamo il quorum e celebriamo la Democrazia.

Nel concreto, i quesiti a cui rispondere (per ora)sono 4:
         1.Primo quesito: (Acqua)
 Vuoi eliminare la legge che dà l'affidamento a soggetti privati o privati/pubblici la gestione del servizio idrico? 
2. Secondo quesito (Acqua)
 Vuoi eliminare la legge che consente al gestore di avere un profitto proprio sulla tariffa dell'acqua, indipendente   da un reinvestimento per la riqualificazione della rete idrica? 
3. Terzo quesito (Centrali Nucleari)
Vuoi eliminare la legge che permette la costruzione di centrali nucleari sul territorio italiano? 
 4. Quarto quesito (Legittimo Impedimento)
Vuoi eliminare la legge che permette al Presidente del Consiglio dei Ministri e ai Ministri di non comparire in udienza penale durante la loro carica? 






domenica 15 maggio 2011

Un voto alla democrazia ed uno alla libertà

Prima di conoscere i risultati delle elezioni amministrative in corso di svolgimento in diverse province e comuni d’Italia, ho pensato di riepilogare alcune delle più belle emozioni della campagna  elettorale (in particolare del PD) vissute finora .
A Torino, ad esempio, c’è stato l’autoironico Fassino che ha distribuito i grissini della Derby, nonché offerto diversi altri banchetti con l’appoggio di Eataly, puntando sull’effetto pancia piena, che accontenta sempre tutti. Amelia Frascaroli a Bologna aveva già messo in atto l’operazione tè e fetta di torta chez soi per ottenere le firme necessarie per concorrere alle primarie del PD bolognese, che ha tentato di riabilitare la propria immagine post-scandalo di Del Bono e di riorganizzarsi per il post-ritiro di Cevenini celebrando la massima espressione della democraticità del Partito Democratico: le elezioni primarie. Poco importava che la destra bolognese avesse gettato subito la spugna ed avesse deciso, a Bologna come altrove, di giocare solo le battaglie che si possono vincere, lasciando all’impavido scalatore della Lega Nord l’impresa di espugnare la rossa vetta felsinea  (impresa considerata da molti risibile, ma per me non c’è nulla da ridere): le primarie s’avevano da fare perché sono democratiche!

Quindi s’avevano da fare anche a Napoli, dove, a parte l’elemento di colore-folklore dei 400 cinesi avvistati in fila per votare per il candidato Cozzolino – Napoli è una delle città più integrate d’Europa, dove i fondamenti dell’integrazione risiedono nell’arte dell’arrangiarsi e nello sfruttamento reciproco, quando non nell’illegalità in termini stretti – le primarie si adeguano all’anima drammatica della città e diventano commedia dell’arte. Per fortuna che però poi a Napoli è sbarcato anche l’esercito a fare campagna elettorale e il livello del dibattito politico si è notevolmente risollevato...


Democrazia e libertà sono le parole più abusate della storia politica recente e, trovandosi a campeggiare nei nomi dei due maggiori partiti politici nazionali, sono finite per trovarsi paradossalmente in contrapposizione. 
Ma cosa si intende per libertà quando si fa campagna elettorale in una cittadina del sud Italia di circa 60000 abitanti? Che cosa significa lo slogan: “Nocera libera”? Libera da cosa? Dal giogo del pizzo e della criminalità organizzata? Dall’immobilismo economico e finanziario? Da società consortili che sprecano e ripartiscono ad aziende fantasma i fondi investiti per la riconversione di aree industriali (vedi Salerno Sviluppo)? O da società miste che gestiscono l’intero ciclo dell’acqua sul territorio sarnese-vesuviano (si legga Gori)? Macché! Libera dalla spazzatura per le strade? No, per quella ci vuole l’esercito, che c’entra la libertà? 
Parafrasando Roberto Benigni, sapete, a Nocera Inferiore, qual è il problema? Il traffico. E allora:  liberateci dai vigili urbani, la cui presenza crea ancora più disagi alla viabilità; liberateci dai sensi unici e dalle ingombranti aree pedonali; liberateci dalle inutili rotonde verdeggianti e dai semafori molesti! I cittadini vogliono avere strada libera! Verso dove, però, non si sa.


Buone elezioni, democratiche e libere, a tutti voi.


L'italiana 1/2

martedì 3 maggio 2011

Caro Obama ti scriverei: "STAY HUMAN!"

Treno Roma-Bologna. Per ingannare il ritardo, il mio vicino di posto decide di svegliarmi per annunciarmi una notizia che occuperà i giorni a venire, i salotti più o meno buoni, le telefonate, le conversazioni skype e le pagine dei giornali. “Dice che hanno ucciso Bin Laden”. E aspetta la mia reazione. Perché è questo che tutti attendono. Le reazioni dell’America. Democratica o conservatrice. Le reazioni dell’elettorato. Le reazioni dei mercati. Le reazioni dell’Islam. Le reazioni del terrorismo. Le reazioni delle Chiese d’Oriente e di Occidente. Le reazioni dell’ONU. Le reazioni dell’UE. Le reazioni.
Come quando ti servono la specialità della casa e lo chef aspetta la reazione. Come quando preparo la mia "parmigiana" e aspetto le reazioni di chi l'assaggia. Stavolta,  la ricetta sembra essere di quelle messe al centro dei libri di cucina, con 5 stelline ad indicare il massimo grado di difficoltà, che in caso di riuscita danno tanta soddisfazione a chi riesce a prepararle.


Ingredienti: qualunquismo q.b. e un po’ di dietrologia, coprire fino al raggiungimento della massima solennità dell’evento. Nel frattempo, lasciare sciogliere la sensazione di inutilità per aver studiato le scuole di pensiero delle Relazioni Internazionali. Condire con "God bless" a volontà. Ecco. Servito su un vassoio d'argento : “il mondo è un posto migliore”.  Bisognerà attendere per le foto da inserire nei libri di Storia - o di cucina- .Poco male. La festa può comunque cominciare.

Si tratti di ragioni Realiste o realistiche, si tratti di una vittoria della democrazia o della sconfitta del terrorismo, si tratti di ricordare Bush e/o di dimenticare Beccaria, si tratti della mia concezione europea di Giustizia lontana dal codice di Hammurabi; la mia reazione non alla morte-programmata- di Osama, ma alle manifestazioni di giubilo dall'altra parte dell'oceano è la stessa- se non più consapevole- seguita alle invettive della Fallaci dopo gi attentati dell'11 settembre. Per questo, il retrogusto amaro delle immagini di festa in USA mi ha fatto pensare a quanto scriveva Terzani, proprio alla Fallaci, dopo l’11 settembre.






