martedì 30 novembre 2010

Contro il silenzio assordante. Firmiamo.

Al Presidente della Repubblica, al Presidente del consiglio e ministri interessati, ai Presidenti di Copasir e delle Commissioni parlamentari d’inchiesta.


Un’intera stagione, quella dello stragismo che ha macchiato di sangue l’Italia, rischia di essere archiviata a seguito della recente sentenza sulla strage di Piazza della Loggia, Brescia, che ha assolto per insufficienza di prove tutti gli imputati. Un’assoluzione sulla quale ha pesato non il ricorso a segreti di Stato, bensì silenzi e reticenze di comodo, anche da parte di uomini appartenenti alle istituzioni.

Per garantire un cammino trasparente alla giustizia, anche in relazione al resto delle inchieste tuttora in corso per altri fatti di criminalità organizzata, e rendere possibile la ricerca storica su quegli anni, avvertiamo sempre di più una triplice esigenza:

chiediamo che siano aperti tutti gli archivi con una gestione che ne faciliti l’accesso a tutti i soggetti interessati, senza preclusione alcuna;

chiediamo che vengano fatte decadere tutte le classificazioni di segretezza su tutti i documenti relativi all’evento - compreso i nominativi ivi contenuti - in possesso in particolare dei servizi segreti, della polizia, dei carabinieri e della guardia di finanza, che i documenti vengano catalogati e resi pubblici senza distinguere tra documenti d’archivio e d’archivio corrente;

chiediamo che in tal senso sia data piena attuazione alla legge del 3 agosto 2007, n.124 che regola il segreto di Stato la quale prescrive che, passati al massimo trent’anni dalla data in cui è stato apposto il segreto sull’evento e sui relativi documenti o dalla data in cui sia stato opposto al magistrato che indagava, tutti i documenti che si riferiscono all’evento siano resi pubblici e consultabili. Non è più accettabile che a tutt’oggi manchino gli specifici decreti attuativi. In tal senso il Freedom of Information Act statunitense ci pare un modello a cui è possibile ispirarsi

L’ipotesi, avanzata dalla commissione Granata nel Copasir, di reiterare il segreto di stato dopo trent’anni è inaccettabile.

Chiediamo alle nostre istituzioni di attivarsi il più decisamente possibile affinché gli Stati che sono oggetto di richieste di rogatorie internazionali collaborino fattivamente e rapidamente.

Occorre garantire alla verità e alla giustizia il giusto corso, non dobbiamo consegnare le generazioni che si sono succedute da allora ad oggi alla rassegnazione e all’avvilimento.

Auspichiamo una volontà politica reale volta all’accertamento di tutti i fatti criminali che hanno sconvolto la storia d’Italia.

Belle. Bellissime. Anche troppo.



Da che mondo è mondo il corpo femminile è sempre stato oggetto di diatribe.
Per le culture primitive era la culla della vita, donna-madre-procreatrice.
Per la chiesa cattolica era l’incarnazione del demonio che portava al peccato l’uomo.
Per le femministe era “MIO!!!”
Per i fotografi e gli stilisti degli anni ’80 era l’oggetto di attenzione da “guarnire” con costosi e stravaganti vestiti firmati.
Adesso? 
Fior fiore di psicologi, sociologi, studiosi di comunicazione e marketing si stanno letteralmente scervellando da più di quindici anni cercando di capire che posto occupa il corpo femminile nella nostra società. A mio modestissimo parere, il più basso.
Il continuo svilimento e la perpetrata mercificazione della donna stanno permeando in tutti gli aspetti della nostra società. Niente di nuovo sotto il sole, se pensiamo che da un ventennio a questa parte  la TV ci propina prorompenti seni e sodi fondoschiena a qualsiasi ora del giorno (e della notte), che le pubblicità falliscono se non c’è un’ammiccante donnicciola in primo piano, che le magliette si stanno facendo sempre più corte e i pantaloni sempre più bassi. Ma il mio intento non è di criticare banalmente e bigottamente questo trend. Non sono ancora così vecchia.
Il mio intento è di capire in che modo il corpo femminile (e la sua svalutazione) sono entrati anche nel mondo della politica.  Qual è il nesso tra le due cose. Un politico deve essere bello ancor prima che capace? O peggio, una donna deve essere scelta solo perché bella e attraente?
A mio avviso questa scelta, che predilige sempre più l’estetica alla capacità o alla perizia, si adegua perfettamente ad una mutazione sociale che scegli l’apparire all’essere.
Sono noti i casi politici del nostro paese che vedono candidate giovani attraenti trentenni alle cariche più importanti a livello nazionale ed europeo. Sono (più o meno) noti gli scambi sessuali in cambio di poltrone in Parlamento.
Mi sono sempre domandata che cosa avrebbero pensato, di tutto questo,  le femministe che negli anni ‘60 e ’70 hanno popolato piazze, sventolato bandiere e striscioni, firmato petizioni per i diritti delle donne.
Stiamo buttando via il loro lavoro?? Stiamo “sputando” sul loro impegno?? Stiamo ritornando indietro invece di andare avanti??
E come dobbiamo sentirci noi donne di fronte a questa umiliazione inflitta non in maniera aperta, palese ma subdola, costante, latente.
Vieni veramente giudicata per quello che sei e che sai o per quello che appari?
Anche qui, gli italiani (o per meglio dire, le italiane) non si smentiscono: minimizzano, banalizzano, ignorano la questione. E si nascondo dietro ai formalismi. “Ministero delle pari opportunità”: dato a una che faceva la show girl; grazie della considerazione.
“Quote rosa”: diamo il contentino a quelle manifestanti pazze che pretendono la presenza femminile all’interno degli organi politici istituzionali elettivi e non.
C’è davvero bisogno di sottolineare che ci sono pari opportunità? O dovrebbe essere scontato, naturale in una società che si dichiara civile e democratica?
Certamente gli uomini che dovrebbero guidare il Paese ed essere d’esempio per tutti i cittadini, fanno del loro meglio per rendere la vita difficile a tutte le donne. Si perchè TUTTE le donne dovrebbero indignarsi.
Indignarsi di un Presidente del Consiglio che scegli le ministre in base al colore dei capelli e al tono dell’abbronzatura piuttosto che alle competenze in materia.
Indignarsi di fronte alla continua umiliazione del genere femminile visto solo come preda sessuale, succube del potere maschile.
Indignarsi dei continui scandali che mostrano solo donne disposte a tutto (sessualmente parlando) per ottenere ciò che vogliono invece di conquistarselo con fatica e impegno, e studio.
Indignarsi. E dimostrare all’Italia (e perchè no, al mondo) che non tutte vogliamo essere delle veline.



