lunedì 28 febbraio 2011

Perchè hanno ucciso Mattei (PartI)

Gli interessi. L'interesse. 
L'Occidente. L'Oriente.
La sete di petrolio. La fame di democrazia.
Corsi e ricorsi storici.

sabato 26 febbraio 2011

Questo è giornalismo de' inchiesta.

venerdì 25 febbraio 2011

La morte viene dal cielo

Qualche anno fa, per il corso di Storia delle Relazioni Internazionali, il prof. Ellwood, uno scozzese in Italia da trent'anni senza esserne riuscito a carpire l'intima ricchezza della lingua, ostacolato piuttosto dalla sua tortuosa grammatica, mi chiese di occuparmi di due episodi primordiali della rincorsa italiana dell'imperialismo europeo: Tunisia 1881, Libia 1911. Mi sono ricordato di questa mia ricerca di storia diplomatica, che titolai "Da Tunisi a Bengasi", un titolo che assume oggi un significato fatalmente esplosivo, ascoltando dei massacri della popolazione civile inerme, colpevole di essersi rivoltata al dittatore osannato, stanco di mangiare perfino le brioches. Sono massacri laceranti, terribili, le cronache parlano di corpi dilaniati, sfracellati, perchè Qaddafi ha deciso di bombardarli con potenti razzi da attacchi aerei. 
E' la Storia che si ripete. Pochi lo sanno, ma l'Italia, che non vanta grande fantasia nell'arte della guerra moderna, passati i fasti delle strategie difensive del sedicesimo secolo, ha un tristissimo primato nella storia contemporanea: il primo bombardamento aereo sulla popolazione civile della Storia dell'aeronautica militare. Ogni libro di storia di questa materia dedica un capitoletto all'avvenimento, che lega strettamente l'Italia all'infamia non della guerra ma del non saper affatto farla, la guerra. 
Il 1° Novembre 1911 un aereo pilotato dal capitano Gavotti getta alcune bombe a mano sull’oasi di Ain Zara, dove si era raccolto un manipolo di resistenti.
L'Italia, ammaliata dal mito leonardesco dell'uomo volante, dell'uomo alato, guarderà a questi strani uccelli romorosi con sempre maggiore attenzione. D'Annunzio li userà eroicamente durante la Grande Guerra, dopo averli ribattezzati col sensuale nome di 'velivoli' e durante un atterraggio tormentoso ci rimetterà un occhio. 
E' evidente che Qaddafi ha imparato parecchio dagli odiati invasori italiani: massacri sterminati su una popolazione da sempre esigua (diecimila morti sono una enormità, nello scatolone di sabbia libico); soprattutto, ha imparato a bombardare dall'alto, da 'velivoli' ipertecnologici, i rivoltosi disarmati. Mi atterrisce, infine, questa coincidenza: 1911-2011.
A rimetterci, sono comunque, sempre, i libici. 