Firenze, ottobre 2001

"Oriana,

dalla finestra di una casa poco lontana da quella in cui tu sei nata, guardo le lame austere ed eleganti dei cipressi contro il cielo e ti penso a guardare, dalle tue finestre a New York, il panorama dei grattacieli da cui ora mancano le Torri Gemelle. Mi torna in mente un pomeriggio di tanti, tantissimi anni fa, quando assieme facemmo una lunga passeggiata per le stradine di questi nostri colli argentati dagli ulivi. Io mi affacciavo, piccolo alla professione nella quale tu eri già grande e tu proponesti di scambiarci delle “lettere da due mondi diversi”: io dalla Cina dell’immediato dopo-Mao in cui andavo a vivere, tu dall’America. Per colpa mia non lo facemmo… Davvero mai come ora, pur vivendo sullo stesso pianeta, ho l’impressione di stare in un mondo assolutamente diverso dal tuo.
Ti scrivo anche – e pubblicamente per questo – per non far sentire troppo soli quei lettori che forse, come me sono rimastisbigottiti dalle tue invettive, quasi come dal crollo delle due torri. Là morivano migliaia di persone, e con loro il nostro senso di sicurezza; nelle tue parole sembra morire il meglio della testa umana, la ragione; il meglio del cuore, la compassione…  
Pensare quel che pensi e scriverlo è un tuo diritto. Il problema è però che, grazie alla tua notorietà, la tua brillante lezione di intolleranza arriva ora anche nelle scuole, influenza tanti giovani, e questo mi inquieta. Il nostro di ora è un momento di straordinaria importanza… 
E’ un momento anche di enorme responsabilità perché certe concitate parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono solo a risvegliare i nostri istinti più bassi, ad aizzare la bestia dell’odio che dorme in ognuno di noi… 
“Conquistare le passioni mi pare di gran lunga più difficile che conquistare il mondo con la forza delle armi. Ho ancora un difficile cammino dinanzi a me”, scriveva nel 1925 quella bell’anima di Gandhi. E aggiungeva: “finché l’uomo non si metterà di sua volontà all’ultimo posto fra le altre creature sulla terra, non ci sarà per lui alcuna salvezza”.
E tu, Oriana, mettendoti al primo posto di questa crociata contro tutti quelli che non sono come te o che ti sono antipatici, credi davvero di offrirci la salvezza? La salvezza non è nella tua rabbia accalorata, né nella calcolata campagna militare chiamata, tanto per rendercela più accettabile, “libertà duratura”. O tu pensi davvero che la violenza sia il miglior modo per sconfiggere la violenza?… 
Abbiamo perso la misura di chi siamo, il senso di quanto fragile e interconnesso sia il mondo in cui viviamo, e ci illudiamo di poter usare una dose, magari “intelligente” di violenza per mettere fine alla terribile violenza altrui… 
A te, Oriana i kamikaze non interessano. A me tanto, invece. Ho passato giorni in Sri Lanka con alcuni giovani delle Tigri Tamil, votati al suicidio. Mi interessano i giovani palestinesi di Hamas che si fanno saltare in aria nelle pizzerie israeliane. Un po’ di pietà sarebbe forse venuta anche a te se in Giappone, sull’isola di Kyushu, tu avessi visitato Chiran, il centro dove i primi kamikaze vennero addestrati, e tu avessi letto le parole, a volte poetiche e tristissime, scritte segretamente prima di andare, riluttanti, a morire per la bandiera e per l’imperatore.
I kamikaze mi interessano perché vorrei capire che cosa li rende così disposti a quell’innaturale atto che è il suicidio e che cosa potrebbe fermarli… 
Non si tratta di giustificare, di condonare, ma di capire. Capire, perché io sono convinto che il problema del terrorismo non si risolverà uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali.
Niente nella storia umana è semplice da spiegare e tra un fatto ed un altro c’è raramente una correlazione diretta e precisa. Ogni evento, anche nella nostra vita, è il risultato di migliaia di cause che producono, assieme a quell’evento, altre migliaia di effetti, che a loro volta sono le cause di altre migliaia di effetti. L’attacco alle Torri Gemelle è uno di questi eventi; il risultato di tanti e complessi fatti antecedenti… 
Perché non rivediamo la nostra dipendenza economica dal petrolio? Perché non studiamo davvero, come avremmo potuto già fare da una ventina d’anni, tutte le possibili fonti alternative di energia?… 
Magari salviamo così anche l’Alaska che proprio un paio di mesi fa è stata aperta ai trivellatori, guarda caso dal presidente Bush, le cui radici politiche – tutti lo sanno – sono fra i petrolieri.
A proposito del petrolio, Oriana, sono certo che anche tu avrai notato come, con tutto quel che si sta scrivendo e dicendo sull’Afganistan in questi giorni, pochissimi fanno notare che il grande interesse per questo paese è legato al fatto d’essere il passaggio obbligato di qualsiasi conduttura voglia portare le immense risorse di metano e petrolio dell’Asia centrale (vale a dire di quelle repubbliche ex sovietiche ora tutte, improvvisamente, alleate con gli Stati Uniti) verso il Pakistan, l’India e da li nei paesi del sud-est asiatico. Il tutto senza dover passare dall’Iran… 
L’aver diviso il mondo in maniera – mi pare – “talebana”, fra “quelli che stanno con noi e quelli contro di noi”, crea ovviamente i presupposti per quel clima da caccia alle streghe di cui l’America ha già sofferto negli anni ’50 col maccartismo, quando tanti intellettuali, funzionari di Stato e accademici, ingiustamente accusati di essere comunisti o loro simpatizzanti, vennero perseguitati, processati e in moltissimi casi lasciati senza lavoro.
Il tuo attacco, Oriana – anche a colpi di sputo - , alle “cicale” e agli intellettuali “del dubbio” va in quello stesso senso. Dubitare è una funzione essenziale del pensiero; il dubbio è il fondo della nostra cultura. Voler togliere il dubbio dalle nostre teste è come volere togliere l’aria ai nostri polmoni. Io non pretendo affatto d’aver risposte chiare e precise ai problemi del mondo (per questo non faccio il politico), ma penso sia utile che mi si lasci dubitare delle risposte altrui e mi si lasci porre delle oneste domande. In questi tempi di guerra non deve essere un crimine parlare di pace… 
Il nostro mestiere consiste anche nel semplificare quel che è complicato. Ma non si può esagerare, Oriana, presentando Arafat come la quintessenza della doppiezza e del terrorismo e indicando le comunità di immigrati mussulmani da noi come incubatrici di terroristi. Le tue argomentazioni verranno ora usate nelle scuole contro quelle buoniste, da libro Cuore, ma tu credi che gli Italiani di domani, educati a questo semplicismo intollerante, saranno migliori?
Non sarebbe invece meglio che imparassero, a lezione di religione, anche che cosa è l’Islam? Che a lezione di letteratura leggessero anche Rumi o il da te disprezzato Omar Khayyam? Non sarebbe meglio che ci fossero quelli che studiano l’arabo, oltre ai tanti che già studiano l’inglese e magari il giapponese? Lo sai che al ministero degli Esteri di questo nostro paese affacciato sul Mediterraneo e sul mondo musulmano ci sono solo due funzionari che parlano arabo? Uno attualmente è come capita da noi, console ad Adelaide, in Australia… 
“Noi abbiamo tutte le prove contro Warren Anderson, presidente della Union Carbide. Aspettiamo che ce lo estradiate”, scrive in questi giorni dall’india agli americani, ovviamente a mo’ di provocazione, Arundhati Roy, la scrittrice di “il Dio delle piccole cose”… 
La Roy ha usato della discussione mondiale su Osama bin Laden per chiedere che venga portato dinnanzi a un tribunale indiano il presidente americano della Union Carbide, responsabile dell’esplosione che nel 1984, nella fabbrica chimica di Bhopal in India, fece 16.000 morti. Un terrorista anche lui? Dal punto di vista di quei morti forse si.
Il terrorista che ora ci viene additato come il “nemico” da abbattere è il miliardario saudita che da una tana nelle montagne dell’Afganistan, ordina l’attacco alle torri gemelle; è l’ingeniere-pilota, islamico fanatico, che in nome di Allah uccide se stesso e migliaia di innocenti; è il ragazzo palestinese che con una borsetta imbottita di dinamite si fa esplodere in mezzo ad una folla.
Dobbiamo però accettare che per altri il “terrorista” possa essere l’uomo d’affari che arriva in un paese povero del terzo mondo con nella borsetta non una bomba ma i piani per la costruzione di una fabbrica chimica che, a causa di rischi di esplosione e inquinamento, non potrebbe mai essere costruita in un paese ricco del Primo mondo. E la centrale nucleare che fa ammalare la gente che ci vive vicino? E la diga che disloca decine di migliaia di famiglie? O semplicemente la costruzione di tante piccole industrie che cementificano risaie secolari, trasformando migliaia di contadini in operai per produrre scarpe da ginnastica o radioline, fino al giorno in cui è più conveniente portare quelle lavorazioni altrove le fabbriche chiudono, gli operai restano senza lavoro e non essendoci più i campi per far crescere il riso la gente muore di fame?
Questo non è relativismo. Voglio solo dire che il terrorismo, come modo di usare la violenza, può anche esprimersi in varie forme, a volte anche economiche, e che sarà difficile arrivare a una definizione comune del nemico da debellare… 
Un mondo “più giusto” è forse quel che noi tutti, ora più che mai, potremmo pretendere. Un mondo in cui chi ha tanto si preoccupa di chi non ha nulla; un mondo retto da principi di legalità e ispirato ad un po’ di moralità… 
Eppure un giorno la politica dovrà ricongiungersi con l’etica se vorremo vivere in un mondo migliore… 
Ti saluto, Oriana e ti auguro di tutto cuore di trovare pace. 
Perché se quella non è dentro di noi non sarà mai da nessuna parte. "