Teresilla

lunedì 29 novembre 2010

Il lavoro rende schiavi

Ho 24 anni, un contratto a progetto e uno di affitto. 
Mi dicono di sentirmi fortunata, perché mi sono laureata da poco e avere un lavoro, in qualsiasi forma e a qualsiasi condizione, è una conquista. E poi c’è crisi. C’è grossa crisi. Eppure, una delle poche cose che avevo capito al corso di microecoGnomia, era l’ equazione di Mincer: “investire in istruzione oggi, avrà un rendimento marginale apprezzabile domani” ripeteva la Prof. , forse mi sbagliavo io,forse quel domani non è ancora arrivato e oggi c’è la famigerata gavetta, forse Mincer non aveva considerato la variabile crisi. Forse.
Il primo passo è stato lo stage, non pagato, alla Rappresentanza italiana all’UE. Lavorare per l’interesse nazionale non ha prezzo. Appunto. (Non ho mai capito, poi come mai dopo l’abolizione della diaria i funzionari abbiano smesso di venire a Bruxelles).
Poi, arriva il primo colloquio e il co.co.pro. come benvenuto nel mercato del lavoro.
D’altro canto posso stare tranquilla, credo, vivo in “una Repubblica fondata sul lavoro” (art.1 della Costituzione) in cui “ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” (comma 2, art.4 della Costituzione). E poi c’è l’intero TITOLO III a dimostrare che anche i “Padri fondatori” consideravano il lavoro meritorio di tutela.
Colpo di scena. Il 9 novembre del 2010 sulla Gazzetta Ufficiale n.262 è stata pubblicata la legge delega n. 183/2010. Il c.d. collegato lavoro. Certo le testate nazionali erano impegnate su temi più importanti, si era, infatti, in pieno bunga bunga time, e da destra a sinistra nessuno ha pensato che potesse essere interessante un confronto su un testo che disciplina  lavori usuranti, di riorganizzazione di enti, di congedi, aspettative e permessi, di ammortizzatori sociali, di servizi per l’impiego, di incentivi all’occupazione, di apprendistato, di occupazione femminile, nonché misure contro il lavoro sommerso e disposizioni in tema di lavoro pubblico e di controversie di lavoro.
Chi mai potrebbe essere interessato ad esempio all’art. 31 della nuova legge che modifica le diposizioni del codice di procedura civile in materia di conciliazione e arbitrato? Il Presidente della Repubblica, Napolitano, ad esempio, che già il 31 marzo scorso ha motivato il rinvio alle Camere del testo, facendo riferimento al “principio di volontarietà dell’arbitrato” e alla “necessità di tutelare adeguatamente il contraente debole”, non sufficientemente garantiti dal disegno di legge. Il Presidente ha scritto che “ non è possibile acconsentire alla formulazione del comma 9 art.31 ddl lavoro, secondo cui, la decisione di devolvere ad arbitri la definizione di eventuali controversie può essere assunta non solo in costanza di rapporto allorché insorga la controversia, ma anche nel momento della stipulazione del contratto, attraverso l’inserimento di apposita clausola compromissoria: la fase della costituzione del rapporto è infatti il momento nel quale massima è la condizione di debolezza della parte che offre la prestazione di lavoro”.Così come inaccettabile è anche il comma 5 dello stesso articolo, che prevede il ricorso all’arbitrato secondo equità. Dal Quirinale si è sostenuto che : “Nell’arbitrato di equità la controversia può essere risolta in deroga alle disposizioni di legge: si incide in tal modo sulla stessa disciplina sostanziale del rapporto di lavoro, rendendola estremamente flessibile anche al livello del rapporto individuale.Né può costituire garanzia sufficiente il generico richiamo del rispetto dei principi generali dell’ordinamento, che non appare come tale idoneo a ricomprendere tutte le ipotesi di diritti indisponibili, al di là di quelli costituzionalmente garantiti; e comunque un aspetto così delicato non può essere affidato a contrastanti orientamenti dottrinali e giurisprudenziali, suscettibili di alimentare contenziosi che la legge si propone invece di evitare”.
Il testo è diventato legge il 24 novembre del 2010. All’art.31 prevede la possibilità di inserire una clausola compromissoria in un contratto individuale, con la quale le parti si impegnano a ricorrere all’arbitrato. In sostanza, dimenticando i dettami della Costituzione, in particolare artt. 24 e 25, si rinuncia alla possibilità di ricorrere all’autorità giudiziaria.