Revolucion


Vedere le rivolte il Egitto. E le onde di gente che marciano verso Tripoli. Indignati. Stufi. Spinti da una volontà di cacciare l’oppressore e portare al paese una ventata di fresca democrazia. La dittatura puzza di vecchio, stantio.
Il popolo che si ribella al proprio leader, che non ci sta più al giogo di un pagliaccio ch manovra tutto e tutti.
E poi lo sguardo si rivolge all’Italia: un sultano d’occidente che da vent’anni combina malefatte e porcherie che ancora resiste. E lo sporco compito di farlo cadere tocca alla Magistratura. Uno dei tre poteri che insieme al Governo e Parlamento ha il compito di mantenere uno stato d’equilibrio (democratico) in un Paese. È un paradosso. I cittadini che se ne stanno immobili, aspettando il 6 aprile.
E i giudici tentano, annaspando tra i mille ostacoli che mister B. sta ponendo al corretto svolgimento del loro mestiere, di rovesciare il “dittatore” come i popoli libico e  egiziano hanno (o stanno facendo). Abbiamo delegato il potere di popolo ad una elite che deve lottare contro i suoi stessi pari e che troppe volte manca dell’appoggio del proprio paese.
Quando riusciremo ad indignarci anche noi? A dire basta, a cacciare l’oppressore?
È vero, il nostro “dittatore” non ci ha condotto alla fame, alla miseria, alle crudeltà e torture fisiche ma uccidere la cultura di un paese, denigrare una parte della popolazione fino a paragonarla ad una merce di scambio, ridicolizzare il paese nella scena intenzionale (per non parlare poi delle varie porcherie politiche, leggi ad personam, ricerca del consenso passivo e succube tramite l’indottrinamento mediatico) non è ugualmente un crimine contro un popolo?
Eppure il popolo italico ha dato prova delle sue capacità di ribellione. Non meno di 80 anni fa.
Cosa ci frena adesso? Siamo davvero diventati un popolo senza valori, senza ideologie, senza palle?
O forse non i tempi non sono maturi ancora. Dovremo aspettare un altro po’.
Col rischio che (forse) sarà troppo tardi.

Teresilla

giovedì 24 febbraio 2011

Soltanto una foto.

E' tutto in questa foto. E' una foto di cronaca, non artistica, non artatamente costruita. E' un momento rubato. Rubato come gli ultimi venti anni di possibilità, di aspettative, di speranze ad un popolo incapace di pensare al meglio, di guardare con lucidità alla realtà, di mostrarsi dignitoso e amante della verità- se esiste. 
E' una foto che rappresenta l'intima tragedia di un uomo solo, immerso nella vacuità della moltitudine, incapace di guardarsi dentro come incapace di guardarsi fuori, intorno, lontano. 
E' una foto ridicola che non fa ridere. 
E' una foto. E' un simbolo.

mercoledì 23 febbraio 2011