Miss E. con l'inconsapevole collaborazione di T.Terzani
  

lunedì 25 aprile 2011

Resistencia



25 Aprile 1945
25 Aprile 1974
25 Aprile 2011
Continuiamo a resistere... sempre

martedì 19 aprile 2011

Stiamo lavorando...per noi!



Italia Lavoro S.p.A., società nata nel 1997, totalmente partecipata dal Ministero dell'Economia e delle Finanze e che opera come agenzia tecnica del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, simboleggia, oggi, con la sua ossimorica ragione sociale, il paradosso della situazione dei diritti dei lavoratori e del mercato occupazionale in Italia. Secondo la nota diffusa qualche giorno fa dal NIdiL (Nuove Identità di Lavoro), gruppo della CGIL che rappresenta i lavoratori atipici, l’agenzia tecnica che si occupa della “promozione e gestione di azioni nel campo delle politiche del lavoro, dell'occupazione e dell'inclusione sociale”, così come recita la filantropica mission descritta sul sito dell’agenzia, ha rescisso il contratto con numerosi collaboratori a progetto – la nota non ne precisa il numero – tra cui anche una collaboratrice al sesto mese di gravidanza. Sul sito del NIdiL è allegata anche la lettera di denuncia della suddetta collaboratrice e la lettera di replica di Italia Lavoro alla redazione del Fatto Quotidiano, che aveva riportato la notizia dei licenziamenti, i quali, nella replica, vengono definiti piuttosto come “impossibilità a proseguire il rapporto”, finezza semantica che io, così come il giornalista Luca Telese che ha commentato la replica, non sono stata in grado di cogliere, pur essendo un’appassionata linguista. Sempre la replica recita che tale impossibilità è nata “a seguito della contestazione circa la natura giuridica della collaborazione a progetto in essere”: facendo appello alle mie poche doti di mediatrice linguistica, posso in pratica tradurre che le lettere di rescissione sono state recapitate dopo che a gennaio questi collaboratori avevano comunicato la volontà di interrompere i termini dei loro diritti di impugnazione, così come  previsto dall’articolo 32 del nuovissimo ed attesissimo “collegato lavoro”, enigmatico appellativo per definire la legge del 4 novembre 2010, n. 183.

Una mia vecchia conoscenza, Italia Lavoro. Mia sorella vi ha svolto uno stage della durata totale di un anno tra il 2007 e il 2008: contratto iniziale di stage di 6 mesi rinnovato per ulteriori 6 mesi alla scadenza del primo, con retribuzione mensile di 500 euro. Inizialmente aveva ottenuto il colloquio per lo stage attraverso gli organizzatori del Master in Gestione delle Risorse Umane che ha frequentato a Roma, poi l’agenzia ha deciso di riconfermarla per ulteriori 6 mesi con qualche accenno a buone prospettive d’inserimento future – sia chiaro, solo accenni, apprezzamenti per il suo lavoro, nessuna promessa ufficiosa o ufficiale. In ogni caso, pochi giorni prima della scadenza del secondo semestre di stage, l’hanno salutata con caldi ringraziamenti per il lavoro svolto e con il rammarico di non poterla assumere perché non avevano bisogno di altre risorse in quella determinata area. Non avevano bisogno di altre risorse perché in effetti avevano confermato un’altra ragazza a cui hanno offerto un contratto a tempo determinato (l’Illustre quasi Estinto): al suo posto, avevano quindi preso una “raccomandata”, come le hanno riferito poi i suoi ex-colleghi… le solite malelingue! A distanza di circa un mese infatti la richiamano e le offrono un contratto a progetto (eccolo!) per lavorare in un’altra area: “Amministrazione Stage”… e a questo punto non si può dire che ai signori di Italia Lavoro manchi l’ironia. Ad ogni modo, a lei non interessava più, aveva già trovato qualcos’altro – si, solo pochissimi anni fa ancora si trovava qualcos’altro e si potevano rifiutare co.co.pro. – e tutto è bene quel che finisce bene, certo non per i collaboratori dell’agenzia appena licenziati.[1]