Altra novità rilevante è il decadimento dell’obbligatorietà del tentativo di conciliazione, divenuto ora facoltativo, come stabilito dall’art.31 comma1.
Dunque, l’unico effetto sortito dal monito del Quirinale si ritrova nella possibilità per le parti di chiedere alla Commissione arbitrale di agire non esclusivamente secondo equità, potenzialmente in deroga alle disposizioni di legge, ma anche nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento e degli obblighi comunitari. Magra consolazione, insomma. Fortunatamente, sono esclusi i casi di licenziamento, penso. Ecco però l’articolo successivo.
Sventato l’attentato all’architettura del diritto del lavoro, infatti, si minano le già limitate garanzie ai lavoratori precari.
L’articolo 32, infatti, prevede un termine di decadenza per impugnare il licenziamento: 60 giorni. L’impugnazione è inefficace se non seguita, nei successivi 270 gg., dal deposito della causa presso il tribunale. Per i lavoratori a tempo determinato il termine si computa a decorrere dalla scadenza del contratto.
Se non bastasse, anche nel caso in cui si stabilisse l’illegittimità della fine del contratto, al lavoratore potrà essere corrisposto da un minimo di 2,5 ad un massimo di 12 mensilità, indipendentemente dall’entità del danno effettivo.
Molti sono i dubbi sulla costituzionalità del testo approvato.
Poche le perplessità sugli effetti che le disposizioni avranno sulle condizioni dei lavoratori.
Per inconsapevolezza, spero. Sono convinta, infatti, che gli ideatori ed i relatori del testo normativo non hanno idea alcuna di cosa possa significare essere un “precario”.
Un contratto a tempo determinato innesca un meccanismo vorticoso per cui si lavora, spesso senza orari e malpagati, con la possibilità, millantata o realistica, di una riconferma. La perversione che si crea è tale per cui ogni giorno si sente la necessità di dimostrare di avere il diritto di lavorare, con una perenne ansia da prestazione e l’idea che in fondo si è anche fortunati, perché si ha un lavoro e fuori c’è un esercito di disperati disoccupati pronti a prendere il nostro posto, senza condizioni, rendendo difficile qualsiasi forma di solidarietà. Inizia così il gioco al ribasso. Si arriva a credere che prendere un pomeriggio possa essere un rischio e anche un’ora di libertà, in una giornata lavorativa 9.30-20.00 possa essere fatale, perché la flessibilità del lavoro è anche questo. Una condizione che riguarda tutti gli aspetti della vita di una persona. Fuori e dentro dal lavoro. Presente e futuro. Una vita a scadenza. Sospesa. Con nessuna possibilità di progettare, neanche il futuro più immediato. Con le conseguenze del caso: dai dubbi sulle proprie capacità all’ impossibilità di relazioni interpersonali stabili, passando per le limitazioni, reali e conseguenti, della propria autonomia.
Tutto questo forse viene ignorato, così come il limbo in cui ci si trova dopo la scadenza di un contratto a termine, tra l’illusione di un rinnovo e il desiderio di riscatto. Sì, di ignoranza si tratta perché le norme di cui ci dice sopra, in estrema sintesi,stabiliscono che anche i diritti sono a scadenza.
Per questo, leggere e capire il testo del collegato lavoro indispettisce.
Ho 24 anni, un contratto a progetto e una laurea all’Università (pubblica) e studiando avevo inteso che l’intenzione dell’art.1 della Costituzione era non lasciare il lavoro alla mercé dei detentori del potere economico, già in posizione contrattuale forte. Sarà stata un'interpretazione falsata.
La mia contrarietà alla precarietà, e non già alla flessibilità, nasce dall’amore verso la Costituzione che fa del lavoro un valore fondante della nostra Repubblica, riconoscendo e tutelandolo in tutte le sue forme ed applicazioni (art.35) e imponendo alle forze economiche, politiche e sociali di creare le condizioni ottimali di occupazione (art.4). Sono queste?
Io credo proprio di no.
E credo che la difesa del diritto al lavoro non sia dietrologia, anzi  nasca dal desiderio di non tornare indietro, minando il passato e compromettendo il futuro.

Miss E.






mercoledì 24 novembre 2010

Non rinunciamo al futuro.Firmiamo.