Il Mediterraneo dei gelsomini


C'è una Italia che si riconosce nella lezione di coraggio e dignità che arriva dal mondo arabo.
Il profumo dei gelsomini arriva anche nel nostro paese, anche nelle barche piene di giovani con la loro domanda di futuro.
Il messaggio che porta con sé ci dice che non è obbligatorio subire il furto di futuro, il sequestro della democrazia, né la fame di pane, lavoro e libertà.
Ci conferma che è possibile riprendere in mano il proprio destino, e scrivere insieme una nuova storia per il proprio paese e per il mondo intero.
Dimostra che il vento del cambiamento si può alzare anche dove sembra più difficile.
Oggi soffia da una regione rapinata dai colonialismi vecchi e nuovi, oppressa da dirigenti corrotti e venduti, violentata da guerre e terrorismi, troppo spesso contesa, divisa, umiliata.
Alzare la testa si può, anche quando costa immensamente caro, come il prezzo che il popolo libico sta pagando in queste ore per aver sfidato il dittatore.
Siamo tutti coinvolti da ciò che accade aldilà del mare. Le speranze e i timori, i successi e le tragedie delle sollevazioni arabe disegnano anche il nostro futuro.
Viviamo conficcati in mezzo al Mediterraneo ed è da qui che è sempre venuta gran parte della nostra storia.
Non possiamo restare in silenzio, mentre il Governo italiano tace, preoccupato solo di impedire l’arrivo di migranti sulle nostre coste, e ancora difende il colonnello Gheddafi.
Uniamo le nostre voci per chiedere la fine della repressione in Libia e in tutti gli altri paesi coinvolti dalla rivolta dei gelsomini, dallo Yemen al Bahrein fino alla lontana Cina.
Per sostenere i processi democratici in Tunisia e in Egitto e lo smantellamento dei vecchi regimi.
Per rafforzare le società civili democratiche che escono da anni di clandestinità e di esilio.
Per politiche di vero dialogo tra culture e per promuovere i “diritti culturali” delle popolazioni coinvolte.
Per la revisione degli accordi ineguali e ingiusti imposti dalle nostre economie ai vecchi regimi.
Per la fine delle occupazioni e delle guerre in tutta la regione.
Per chiudere la stagione dei respingimenti e di esternalizzazione delle frontiere, la stagione della guerra ai migranti.
Chiediamo che ai migranti della sponda sud sia, in questo frangente eccezionale, concesso immediatamente lo status di protezione temporanea.
Non possiamo tollerare che la reazione italiana ed europea alle rivoluzioni democratiche del mondo arabo sia la costruzione di un muro di navi militari in mezzo al mare.
Ai morti nelle piazze stanno aggiungendo in questi giorni ancora tanti, troppi, morti in mare. È arrivato il momento di dire basta!