La gravità degli episodi riguardanti Italia Lavoro risiede nel fatto che comportamenti ambigui e pregiudizievoli nei confronti dei diritti e della dignità dei lavoratori giungano proprio da quegli stessi enti che si propongono di tutelarli. Sono gli enti pubblici come i Ministeri che dovrebbero offrire buoni esempi e modelli di rapporti di lavoro ed invece promuovono tirocini non retribuiti presso i propri uffici, come fa il Ministero degli Affari Esteri; tirocini che, nella maggior parte dei casi, si dimostrano per lo stagista solo molto onerosi dal punto di vista finanziario e molto poco produttivi e formativi.
Gli stage non retribuiti rappresentano l’obiettivo contro cui combatte il “Manifesto dello Stagista”, movimento di opinione nato sul web come iniziativa del portale scambieuropei.com che pubblica offerte di stage, tirocini, scambi e lavori per i giovani in tutta Europa, offerte tra le quali molto spesso emergono quelle di stage non retribuiti, anche e soprattutto da parte di istituzioni pubbliche. Hanno deciso quindi di redigere un manifesto articolato in tre punti semplici ma fondamentali che specificano quali dovrebbero essere i termini ideali che devono disciplinare i contratti di stage. Hanno redatto anche una lettera di risposta da inoltrare a quelle entità che offrono stage privi di retribuzione o rimborso spese per pretendere, invece, che siano previsti dal contratto. Eppure i giovani continuano ad accettare stage non retribuiti pur di poter fare un po’ di esperienza, pur di poter lavorare.

Come possono quindi pretendere i lavoratori il rispetto dei propri diritti da aziende private, quando gli enti pubblici sono cattivi maestri? Quando un ente pubblico come l’Istituto per il Commercio Estero investe i propri fondi – ovvero i nostri fondi – insieme ad Università e Regione, per organizzare un Master di II livello e non è in grado di garantire per i frequentanti un minimo di retribuzione da parte delle aziende per la fase di stage (del resto per loro è già stata un’impresa, malriuscita, cercare di garantire l’effettivo svolgimento dello stage!). Questa volta sto parlando di me.
Allora, cosa mi aspetto io dall’azienda presso la quale svolgo attualmente lo stage – che si presenta a me come una figura mitologica degna del Minotauro: metà sfruttamento e metà elemosina, all’insegna dell’ambiguità della frase “Vediamo cosa possiamo farti fare”, che cambia sfumatura di significato a seconda se viene pronunciata in tono minaccioso oppure caritatevole. Eppure qualche giorno fa mi lasciano leggere abusivamente la mail aziendale diffusa ai dipendenti della divisione che ospita me ed altri neo-arruolati colleghi stagisti e scopro di essere tra i “talenti” da formare e di cui l’azienda è alla ricerca per un possibile futuro inserimento nella company (si si le parole sono importanti ma la mail diceva proprio così). Il giorno dopo, quindi, mi sento un potenziale talento, ma alcuni dipendenti dell’azienda cominciano a mostrare diffidenza e a temere per il proprio posto di lavoro: “se vogliono inserire dei giovani, allora noi ce ne dovremo andare… se sono alla ricerca di talenti, significa che noi non lo siamo…”. Perché è così che funziona in Italia: non si assumono nuove risorse per crescere, ma per rimpiazzare e, perché no, per risparmiare: è l’imperativo della conservazione. E per conservare il posto di lavoro i dipendenti possono decidere di conservare per sé e di non condividere le proprie conoscenze e la propria esperienza, unica assicurazione sulla loro prerogativa di indispensabilità. Sto parlando di dipendenti con contratto a tempo indeterminato (che ai neolaureati appare un po’ come l’Utopia di Thomas More).
Allora, quando anche la più tutelata delle categorie comincia a temere in maniera immotivata ed irrazionale per il proprio lavoro, forse significa che ormai la precarietà è diventata una categoria dell’anima, uno stato mentale o forse una patologia… e che ha afferrato tutti noi.

L'italiana 1/2


Replica di Italia Lavoro su Il Fatto Quotidiano: http://www.nidil.cgil.it/files/ilfatto16_04_2011.pdf


Manifesto dello stagista: http://www.manifestodellostagista.org/


Blog dove si possono trovare maggiori informazioni sulle diverse tipologie contrattuali e diritti dei lavoratori: http://www.lavoroediritti.com/





[1] Tengo a precisare che mia sorella mi ha autorizzato al trattamento dei suoi dati personali e alla diffusione delle sue vicende private e che attualmente “purtroppo” lavora in banca, per chi si chiedesse che fine abbia fatto