Per non rinunciare al futuro

Il sistema scolastico e universitario italiano è in grave pericolo. Un pericolo serio, reale, non dovuto al dilagare della tv spazzatura, non provocato dal terrorismo islamico e stranamente neppure causato dai mutamenti climatici; la scuola e l’università italiana sono a rischio perché si tagliano drasticamente le risorse che, pur tra mille difficoltà, hanno permesso fino a oggi il loro funzionamento e garantito l’esistenza di insegnanti e ricercatori convinti di star svolgendo un compito importante.
Forse è per questo senso profondo di autostima e di fiducia verso se stessi che insegnare non è un lavoro come un altro. Fare ricerca non è una comoda pratica per timbrare il cartellino e poi subire un lavoro più o meno tollerato o detestato: è spendere sogni, anni, fatica e sudore per studiare, interpretare, valutare, elaborare ipotesi, fare confronti, trasmettere conoscenze e gli strumenti per elaborarle.
In tutti i Paesi dell’Unione europea l’insegnamento, dalle scuole materne alle università, è considerato attività degna del massimo rispetto, in quanto riserva strategica di competenze e sapere; nel nostro Paese l’insegnante è screditato agli occhi di un’opinione pubblica resa sempre meno responsabile verso il futuro, il docente universitario viene visto come un comodo elefante parcheggiato in una placida savana, mentre il ricercatore viene considerato un tipo strambo prossimo al disadattamento.
Non è esagerazione dare queste definizioni, sono le stesse che possono spiegare il progetto di mutazione antropologica del Paese che vari governi hanno portato avanti nel tempo. Prima, con la campagna di tagli indiscriminati all’istruzione, all’Università e alla ricerca avviata nel giugno 2008; poi, con il DdL per l’università che, in questo momento, sta arrancando alla Camera, dove gli è stato imposto un salutare “stop”: una riforma strategica non si può fare senza risorse. 
In totale, alla formazione scolastica e universitaria italiana vengono sottratti in cinque anni 10 miliardi di euro. Si tratta di una cifra paragonabile all’entità degli aiuti inviati in Italia col Piano Marshall dal 1948 al 1952. Quattro anni che allora cambiarono in meglio un Paese devastato dalla guerra, cinque anni che oggi possono distruggere quello che rimane di un sistema scolastico e universitario che un tempo era reputato tra i migliori al mondo.
Un piano Marshall al rovescio che rappresenta il più complesso e strutturato attacco al sistema dell’istruzione inferiore, media e superiore attuato in Italia dalla nascita dello Stato unitario. Una campagna che da un lato mira a dequalificare i docenti accorpando le classi di insegnamento – nel caso della scuola media inferiore e superiore – e dall’altro a colpire le università come centri di ricerca e studio. Viene infatti accentrato il controllo degli Atenei nelle mani dei rettori e dei Consigli di amministrazione; si precarizzano ulteriormente i canali di accesso alla docenza; ogni rappresentatività negli organi di governo degli atenei viene ridimensionata; viene prevista la possibile trasformazione delle università in fondazioni dalla natura giuridica ambigua, libero campo di speculazione e di profitto per consorterie di furbetti e rapaci. Infine, non vengono previste assunzioni per sostituire i pensionamenti e vengono lasciate inalterate retribuzioni che, soprattutto nel caso dei «giovani» ricercatori appena assunti, rasentano il ridicolo per un lavoro di alta specializzazione: 1.200 € al mese. Insomma, l’Università e la Scuola vengono relegati in un ruolo secondario, mentre in tutta Europa, si combatte la crisi investendo in istruzione e ricerca per garantire un futuro.
I firmatari di questa lettera denunciano questo scempio scellerato a tutti i cittadini coscienti del ruolo fondamentale che la scuola e la università hanno giocato nella formazione di ciascuno di loro, richiedono al governo di recedere dall’azione di impoverimento dell’istruzione e ricerca pubblica; chiedono una riforma del sistema universitario condivisa e ragionata e non improvvisata su logiche aziendalistiche fuori luogo, dicono sì alla tutela della professionalità e al riconoscimento dei meriti ma chiedono anche l’adeguamento delle retribuzioni ai livelli degli insegnanti e ricercatori dei Paesi dell’Unione europea. 
Un paese nel quale chi insegna o ricerca è costretto ad andarsene o vergognarsi di ciò che fa, perché sottovalutato, denigrato e offeso proprio da chi dovrebbe garantire la sua professionalità, non è un paese né per giovani né per vecchi: è un paese di anime morte.

Primi firmatari:

Dario Fo
Franca Rame
Jacopo Fo
Stefano Benni
Luciano Gualandri

Per la Rete 29 Aprile (www.rete29aprile.it):

Piero Graglia
Alessandro Ferretti
Alessandro Pezzella
Guido Mula
Massimiliano Tabusi
Sergio Zilli
Loris Giorgini
Eleonora Gallucci
Piero Morelli
Marco Prandini

FIRMIAMO :

martedì 23 novembre 2010

Cosa resta.