FIRMA, FAI FIRMARE, ADERISCI, PARTECIPA – per adesioni: gelsomini2011@gmail.com

Chiediamo a tutte e tutti di firmare questo appello, di farlo girare, di farsi sentire.

martedì 15 febbraio 2011

Nella stagione che stagioni non sente

Il Cassero, Bologna

 Per qualche anno mi sono chiesta cosa potesse essere all’origine delle violenze fisiche e delle mortificazioni morali ai danni di una donna. Gelosia?Possessività?Follia? Non ho mai trovato una risposta pienamente convincente. Svelare il motore degli eventi è, però, uno strumento utile per trovare soluzioni durature ed efficaci. All’inizio ho davvero creduto che il problema potesse essere la diversità, fisica anzitutto. Per cui ho smesso di mettere gonne e di truccarmi. Come se il problema fosse la mia femminilità.
 Per una serie di fortuite coincidenze negli ultimi mesi ho iniziato a raccogliere indizi che mia hanno portato ad una considerazione di tutt'altro tipo. All’origine  credo ci sia, come in tutti i casi di ricorso alla forza, una ,più o meno, consapevole mediocrità per cui ci si sente minacciati e si senta il bisogno di affermare la propria dominanza, ad ogni costo. Accade per strada. Accade tra le mura domestiche. Accade tra le mura del Palazzo, non solo ad Arcore, dove la prepotenza fisica si sostituisce all’arroganza del potere. Forse è per tutti questi pensieri per la testa che mi sono (quasi !)commossa a vedere Piazza Maggiore riempita e colorata dalle sole  bandiere tricolore. Una vivacità sana e perbene, non femminista.Per un’etica del pubblico,  non  moralista. Né orizzontale, né verticale, ma trasversale. Donne e uomini. Giovani e anziani. Genitori e figli. Mariti e mogli. Cattolici e atei. E per qualche ora ho smesso di sentirmi sola o, peggio, parte di una minoranza frustata e senza voce. Non è nato il neo (neo?) femminismo. Non è caduto il governo.  Semplicemente, abbiamo contato e ci siamo contati. Ci siamo scambiati idee, battute, slogan e qualche commento politico. L’obiettivo era, anche, questo. 
Le discussioni che hanno preceduto la manifestazione sono state tante. Forse troppe. D’altronde noi donne amiamo la discussione e condiamo le nostre vite, pubbliche e private, di molti “se” e spesso troppi “ma”.Il no è si, il si è no e il forse si apre a qualsiasi interpretazione. Almeno questo dicono di noi. Siamo dolcemente e perennemente complicate. E’ questa la nostra forza e la nostra debolezza. In ogni caso, la piazza di domenica era pieni di sorrisi sereni e rincuorati, onesti e sinceri.
Valentina, Madrid.
Chi era per strada, a Roma, a Bologna, a Bruxelles , a Madrid o ad Atene ha dimostrato che non si tratta, come hanno sperato,di una sparuta minoranza di snob e radicalchic che proclama un femminismo superato. Hanno provato ad etichettarci, per ridimensionarci e limitarci. L’operazione non è riuscita. Non stavolta. Le strade principali di Bologna e delle altre città sono state percorse da un fiume di gente indefinita, ma determinata, con le idee chiare. Probabilmente non tutte uguali. La forza della democrazia è questa. La forza della piazza di domenica pure. Diversi, ma uniti. Lo scetticismo di molti temeva che le divisioni avrebbero prevalso, vanificando la mobilitazione.D'altronde il clima politico del tutti contro tutti non lasciava presagire il successo. E invece, nonostante le differenze, di genere e sesso, ha vinto la volontà di ribadire, con vigore, la piena dignità dell’identità femminile contro un sistema, in primis di governo, in cui il corpo della donna è strumento politico. Forse uno dei pochi.
Le notizie e i messaggi che mi arrivano in queste ore mi fanno sperare che la mobilitazione non si sia conclusa in una domenica pomeriggio, ma sia destinata a diventare permanente. Di manifestazione ne ho vissute, dentro e fuori, abbastanza per non chiedermi “fino a quando?”. L’aria frizzante e genuina che ho respirato mi ha lasciato, però, davvero la speranza che  sia possibile costruire un Paese per donne. Provarci, ADESSO, non costa nulla. Non provarci significherebbe continuare a  pagare un prezzo troppo alto.