giovedì 7 aprile 2011

Un paese di puttanieri

E' accaduto stamattina. Stavo andando in bicicletta, percorrendo una via centrale della mia città, quando un motociclista sulla quarantina mi sorpassa, pur non andando a grande velocità, e poche diecine di metri più avanti s'accosta ad una signorina che, sul lato assolato della strada, stava ferma, in evidente attesa. Vedo il tipo che le dice qualcosa, lei che fa per scostarsi, quindi lui che le dice qualcos'altro. Queste parole devono essere particolarmente irritanti per la signorina, perchè pochi istanti dopo averle ascoltate lo stava prendendo a borsettate. Sì sì, a borsettate, con la sua non piccola borsa di fintapelle, o forse di pelle vera, che portava appoggiata sulla spalla. Io vedo la scena, accelero la pedalata e in pochi secondi sono lì. Ma il centauro s'è allontanata e la signorina è rimasta sola sul marciapiede, incredula. Alle mie domande di cosa fosse successo, e se aveva bisogno di aiuto -inutile dire che tra i molti che popolavano la via, solo io mi sono accostato a lei- , dopo qualche momento di smarrimento mi ha detto quel che le era poco innanzi accaduto: l'uomo le si era avvicinato e le aveva chiesto "Quanto vuoi?", lei si era allontanata; allora lui le ha detto, a voce un po' più alta "Dai, ti do cinquanta euro...", con fare sornione, come a dire che l'offerta era imperdibile. Lei allora si era incazzata e anzichè urlare o scappare lo ha preso a borsettate, e quello, meno male, non ha insistito più di tanto, e vigliaccamente com'era venuto se n'è andato. Io non ho saputo che dire alla signorina perchè ero più smarrito e  stupito di lei. La prima cosa che ho pensato, e lei ha convenuto con me, è che era un pazzo.
Però la faccenda merita qualche riflessione in più, a freddo: anzitutto, il fatto è avvenuto in pieno giorno, in una via del centro; la signorina, che era vestita con jeans e camicia, non aveva alcun fare invitante e stava certamente aspettando qualcuno, senza alcuna ambiguità di sorta. Ora, chiunque abbia visto delle mignotte, anche di giorno, sa che queste si mettono su larghe vie battute dai camionisti, sono mezzo nude, e se hanno anche loro l'atteggiamento di aspettare, stanno aspettando chiaramente qualcuno che le abbordi. Del fatto che nessuno abbia detto niente davanti ad una ragazza che prende a borsettate un uomo, non c'è bisogno di stupirsi o d'interrogarsi. Interrogarsi invece bisogna sui motivi che hanno spinto questo soggetto, che non aveva tratti di delinquente lombrosiano, che era vestito con una certa attenzione, che portava una moto senza zigzagare, e che quindi, forse, non era né ubriaco né drogato, ad avvicinarsi ad una signorina, tra le tante, e ad offrirle del danaro per accompagnarsi con lui nel segreto d'una alcova (certamente non avrebbe preteso di consumare sullo stretto sedile della moto, almeno si spera).
Io mi sono dato questa risposta: viviamo in un paese di puttanieri. Il corpo della donna è così mercificato, svilito, monetizzato, materializzato dal contesto in cui quotidianamente viviamo da poter essere acquistato a qualunque ora del giorno e della notte, senza ritegno, senza pudori, senza problemi. Ma, mi si potrà dire, da sempre le puttane si offrono a pagamento, sul ciglio della strada. E' vero, e sarà sempre così, perché sempre ci saranno donne che sono convinte, dalle circostanze o dalla spregiudicatezza, d'esser sedute sulla propria fortuna. Ma la signorina in questione non mostrava alcuna caratteristica "classica" della puttana.
 Il corpo della donna tout court, di qualunque donna, è una merce da banco, è un oggetto in esposizione, che, se non ha il cartellino, può comunque essere comperato, casomai, com'è successo stamattina, offrendo una cifra congrua.
Una volta accadeva che la donna, in strada, che evidentemente non faceva il mestiere, venisse circondata di complimenti (più o meno eleganti) o da fischi. Poi s'è ritenuto sconveniente per la donna che questo accadesse, e così s'è ritenuto di dichiarare "molestia" un simile atteggiamento, che non prevedeva alcuna risposta attiva o passiva da parte dell'interessata che, al più, poteva sentirsi lusingata o imbarazzata. E così gli uomini hanno smesso di corteggiare, per puro spirito di gallinaio, per pura volontà di galleggiare (nel senso di "fare i galli"), ma sono cresciuti con l'idea perversa di un corpo di donna estremamente voluminoso, estremamente artificiale, estremamente nudo e, infine, sempre disponibile.
Mi chiedo, dal basso della mia misoginia e dall'alto della mia misantropia: chi ha sbagliato? le donne, che per sottrarsi al gioco antico del corteggiamento, hanno opposto una resistenza legale ma poi si sono andate sempre più spogliando in luoghi sconvenienti, o gli uomini, che sono diventati sempre più segaioli impenitenti, che hanno perduto il senso dell'agone, della competizione, per una donna, e che si sono assuefatti all'ideale, evidentemente irraggiungibile, di una donna sempre disponibile e sempre acquistabile?

Marzio Maria

lunedì 4 aprile 2011

-lavoro-

martedì 22 marzo 2011

Give secret politics a chance

Quando mi sono trovato davanti l'articolo del politologo americano -ma ammanicatissimo con le beghe di casa nostra, Edward Luttwak, pubblicato nientedimeno che su Foreign Affairs e dall'ambiguo titolo "Give War a chance", ho storto il naso: le soluzioni profilate mi sembravano grottesche, un po' assurde, improponibili in un mondo contemporaneo in cui, come voleva Cratilo, le cose non hanno più nome (Cratilo era un allievo di Eraclito, un fanatico del panta rei: poiché tutto passa, nulla è più uguale a ciò che noi abbiamo designato, e quindi risulta inutile dare un nome alle cose; inutile anche la sintassi, inutile infine parlare), in cui la guerra non è più guerra, ma missione di pace internazionale, e altre parafrasi similmente vacue. Certamente quell'articolo cozzava col mio ingenuo idealismo, con le mie piccole speranze di studentello, con i miei peccatucci d'irrazionalità.
Rotolandomi stamattina verso le sette nel mio letto, sempre accesa Radiotre, ascoltavo la rassegna stampa, principi gli ultimi sviluppi libici; e pensavo- in questa fase di semicoscienza che più di tutte vellica la curiosità degli psicananalisti e dei poeti, carica d'immagini barocche, di figure inventate e mostruose, di pensieri fulminanti- che con questa faccenda dell'open diplomacy non abbiamo conquistato granché: anzitutto, di spie ce n'è sempre state, e quindi le cose si venivano a sapere anche se non erano gli Stati stessi a dirle (tanto che le analisi più penetranti su Wikileaks le ha fatte Umberto Eco, che ci ha detto con chiarezza che quanto dicevano i dispacci non svelavano nulla che noi non sapessimo già). Questa faccenda dell'open diplomacy è una cosa recente, la volle Woodrow Wilson perchè pensava che così si evitavano le guerre, ma la guerra è sopravvissuta a Wilson, e il Patto di Monaco non è servito ad evitare la seconda guerra mondiale, e anzi gli stati firmatari si sono macchiati di un'odiosa correità.
In altri periodi, parlo dell'ampio lasso di tempo che precede Versailles, le cose in Libia si sarebbero risolte così: gli stati Occidentali (Stati Uniti in primisi, poi qualche stato europeo, certo non l'Italia) avrebbero passato agli insorti libici quante più armi avrebbero potuto, molto più potenti di quelle che i libici potessero raggiungere e desiderare. Si sarebbero pagate ampie porzioni di esercito che avrebbero cacciato dal palazzo-tenda Qaddafi, il quale sarebbe stato fatto allontanare segretamente in un elegante quartiere di Parigi, dove avrebbe vissuto come re in esilio, tra i suoi deliri marasmatici e lo sfarzo delle sue ruberie.
Ma in epoca di open diplomacy, di risoluzioni Onu, di operazioni Nato e altre amenità, dopo aver perso momentaneamente la trebisonda in Tunisia e in Egitto, l'Occidente ha dovuto mostrare al mondo che non agisce mai per sotterfugio, ma col chiaro e luminoso intento di restituire la libertà agli oppressi. Non penso ci sia chi ancora, al Mondo, crede alla favoletta, ma il leitmotiv scoperto è questo, e questo ci ascoltiamo, come una canzone tormentone (il termine è di Alberto Arbasino, noblesse oblige) che ci sorbiamo durante l'estate e poi scopriamo di saperne intonare ampie strofe pur non avendola mai ascoltata con cura e anzi disprezzandola.
Pensavo - ma il torpore delle coperte e l'obnubilamento del sonno devono aver dato un apporto decisivo a tale allucinazione politica- che le cose si sarebbero fatte meglio nell'Ottocento, sarebbero costate meno e sarebbero state più pulite. Il secolo ventesimoprimo poteva metterci, in più, il suo essere sinceramente disinteressato, il suo rifiutare le lusinghe del colonialismo, il suo abdicare a spadroneggiare fuori dai confini nazionali. Così, contento Wilson, contenti tutti.
Ma questa guerra sconclusionata, fatta da chi? fatta come?, in cui tutti buttano mortaretti e poi corrono a nascondersi, in cui emergono gelosie cretinette e bambinesche tra lembi di questa terra che solo un'illusione fanciullesca poteva portarmi a credere sopita nel conflitto, dico l'Europa, dico la terra che immaginavo di Ewigen Frieden, di pace perpetua, in cui l'America non si capisce bene che ruolo abbia (pericolosissimo Obama che dice di non voler ammazzare il Raìs, Bush avrebbe usato qualche colorita immagine scritta da Wolfowitz di cui tutto il mondo si sarebbe schifato), in cui non si capisce bene chi vuole cosa, ebbene, questa guerra-missione-internazionale-di-pace mi sa che finisce a catafascio, e noi con lei.
Sappiate che io ammiro il sangue versato per la Patria quando sono gli altri a versarlo, che io per questo stivaletto di fintapelle non intendo sborsare un centesimo, una goccia di sangue. E nemmeno una lacrima.