A 30 anni esatti di distanza dal tragico terremoto che colpì, il 23 novembre del 1980, la regione dell'Irpinia e le zone circostanti... che cos'è che resta?
Restano, ad esempio, i racconti di chi quel giorno c'era: a volte sono aneddoti divertenti che narrano le situazioni paradossali di chi ha vissuto un evento traumatico, ma che il meccanismo della ripetizione e la patina del tempo hanno rivestito di un velo caricaturale. Ad esempio, c'è quella del gruppo di amici che, subito dopo la scossa, aspettano preoccupati fuori casa l'amico che è rimasto dentro e che non vedono uscire... fino all'apparizione del ragazzo che arriva trafelato con il televisore in mano: "Non lo volevo lasciare dentro: è nuovo!", si giustifica.
Poi resta l'insegna del cinema Diana, chiuso da allora perché crollato interamente all'interno.
Resta anche l'edificio che in principio era un panificio, adibito a scuola superiore all'epoca del terremoto: questo è rimasto su, tale e quale, anche quando è diventato la scuola dei figli di chi, nell''80, quella notte aveva dormito nella propia auto. Edificio che è rimasto (quasi) intatto anche dopo la scossa nel Molise del 2002... ma questa è un'altra storia, di un altro terremoto, anch'essa con le sue vicende tragiche e le sue vicende ridicole.
Restano i container vicino casa, e soprattutto restano le persone a viverci dentro.
Restano i mostruosi prefabbricati nella periferia della città.
Resta l'onorevole De Mita, che ha parlato oggi nel corso della seduta di consiglio regionale convocata per la commemorazione del trentennale del sisma... ma no! non Ciriaco: questo è il nipote Giuseppe, vice governatore della Regione Campania (Ciriaco forse oggi si trovava nella sua villa a Nusco, in provincia di Avellino: quella pure è rimasta uguale... o forse è un po' più lussuosa?)
Restano le immagini di repertorio: ma cosa si vede lì per le strade, cumuli di spazzatura? ah no, sono i cumuli di macerie... scusate(la), ho visto male.
Restano le vittime.
Resta la solidarietà verso la cittadinanza dell'Aquila che ha manifestato proprio pochi giorni fa e che ha dimostrato che i terremoti non sono sufficienti a scuotere il nostro paese.
Resta la condizione di fragilità di una regione che non riguarda solo il suo assetto geologico.
È bello sapere che, nonostante tutto, alcune cose non cambiano... perché quello che resta rimane una certezza... o no?

Vieni via con me. "E' stato morto un ragazzo"

Federico Aldrovandi, 18 anni.
Morto per arresto cardio-circolatorio e trauma cranico facciale.


Purtroppo il prossimo 22 novembre non parteciperò a “Vieni via con me”. I primi contatti precedono la prima trasmissione, si erano già definiti quasi completamente poi, oggi, è cambiata l’impostazione della prossima puntata e quindi non sono più in scaletta.
Certo mi dispiace, era una grande occasione, ma non cala di una virgola la mia ammirazione sconfinata per Saviano, la stima per Fazio e la redazione.

ELENCO DELLE OFFESE RICEVUTE PER IL SOLO FATTO CHE FEDERICO E’ MORTO PER MANO DI QUATTRO POLIZIOTTI
- 54 lesioni. Ciascuna di queste avrebbe dato luogo ad un processo (Giudice F.M.Caruso)
- 3  invocazioni di aiuto rivolte da Federico agli stessi poliziotti, prima dei rantoli mortali.
- “Federico è morto perchè drogato” : dichiarazione dell’allora questore Elio Graziano
- la pm che non si è degnata di andare sul posto e noi siamo stati avvisati solo dopo 5 ore
- il fatto che a me e mio marito è stato impedito con la menzogna di vedere il corpo di mio figlio abbandonato sul selciato a poca distanza da casa
- le parole “io so sempre dov’è mio figlio” pronunciate dalla prima pm per farci sentire in colpa dopo che il blog aveva scatenato la polemica e l’urgenza di chiarezza
- “calunniatori”, “sciacalli” sono le offese e le umiliazioni dichiarate da alcuni sindacati di polizia ai media su di noi e chi ci aiutava
- il rifiuto di riceverci da parte del vescovo di Ferrara
- l’indagine per calunnia subita dagli avvocati Fabio e Riccardo che si ribellavano alle dichiarazioni ufficiali rilasciate dai vertici di Procura e Questura
- le offese rivolte alla memoria di Federico dai difensori degli imputati durante il processo nell’impossibilità per lui di difendersi
- le offese rivolte alla memoria di Federico definito “povero disgraziato” dal procuratore Minna intervenuto nel processo bis a difesa della dott.ssa Guerra
- la querela della dott.ssa Guerra nei miei confronti, nonostante lei non sia andata sul posto, non abbia sequestrato i
manganelli, le auto, non abbia raccolto testimonianze se non quella spontanea di Anne Marie Tsegueu e non abbia indagato i poliziotti che 6 mesi dopo, poco prima di lasciare il caso. Non ha avuto conseguenze disciplinari eppure ha querelato me e Lanuovaferrara che ha riportato la notizia della condanna in primo grado di suo figlio per spaccio di droga