lunedì 7 febbraio 2011

Orchid


Così.

venerdì 4 febbraio 2011

La madre delle riforme è sempre incinta!



La madre di tutte le riforme. Il federalismo sbandierato, voluto, desiderato dalle verdi - non ambientaliste – camicie di casa nostra. Affiancato ad una retorica che avrebbe fatto impallidire Madison, Hamilton e Jay, abbiamo aspettato venti anni per vedere cosa volesse dire federalismo per la parte destra dell’emiciclo. Un climax discendente di esternazioni e slogan: da “secessione”, “prendere i fucili”, “Roma ladrona”, “devolution” (molto più elegante rispetto all’italiano decentramento), a “federalismo”.
Evoluzione di una (d)evoluzione
Ma a cosa ci hanno portato questi anni di attesa e di acceso dibattito. La proposta rivoluzionaria che doveva cambiare lo status quo è arrivata ieri. O meglio ha rischiato di arrivare. La commissione bicamerale che doveva pronunciarsi sul federalismo comunale non ha raggiunto un verdetto positivo. Quindi si è ricorso ad uno stratagemma Bismarckiano (e mi scuserà Otto Von se lo chiamo in causa), il ricorso al decreto da parte del governo dopo una pronuncia non positiva da parte del Parlamento. Ma stamattina il presidente Napolitano si è ricordato di non essere Guglielmo II ed ha dichiarato irricevibile il decreto.
Il decreto sul fisco comunale rappresenta il primo tassello del federalismo fiscale?  In teoria, sì. In pratica, ed è opinione di chi scrive, è tutta l’essenza del federalismo fiscale così declinato dal PDL-Lega in questi anni. Come scrivono Maria Cecilia Guerra e Alberto Zanardi
“Una riforma, quella del federalismo fiscale, che più si va avanti nella sua formulazione (di effettiva applicazione si parlerà tra qualche anno) più si rivela per quello che altro non poteva essere: un riassetto, un riaggiustamento di un sistema di decentramento fiscale che già esiste e che è il risultato di almeno un ventennio di progressivi interventi.”[1]
Dentro il decreto
Quali sono quindi i contenuti che questa riforma prevedeva? Il punto centrale dell’irricevibile decreto è la creazione dell’Imu (Imposta municipale unica). Scrivi Imu, leggi Ici. Sì, imposta comunale sull’immobile. Il cavallo di battaglia delle riforme fiscali ed economiche dei governi Berlusconi. Vi ricorderete tutti che nel dibattito con Prodi, l’annuncio della cancellazione di questa tassa ebbe un’incidenza determinante sul risultato di quella tornata elettorale. Spesso i benefici di breve periodo, soprattutto di natura elettorale, si trasformano in costi di medio lungo periodo. La cancellazione della tassa che maggiormente contribuiva al bilancio degli enti comunali ha, di fatto, avuto due effetti: in primis, la vittoria del PDL e Lega alle scorse politiche; in secondo luogo, uno squilibrio nelle entrate dei comuni che hanno visto abbattersi le propie risorse in maniera drammatica. Se poi si aggiungono a questo secondo fenomeno i tagli lineari alla spesa pubblica centrale che hanno coinvolto pesantemente tutti i settori cofinanziati tra enti locali e stato centrale, ci si accorge di come la cancellazione dell’ICI non fosse credibile.
E alla fine (non) arriva l’IMU
Il decreto al voto ieri (3 febbraio) fissava l'aliquota al 7,6 per mille, con un aumento del 18,75% rispetto all'ICI. Chi ne avrebbe beneficiato quindi? Le imprese per rilanciare lo sviluppo economico, sia locale che nazionale? No, perché l’IMU non sarebbe stata deducibile. I beneficiari sarebbero stati i proprietari di seconde case. Molto interessante su questo punto le previsioni fatte dal sito www.pmi.it[2] sugli effetti dell’IMU sulle PMI italiane:
  • Per un ufficio di oltre 100 mq (7 vani catastali) qualificato come immobile strumentale l'ICI è di 595 euro, mentre l'IMU è di 707 (+ 112 euro);
  • Per un negozio di 50 mq in zona semi-centrale di città di provincia, a fronte di una ICI di 858 euro l'IMU sarebbe di 1.018 (+ 160 euro);
  • Per un supermercato di medie dimensioni in semi-periferia in una grande città si passa dai 17.227 euro di ICI ai 20.458 di IMU (+3.231 euro);
  • Per un capannone produttivo di circa 500 mq nella zona industriale di una città di provincia si pagava 12.174 euro di ICI contro i 14.456 di IMU (+2.282).
L’analisi conclusiva a questo decreto ce la forniscono sempre Guerra e Zanardi
“Di fatto la riforma si esaurisce in uno spostamento del carico fiscale dai proprietari di case (le seconde a disposizione e quelle date in locazione) alle imprese e ai lavoratori autonomi. L’unica cosa veramente importante, ovvero riportare a tassazione i proprietari di prima casa per ricreare un rapporto di responsabilità tra amministratori locali e cittadini, non si è avuto il coraggio di farla.”    
G.C.!