Marzio Maria

martedì 8 marzo 2011

Le rose, il pane e....


E’ innegabile che il centenario della giornata internazionale della donna si sia caricato di significato politico.
Le manifestazioni del mese scorso e la mobilitazione che ne è seguita hanno riportato al centro del dibattito politico-culturale la questione femminile. Con tutte le conseguenze del caso.
D’altronde si tratta di una questione che riguarda lo Stato moderno, fin dalle origini.
La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, infatti, escludeva le donne, dallo spazio dei liberi e degli uguali. E di fatti, già nel 1791, Olympe de Gouges, al secolo Marie Gouze, rivoluzionaria tra i rivoluzionari (plurale maschile!) scrive la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, testo nel quale non fa altro che sostituire, provocatoriamente, al termine uomo quello di donna. Il riferimento ad Olympe de Gouges, più che a Mary Wollstonecraft, sua contemporanea e autrice di A vindication of right of women (1792) mi sembra più adeguato.
Olympe de Gouges non rivendica il diritto ad essere donna, come la Wollstonecraft, ma, come si legge nel romanzo a lei dedicato, La donna che visse per un sogno, “vuole partecipare alla costruzione dello Stato in quanto donna. E questo non glielo hanno perdonato.”
E di fatti, fu ghigliottinata dal Procuratore della Comune di Parigi, tale Pierre-Gaspard Chaumette, il quale nell’applaudito discorso che tenne durante l’esecuzione difese la condanna, se non altro perché l’imputata “aveva dimenticato le virtù che convenivano al suo sesso”.
Storicamente, sembra che la posizione della Wollstonecraft sia trionfata rispetto a quella di Olympe de Gouges. 
Almeno fino alla Seconda Guerra Mondiale, in effetti, le donne, e, più in generale, coloro che erano dentro i confini statali, ma non appartenevano allo spazio degli uguali e dei liberi, chiedevano di entrarvi, di essere considerate uguali, e, dunque, ammesse al godimento dei diritti, che se formalmente si dicevano universali, rivolti a tutti gli individui, richiedevano il riconoscimento da parte dello Stato.
Il passaggio dalla rivendicazione ugualitaria, per “somiglianza”, alle lotte per l’ affermazione della differenza, è stato lento e non del tutto realizzato. Il primo femminismo ha avuto come obiettivo principale l’uguaglianza con gli uomini, nella dichiarazione di Seneca Falls (1848), si legge che “tutti gli uomini e le donne sono creati uguali (….) e tale è ora la necessità che le costringe a richiedere la condizione di uguaglianza alla quale esse hanno titolo”.
Solo negli anni ’70 la diversità femminile si scopre differenza ed inizia a chiedere di essere riconosciuta, in quanto tale. Tante conquiste sono state raggiunte, si dirà. L’aborto, il divorzio. Quasi come se si trattasse di conquiste di genere e non generali.
scena dal film Gangor.
La tutela di queste conquiste raggiunte sembrerebbe la giustificazione della decisione del Consiglio di Stato francese con la quale, nel novembre 1996, ci fu l’espulsione delle ragazze che, a scuola, indossavano il “velo”. Iniziò, così, il dibattuto affaire du  foulard incentrato sulle possibilità di conciliazione tra la libertà religiosa e di coscienza riconosciuta ai cittadini francesi e l’esibizione di simboli religiosi, in una sfera pubblica laica (non semplicemente secolarizzata) da cui tali simboli sono stati rimossi. Il velo nascondeva le ragazze musulmane o permetteva loro di manifestarsi? Indossando il “velo”, le ragazze musulmane hanno oltrepassato il labile confine tra sfera pubblica e sfera privata.
All’altro lato dell’oceano. Una donna che viveva in California (benché formalmente sia cittadina americana non me la son sentita di definirla tale), di origine latinoamericana viene rapita e costretta ad avere rapporti sessuali. L’imputato, immigrato hmong (proveniente dal Laos), ricorre alla c.d. strategia della difesa culturale, sostenendo che presso la sua tribù era questa l’usanza attraverso cui scegliere la sposa (la pratica dello zij poj niam- matrimonio per rapimento). Sarà condannato a 120 gg. di carcere. La difesa culturale entra, dunque, nel codice penale statunitense : il giudice tiene conto di considerazioni culturali come fattore attenuante. L’identità giuridica è stata definita in base all’appartenenza alla comunità, consentendo, in sostanza, la perpetrazione di una violenza ai danni di una cittadina americana.
E se queste donne non fossero altro che un oggetto di una serie di sottili negoziazioni interculturali? Come nel caso di Ifigenia, la figlia di Agamennone, condannata ad essere immolata per placare l’ira degli dei, affinché inviassero venti favorevoli alla flotta ateniese.
La definizione del ruolo della donna, oggi come ieri, è sintomatica dell’approccio verso l’Altro di una società. La differenza di genere è innegabile ed in virtù di questa sua incontrovertibilità, che la rende sfuggente alla ragione moderna, storicamente, si è tramutata in dis-uguaglianza. Per quanti progressi siano stati fatti, ad oggi, lo spazio dei liberi e degli uguali rimane escludente ed ancora declinato al maschile. Anche in Italia. Come ha riconosciuto poche ore fa il Presidente della Repubblica. Magra consolazione, accade anche in Europa e negli altri Paesi occidentali. Tanto da parlare della necessità di quote per l’accesso a posizioni sociali e lavorative da cui le donne risultano oggi escluse. Dimostrando, de facto, che nel corso degli anni si è consolidata una gerarchia tra generi in cui, peraltro, i trans gender non sono nemmeno contemplati.
Ecco, l’8 marzo potrebbe rappresentare un’occasione per fare il punto della situazione. Per discutere, senza retorica, dietrologia e troppa autoreferenzialità. Per capire se le quote rosa, che  accertano l’esistenza di una discriminazione reale siano un rimedio efficace o solo un palliativo. Per comprendere come mai si impedisce ad una donna di acquistare la pillola del giorno dopo (facendo prevalere il diritto culturale?).Per trovare una giustificazione alle differenze salariali.Per guardare attraverso il tetto di cristallo, nel tentativo, sto-R-ico, di infrangerlo. 
Si tratta di questioni che interessano tutti e tutte. Occorre discuterne.Sì. Ancora. Sempre. Insieme. Donne e uomini. In maniera trasversale. Né orizzontale né verticale.
Miss E.