ELENCO DEGLI ANGELI INCONTRATI DOPO CHE MIO FIGLIO E’ MORTO PER MANO DI QUATTRO POLIZIOTTI
è un elenco qui molto parziale perchè la realtà include una moltitudine di persone che ci hanno sostenuto manifestando il loro senso civico, l’esigenza umana e sociale di trasparenza e di giustizia.
- FabioAnselmo, avvocato. A lui si sono affiancati Venturi, Gamberini e DelMercato. E’ diventato la voce di Federico in Tribunale e fuori dalle aule. E non solo per Federico, anche per Stefano Cucchi, e Giuseppe Uva, e diversi altri. Assume un ruolo politico perchè non ha paura di schierarsi contro chi commette abusi di potere. Riceve minacce, richiami e querele.
-il popolo del blog costantemente presente
- il cardinal Ersilio Tonini, Arcivescovo di Ravenna. Insieme a don Domenico Bedin ci ha trasmesso il calore della fede e il calore umano della condivisione e della solidarietà
- Anne Marie Tesgueu, la cittadina di via Ippodromo. Ha dato a tutti una lezione di civiltà.
- Nicola Proto, il magistrato che ha avuto il coraggio di fare il suo dovere senza condizionamenti e lavorando in un clima difficilissimo perchè fosse fatta giustizia
-Gaetano Sateriale, sindaco di Ferrara, che si è ribellato all’ipocrisia delle versioni ufficiali in una città che aveva paura di conoscere la verità, rompendo il nostro isolamento
-Dean Buletti, Checchino Antonini, Cinzia Gubbini e tutta la stampa che ha impedito che venisse calato un velo sulle circostanze della morte di mio figlio, e Filippo Vendemmiati che ha salvato la memoria di ciò che è successo con il suo prezioso film “E’ stato morto un ragazzo”
- Francesca Boari, che ha messo nel libro “Aldro” i sentimenti miei e di Federico togliendoli dall’oblio della morte
- gli amici di Federico, a cui voglio un gran bene, e che per me sono ciascuno una parte di lui.




lunedì 22 novembre 2010

Noi non ci stiamo e firmiamo!


Al Parlamento Italiano
Al presidente della Camera dei Deputati, Onorevole Gianfranco Fini
Al presidente del Senato della Repubblica Italiana, Onorevole Renato Schifani
Negli scorsi giorni, gli organi di stampa hanno riportato la notizia che la Commissione Bilancio della Camera dei Deputati ha esaminato il testo della nuova "legge per la stabilità" di prossima discussione e approvazione in Parlamento, legge che limiterebbe a 100 milioni di euro i fondi da destinare al "5 x 1.000" per l'anno 2011. Questo significherebbe non rispettare la volontà dei cittadini che liberamente decideranno di versare alle associazioni destinatarie la loro quota del 5 x 1.000 con la prossima dichiarazione dei redditi: solo 100 milioni, rispetto all'intero ammontare del 5 x 1.000, verranno infatti distribuiti alle associazioni, mentre il resto verrà trattenuto dallo Stato.
Si tratterebbe, se la notizia fosse confermata e tale tetto fosse effettivamente approvato, di unariduzione del 75% rispetto all'importo destinato nell'anno precedente (peraltro già oggetto di una limitazione rispetto al totale dei fondi raccolti). Tale ulteriore taglio si aggiunge a quelli effettuati al bilancio della cooperazione internazionale italiana, ai contributi alle istituzioni internazionali che si occupano di aiuti ai paesi in via di sviluppo e a quelli per la ricerca scientifica, universitaria e sanitaria.
Questi tagli si ripercuotono significativamente sull'operatività delle organizzazioni del terzo settore, che hanno dimostrato, negli ultimi anni in modo ancora più evidente, una professionalità molto elevata, oggetto di apprezzamento in Italia e all'estero e dunque motivo di orgoglio per il nostro Paese. Tali organizzazioni, non diversamente da altre realtà sociali ed economiche, basano la loro attività sulla programmazione finanziaria degli impegni attuali e futuri per rendere sostenibile il proprio agire nei diversi settori di riferimento.
Non è la prima volta, purtroppo, che si interviene, con tetti massimi di impegno, per limitare l'operatività del "5 x 1.000", uno strumento che, come poche altre misure di natura fiscale, ha dimostrato di riscuotere un gradimento molto alto dei cittadini italiani sin dalla sua prima applicazione.
Tagliare i fondi a disposizione del "5 x 1.000" significherebbe quindi limitare drasticamente la libertà dei cittadini di decidere come destinare la propria quota dell'imposta sui redditi direttamente a sostegno degli operatori del terzo settore.
Per queste ragioni chiediamo al Parlamento Italiano di intervenire per eliminare, nel testo della "legge per la stabilità" di prossima discussione, il tetto di 100 milioni di euro da destinare al "5 x 1.000" per l'anno 2011, ripristinando quanto meno l'importo dei fondi previsti nell'anno 2010.

Promotori:

Emergency, Libera, Gruppo Abele, Greenpeace, Coordinamento Italiano Network Internazionali,ActionAid, AMREF, Save the Children, Terre des hommes, VIS, World Vision e WWF, Medici Senza Frontiere, Amnesty International - Sezione Italiana, Mani Tese, Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori Sezione Provinciale di Milano, UNICEF Italia, Comunità Nuova, Fondazione Don Carlo Gnocchi Onlus, Centro Nazionale per il Volontariato, Albero della vita, Volontariato Oggi, Bambini Onlus, UILDM Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare, Fondazione Serena Onlus, Intervita Onlus, Fratelli dell'Uomo, Fondazione Roberto Franceschi Onlus, Fondazione Grigioni per il Morbo di Parkinson, Associazione Italiana Parkinsoniani, FIAGOP Onlus,Associazione Dianova Onlus, Associazione Risveglio Onlus, LAV, Parada Italia, Fondazione Operation Smile Italia Onlus, Fondazione Ivo de Carneri Onlus, Global Humanitaria Italia Onlus, ACRA, Seacoop Società Cooperativa Sociale Onlus, FIAB Onlus Federazione Italiana Amici della Bicicletta, Più Vita Onlus, CAF Onlus, Associazione Amici di Brera e dei Musei Milanesi, CCS Italia, La Quercia Millenaria Onlus, Fund-raising.it, Scuole di Fund Raising di Roma, Insieme nelle Terre di Mezzo Onlus, Ai. Bi. Associazione Amici dei Bambini, Medici con l'Africa Cuamm, Associazione Cuore Fratello, Istituto Oncologico Romagnolo Coop. Soc. ONLUS, Cena dell'Amicizia Onlus, CESVI, CBM Italia Onlus, Associazione Missioni Don Bosco, Associazione Italiana Rett onlus, Il Sole Onlus, Progetto Continenti Onlus, Fondazione Renato Piatti, Associazione Italia Uganda Onlus, Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII,Associazione SOS Villaggi dei Bambini Onlus, FAI Fondo Ambiente Italiano, AIRC, Telefono Azzurro, Cooperativa Fraternità Capitanio di Monza, Fondazione Neuroblastoma, Associazione Neuroblastoma, Associazione La Nostra Famiglia, Fondazione Pangea Onlus, Sightsavers International Italia Onlus, Telethon, Fondazione Progetto Arca Onlus, Fondazione Theodora,Axè Italia Onlus, Lega del Filo d'Oro, Vidas, LIPU, Green Cross Italia Onlus, Fondazione San Raffaele del Monte Tabor, Touring Club Italiano, AISMME Associazione Italiana Sostegno Malattie Metaboliche Ereditarie ONLUS, Jesuit Social Network Italia Onlus.


firmiamo al sito:

sabato 20 novembre 2010

"Tutti i grandi sono stati bambini una volta"

(La lungomare di Miss E.-ott.2010)



Non insegnate ai bambini 
non insegnate la vostra morale 
è così stanca e malata 
potrebbe far male 
forse una grave imprudenza 
è lasciarli in balia di una falsa coscienza. 

Non elogiate il pensiero 
che è sempre più raro 
non indicate per loro 
una via conosciuta 
ma se proprio volete 
insegnate soltanto la magia della vita. 

Giro giro tondo cambia il mondo. 

Non insegnate ai bambini 
non divulgate illusioni sociali 
non gli riempite il futuro 
di vecchi ideali 
l'unica cosa sicura è tenerli lontano 
dalla nostra cultura. 

Non esaltate il talento 
che è sempre più spento 
non li avviate al bel canto, al teatro 
alla danza 
ma se proprio volete 
raccontategli il sogno di 
un'antica speranza. 

Non insegnate ai bambini 
ma coltivate voi stessi il cuore e la mente 
stategli sempre vicini 
date fiducia all'amore il resto è niente. 

Giro giro tondo cambia il mondo. 
Giro giro tondo cambia il mondo.
G.G.
Miss   E.

venerdì 19 novembre 2010

20 Novembre. Insegnate ai bambini.





Il 20 novembre 1989, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha promulgato la Convenzione sui diritti dell’infanzia. Si tratta di un progresso fondamentale per una tutela concreta dell’infanzia, in quanto il testo non si limita ad elencare principi universalmente riconosciuti e applicabili, ma sancisce anche la piena titolarità di diritti universali per “ogni essere umano avente un'età inferiore a diciott'anni, salvo se abbia raggiunto prima la maturità in virtù della legislazione applicabil” (art.1)
Già nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo si riconosceva che “il fanciullo, a causa della sua mancanza di maturità fisica e intellettuale, necessita di una protezione e di cure particolare, ivi compresa una protezione legale appropriata, sia prima che dopo la nascita.”
Con la Convenzione del 1989, il bambino non è, più, però, solo oggetto di tutela e protezione, ma diviene soggetto, titolare, quindi, di una vasta gamma di diritti, dal diritto al nome (art.7) sino al diritto di essere ascoltato nelle procedure giudiziarie ed amministrative in cui è coinvolto (art.12), passando per il diritto a giocare (art.31).
Attualmente, sono 193 gli Stati aderenti, obbligati, dunque, a conformare il proprio diritto interno alla Convenzione. Mancano all’appello la Somalia, il cui governo non è riconosciuto dall’ONU e gli Stati Uniti,che hanno firmato, ma non ratificato la Convenzione.
Riconoscendo l’importanza e il valore della Convenzione, abbiamo deciso di aderire all’iniziativa di cambiare la nostra immagine FB, perché in fondo, per quanto inflazionata possa essere come citazione, rimane vero che “Tutti i grandi sono stati bambini una  volta” e noi di Paradiso 42 non ce ne dimentichiamo.