martedì 1 marzo 2011

Hanno ucciso Mattei (Part II)

La rivolta libica ha avuto per l’Italia un valore eccezionale. Da settimane, il  Nord Africa è scosso da movimenti popolari che anelano la democrazia e la libertà, spinti, inizialmente, dalla forte inflazione dei prezzi dei generi alimentari che ha messo in luce i divari provocati dai regimi dittatoriali ed oligarchici.
Nelle scorse settimane, l’opinione pubblica italiana si e’ occupata di faccende di tutt’altro spessore.
L’ “interesse nazionale” si è concentrato, infatti, su via Olgettina, Sanremo, Montecitorio. Luoghi lontani dalle piazze ( del Nord Africa). Così, di fronte alla Tunisia abbiamo finto che non stesse accadendo nulla di rilevante nel Mare Nostrum. Mentre l’Egitto dello zio di Ruby bruciava, poi, il nostro Ministro degli Esteri era impegnato in un’audizione parlamentare su una casa in un’isola sperduta. Salvo, poi, invocare l’intervento dell’UE di fronte all’arrivo dei migranti. Politica estera all’italiana. Con la Libia non abbiamo potuto fingere. La storica relazione con la nostra ex-colonia, infatti, ha squarciato il velo di maya sulle deficienze strutturali della politica estera ed energetica, finalmente. I nodi evidenziati sono tanti e tali da rendere la Rivoluzione di Tripoli un’opportunità di riflessione sul sistema-Paese.
Di fatti, la partnership con la Libia vede nel rapporto di amicizia tra Gheddafi e Berlusconi solo la punta di un iceberg. L’amicizia tra i sostenitori bunga-bunga men è solo l’estremizzazione di una relazione datata tra i due Paesi e di cui il Trattato di amicizia, de facto, rappresenta solo la formalizzazione.
Il capitale libico in Italia interessa diversi settori: 7,2 % dei capitali Unicredit, 7,5% della Juventus, 2,01% Finmeccanica. In Libia sono presenti, poi, circa 100 imprese italiane, dalla Bonatti all’ENI. D’altronde, il nostro Paese rappresenta il primo esportatore. L’interesse economico maggiore rimane l’energia. La Libia rappresenta, infatti,  il primo fornitore di petrolio ed il quarto di gas. Gli idrocarburi rappresentano il 99% delle importazioni dall’ex-colonia. D’altro canto, il nostro Paese ha un mix energetico dominato dai combustibili fossili, per cui l’80% del fabbisogno energetico è soddisfatto da gas e petrolio. A ben vedere, si tratta di una caratteristica che ci accomuna a buona parte dell’UE. Politica internazionale, estera ed energetica si intrecciano. Nasce qui, infatti, l’annosa questione della struttura mondiale di domanda ed offerta energetica: una piccola parte del mondo, di cui facciamo parte, consuma la percentuale maggiore di energia, non disponendo, però, delle risorse naturali sufficienti, si trova costretta a dipendere da forniture esterne.
L'ENI è presente in Libia dal 1959.
 In termini di politica energetica ci sono due opzioni: un cambiamento del mix energetico verso fonti alternative oppure la diversificazione delle forniture. Nel primo caso sarebbe necessaria una politica energetica nazionale che incentivi, nella maniera più appropriata, le energie alternative e al contempo investa in ricerca ed innovazione per renderle realmente competitive con i combustibili fossili. In modo che non sopravvivano solo grazie a sussidi statali, peraltro a spese del consumatore finale. Nel secondo caso, occorre una politica energetica che punti a relazioni esterne  con diversi partner, possibilmente affidabili. La diversificazione diminuisce il rischio. Da qui, l’idea di Mattei che, non avendo avuto modo di ammirare le pale eoliche siciliane aveva pensato a tessere una fitta rete di relazioni con i Paesi produttori di petrolio. Dalla sua attività nacque l’ENI. L’intuizione di Mattei riguardò l’interdipendenza tra produttori e consumatori. L’assenza di una politica energetica ed estera di medio-lungo periodo l'ha, però, trasformata in una dipendenza dalle bizzarrie, quando non pazzie dello sceicco di turno, che in questo caso ha assunto le sembianze di Gheddafi.
Spesso, infatti,  i paesi produttori di petrolio e gas con cui si concludono contratti pluriennali con cifre a più zeri non sono campioni di democrazia, dal Venezuela di Chavez alla Russia di Putin. Spesso, questo è anche conveniente e non è un incentivo per trasformare questi matrimoni di interesse in poligamia. Pare che il bunga bunga energetico non sia diffuso nelle relazioni energetiche.
Le scelte di politica interna dei Paesi produttori non hanno mai impedito la conclusione di accordi commerciali, all’Italia, all’Europa, all’Unione Europea e agli Stati Uniti. Non sempre per rispetto del principio di non ingerenza negli affari interni degli altri Stati, invocato a intermittenza, anche dagli autodeterministi dell’ultima ora. Ricordarsene è uno strumento per sgomberare il campo da eventuali ipocrisie e perbenismi che condiscono molte dichiarazioni di queste ore.
Cosa caratterizza l’Italia? L’assenza di una visione strategica, nelle relazioni estere ed energetiche, strutturale, non contingente,  acuita dalla confusione tra interesse nazionale e personale degli ultimi 15 anni. Per questo nel nostro caso,  l’interdipendenza dal fornitore si è trasformata in una dipendenza incondizionata, che ha portato la tenda di Gheddafi al centro di Roma per celebrare la firma di un trattato di risarcimento, che con una nuove invenzione giuridica si ritiene, ora, sospeso de facto.
Queste considerazioni non impediscono di continuare a pormi alcune domande.
E’ il livello raggiunto da questa dipendenza che ha zittito il nostro Ministro degli Esteri? E’ stata la Realpolitik ad impedire una condanna, immediata, pubblica e decisa dei crimini contro l’opposizione libica? E’ la fiducia nella forza, ora smentita, dei mercenari pagati dall’amico dittatore che impedisce anche solo di pensare un’accoglienza per le PERSONE in fuga dalla Libia? 
Su tutti il quesito maggiore:la nostra sete di petrolio dovrebbe prevalere sulla fame di libertà e democrazia, dell’opposizione libica 3 di qualsiasi altro popolo? Io credo di no...
se “l’Occidente non è soltanto un’espressione geografica” come recitava Volontè/Mattei.



lunedì 28 febbraio 2011

Perchè hanno ucciso Mattei (PartI)

Gli interessi. L'interesse. 
L'Occidente. L'Oriente.
La sete di petrolio. La fame di democrazia.
Corsi e ricorsi storici.

sabato 26 febbraio 2011

Questo è giornalismo de' inchiesta.

venerdì 25 febbraio 2011

La morte viene dal cielo

Qualche anno fa, per il corso di Storia delle Relazioni Internazionali, il prof. Ellwood, uno scozzese in Italia da trent'anni senza esserne riuscito a carpire l'intima ricchezza della lingua, ostacolato piuttosto dalla sua tortuosa grammatica, mi chiese di occuparmi di due episodi primordiali della rincorsa italiana dell'imperialismo europeo: Tunisia 1881, Libia 1911. Mi sono ricordato di questa mia ricerca di storia diplomatica, che titolai "Da Tunisi a Bengasi", un titolo che assume oggi un significato fatalmente esplosivo, ascoltando dei massacri della popolazione civile inerme, colpevole di essersi rivoltata al dittatore osannato, stanco di mangiare perfino le brioches. Sono massacri laceranti, terribili, le cronache parlano di corpi dilaniati, sfracellati, perchè Qaddafi ha deciso di bombardarli con potenti razzi da attacchi aerei. 
E' la Storia che si ripete. Pochi lo sanno, ma l'Italia, che non vanta grande fantasia nell'arte della guerra moderna, passati i fasti delle strategie difensive del sedicesimo secolo, ha un tristissimo primato nella storia contemporanea: il primo bombardamento aereo sulla popolazione civile della Storia dell'aeronautica militare. Ogni libro di storia di questa materia dedica un capitoletto all'avvenimento, che lega strettamente l'Italia all'infamia non della guerra ma del non saper affatto farla, la guerra. 
Il 1° Novembre 1911 un aereo pilotato dal capitano Gavotti getta alcune bombe a mano sull’oasi di Ain Zara, dove si era raccolto un manipolo di resistenti.
L'Italia, ammaliata dal mito leonardesco dell'uomo volante, dell'uomo alato, guarderà a questi strani uccelli romorosi con sempre maggiore attenzione. D'Annunzio li userà eroicamente durante la Grande Guerra, dopo averli ribattezzati col sensuale nome di 'velivoli' e durante un atterraggio tormentoso ci rimetterà un occhio. 
E' evidente che Qaddafi ha imparato parecchio dagli odiati invasori italiani: massacri sterminati su una popolazione da sempre esigua (diecimila morti sono una enormità, nello scatolone di sabbia libico); soprattutto, ha imparato a bombardare dall'alto, da 'velivoli' ipertecnologici, i rivoltosi disarmati. Mi atterrisce, infine, questa coincidenza: 1911-2011.
A rimetterci, sono comunque, sempre, i libici. 

Revolucion


Vedere le rivolte il Egitto. E le onde di gente che marciano verso Tripoli. Indignati. Stufi. Spinti da una volontà di cacciare l’oppressore e portare al paese una ventata di fresca democrazia. La dittatura puzza di vecchio, stantio.
Il popolo che si ribella al proprio leader, che non ci sta più al giogo di un pagliaccio ch manovra tutto e tutti.
E poi lo sguardo si rivolge all’Italia: un sultano d’occidente che da vent’anni combina malefatte e porcherie che ancora resiste. E lo sporco compito di farlo cadere tocca alla Magistratura. Uno dei tre poteri che insieme al Governo e Parlamento ha il compito di mantenere uno stato d’equilibrio (democratico) in un Paese. È un paradosso. I cittadini che se ne stanno immobili, aspettando il 6 aprile.
E i giudici tentano, annaspando tra i mille ostacoli che mister B. sta ponendo al corretto svolgimento del loro mestiere, di rovesciare il “dittatore” come i popoli libico e  egiziano hanno (o stanno facendo). Abbiamo delegato il potere di popolo ad una elite che deve lottare contro i suoi stessi pari e che troppe volte manca dell’appoggio del proprio paese.
Quando riusciremo ad indignarci anche noi? A dire basta, a cacciare l’oppressore?
È vero, il nostro “dittatore” non ci ha condotto alla fame, alla miseria, alle crudeltà e torture fisiche ma uccidere la cultura di un paese, denigrare una parte della popolazione fino a paragonarla ad una merce di scambio, ridicolizzare il paese nella scena intenzionale (per non parlare poi delle varie porcherie politiche, leggi ad personam, ricerca del consenso passivo e succube tramite l’indottrinamento mediatico) non è ugualmente un crimine contro un popolo?
Eppure il popolo italico ha dato prova delle sue capacità di ribellione. Non meno di 80 anni fa.
Cosa ci frena adesso? Siamo davvero diventati un popolo senza valori, senza ideologie, senza palle?
O forse non i tempi non sono maturi ancora. Dovremo aspettare un altro po’.
Col rischio che (forse) sarà troppo tardi.

Teresilla

giovedì 24 febbraio 2011

Soltanto una foto.

E' tutto in questa foto. E' una foto di cronaca, non artistica, non artatamente costruita. E' un momento rubato. Rubato come gli ultimi venti anni di possibilità, di aspettative, di speranze ad un popolo incapace di pensare al meglio, di guardare con lucidità alla realtà, di mostrarsi dignitoso e amante della verità- se esiste. 
E' una foto che rappresenta l'intima tragedia di un uomo solo, immerso nella vacuità della moltitudine, incapace di guardarsi dentro come incapace di guardarsi fuori, intorno, lontano. 
E' una foto ridicola che non fa ridere. 
E' una foto. E' un simbolo.