 Il testo della Convenzione sui diritti dell'infanzia è consultabile al sito:

 Miss E. 

mercoledì 17 novembre 2010

Defendemos la alegria.



Per l’allegria
il pianeta nostro
è poco attrezzato.
Bisogna strappare la gioia
ai giorni futuri.
In questa vita non è difficile morire.
Vivere è di gran lunga più difficle.
-Majakovskij

martedì 16 novembre 2010

Per le desolate strade

Quando il freddo non era così pungente da sferzare contro le ossa, annullate ormai l’epidermide e le stizzite carni, e la sera si presentava monda di nubi, preludio ad un giorno di sole, lasciavo la mia calda stanzetta nel sottotetto del palazzo haussmaniano del 9 di Rue de la Tour e facevo lunghe passeggiate, spesso fumando un toscano.
Passy appariva lunare, bianca e deserta come la faccia della Luna, sempre la stessa, che in questa parte dell’emisfero settentrionale siamo costretti a guardare. Ma bianca e lunare era anche di giorno, la partie la plus bourgeoise de Paris (Sartre): una strada che dal Trocadero arriva alla Muette, mutamente assorta nel suo continuo brulicare di esistenze indifferenti al mondo. Borghesi piccoli piccoli con abiti costosi costosi che, svelto il passo, dovevano giungere all’appuntamento con la charcuterie –appuntamento di cui, ovviamente, il charcutier non sapeva niente.
Però la sera Rue de Passy era quasi bella, più bella che di giorno. I negozi vuoti, le luci spente, i bagliore sottile e puntuale dell’illuminazione parigina, le strade lindissime e vuote, rettilinei inflessibili volontà di una mente spinoziana, assillata dalla volontà di sfuggire a dio attraverso vie certe, perseguitata da un male sottile e puntuale come le luci della Ville Lumière.
Ma più di tutte, amavo Rue de Varenne. Fuggito lontano dalla gelida Senna, presa la metropolitana a la Motte Piquet per tre fermate, l’incrocio tra Rue de Sèvres, Rue Babylone e Rue de Varenne si costringeva nella mia mente a farsi scenario biblico, di una genesi balzachiana di piccole vite contrariate, con quella Rue de Babylone che fedele al suo nome pullulava di mille lingue, fino a compiersi nel miracolo transustanziale di farsi altro luogo: se la percorri dal Bon Marché verso Saint François Xavier, sulla sinistra, senza che tu possa sospettarlo, sei in una strada di Pechino. C’è una pagoda maestosa e rossa, seminascosta tra gli alberi. E’ un cinema.
Però il vero capolavoro della solitudine umana è Rue de Varenne. Questa via, che nasce dietro la tomba di Napoleone, e la veglia con la sua grazia da secolo decimottavo, è via di ambasciate e palazzi governativi di rappresentanza. Qui l’Ambasciata d’Italia e l’Hotel de Matignon, sede della Presidenza del Consiglio dei Ministri. E’ anche qui una Babilonia di bandiere e di lingue, a cui manca l’eterno, regolare pallore dei quartieri voluti da Napoleone III. Qui si consumavano le tragiche strategie del Terrore, qui Talleyrand costruiva i suoi ambiziosi piani internazionali. Lo diresti? La via è deserta, che è una cosa incredibile in una città come Parigi. Di giorno qui si muovono frotte di macchine dalle targhe speciali, torme di solerti burocrati francesi –tutti uguali, come tutti uguali sono i ragazzetti dei licei parigini che stringono la Sorbona, tutte uguali le ragazzette sulla metropolitana, tutte ugualmente bellissime, tutte ugualmente stronze.
E invece, appena passate le dieci di sera, il nulla. Tanto che se un paltò che sa di vetiver gira l’angolo e te lo trovi davanti, inatteso, pensi che per te sia giunto il momento dei conti, il dies irae della quotidianità, che sia incappato nelle bieche trame di spionaggio internazionale e che qualcuno con licenza di uccidere abbia pensato bene di farti fuori. Gergo da filmetto americano di quart’ordine, come sono tutte le allucinazioni ridicole.
Potrei descrivere il pulsare del mio cuore, di una regolarità che sfida il metronomo sul pianoforte verticale nel salotto che so io. La regolarità del passo è dettata dall’harmonia caelestis che ti circonda –tu lo voglia, o no.
E si è completamente soli nella città affollata di uomini. Si sente il proprio corpo farsi di pietra, mimetizzarsi con la natura minerale che ti circonda, esangue. Che cosa sei, adesso? Sei un uomo che passeggia? Chi potrebbe testimoniarlo? Non tu, che non ti percepisci, né dio, che evidentemente è altrove.
Finito il sigaro, non c’è neppure più la spira profumata che ti lasciavi dietro.
Ti accorgi in quel momento di aver goduto come non mai nel corso della giornata della più piacevole compagnia che potessi desiderare: la tua. Ti trovi discreto, di un sarcasmo intelligentissimo, pieno di silenzi che reputi colmi di significato, necessari.
Non te ne sei accorto, ma hai trovato un amico vero. E la passeggiata continua.

MMC