[1] Maria Cecilia Guerra e Alberto Zanardi, LO PSICODRAMMA DELLE IMPOSTE COMUNALI, 4 Febbraio 2011, http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002140.html


[2] Noemi Ricci,  FEDERALISMO FISCALE E IMU: TASSE PIU’ CARE PER LE IMPRESE, 1 Febbraio 2011,

martedì 1 febbraio 2011

Firma!Se non ora, quando?

Alle donne e agli uomini,




In Italia la maggioranza delle donne lavora fuori o dentro casa, crea ricchezza, cerca un lavoro (e una su due non ci riesce), studia, si sacrifica per affermarsi nella professione che si è scelta, si prende cura delle relazioni affettive e familiari, occupandosi di figli, mariti, genitori anziani. 
Tante sono impegnate nella vita pubblica, in tutti i partiti, nei sindacati, nelle imprese, nelle associazioni e nel volontariato allo scopo di rendere più civile, più ricca e accogliente la società in cui vivono. Hanno considerazione e rispetto di sé, della libertà e della dignità femminile ottenute con il contributo di tante generazioni di donne che - va ricordato nel 150esimo dell’unità d’Italia - hanno costruito la nazione democratica. 
Questa ricca e varia esperienza di vita è cancellata dalla ripetuta, indecente, ostentata rappresentazione delle donne come nudo oggetto di scambio sessuale, offerta da giornali, televisioni, pubblicità. E ciò non è più tollerabile. 
Una cultura diffusa propone alle giovani generazioni di raggiungere mete scintillanti e facili guadagni offrendo bellezza e intelligenza al potente di turno, disposto a sua volta a scambiarle con risorse e ruoli pubblici. 
Questa mentalità e i comportamenti che ne derivano stanno inquinando la convivenza sociale e l’immagine in cui dovrebbe rispecchiarsi la coscienza civile, etica e religiosa della nazione. 
Così, senza quasi rendercene conto, abbiamo superato la soglia della decenza. 
Il modello di relazione tra donne e uomini, ostentato da una delle massime cariche dello Stato, incide profondamente negli stili di vita e nella cultura nazionale, legittimando comportamenti lesivi della dignità delle donne e delle istituzioni. 
Chi vuole continuare a tacere, sostenere, giustificare, ridurre a vicende private il presente stato di cose, lo faccia assumendosene la pesante responsabilità, anche di fronte alla comunità internazionale. 
Noi chiediamo a tutte le donne, senza alcuna distinzione, di difendere il valore della loro, della nostra dignità e diciamo agli uomini: se non ora, quando? è il tempo di dimostrare amicizia verso le donne. 

L’APPUNTAMENTO E’ PER IL 13 FEBBRAIO IN OGNI GRANDE CITTA’ ITALIANA 

firma (e partecipa) :http://www.petizionepubblica.it/PeticaoAssinar.aspx?pi=Mobdonne

Prime firmatarie: 

Rosellina Archinto 

Gae Aulenti 

Silvia Avallone 

Maria Bonafede 

Suor Eugenia Bonetti 

Giulia Bongiorno 

Margherita Buy 

Susanna Camusso 

Licia Colò 

Cristina Comencini 

Silvia Costa 

Titti Di Salvo 

Emma Fattorini 

Tiziana Ferrario 

Angela Finocchiaro 

Inge Feltrinelli 

Anna Finocchiaro 

Donata Francescato 

Rosetta Loy 

Laura Morante 

Claudia Mori 

Michela Murgia 

Flavia Nardelli 

Valeria Parrella 

Flavia Perina 

Marinella Perrone 

Amanda Sandrelli 

Lunetta Savino 

Clara Sereni 

Gabriella Stramaccione 

Patrizia Toja 

Livia Turco 

Lorella Zanardo 

Natalia Aspesi 

Letizia Battaglia 

Associazione Dinuovo 

Associazione Le filomene - il filo delle donne 


Prime adesioni 

Francesca Comencini 

Isabella Ragonese 

Roberta Agostini 

Morena Piccinini 

Valeria Fedeli 

Barbara Scaramucci 

Annamaria Tagliavini 

Cecilia d’Elia 

Paola Gaiotti 

Cristina Marcuzzo 

Paola Bertagnolio 

Gabriella Salinetti 

Monica Cerutti 

Nicoletta Dentico 

Annalisa Rosselli 

Anna Vinci 

Angela Nava 

Maria Rosaria Stabili 

Rosalba Giugni 

Suzanne Diku 

Paola Barbieri 

Donatina Persichetti 

Anna Rudeberg 

Dora Jacobelli 

Stefania Bartoloni 

Franca Zambonini 

Camilla Miglio 

Luisa Miglio 

Novella Bellucci 

Marcella Corsi 

Maria Grazia Fasoli 

Rosalba Fanelli 

Francesca Izzo 

Elisabetta Addis 

Antonella Anselmo 

Marina Calloni 

Iaia Caputo 

Anna Carabetta 

Carlotta Cerquetti 

Licia Conte 

Elisa Davoglio 

Ilenia De Bernardis 

Daniela De Pietri 

Fabrizia Giuliani 

Francesca Leone 

Anna Francesca Lieggi 

Anna Maria Mori 

Monica Pasquino 

Fabiana Pierbattista 

Ilaria Ravarino 

Anna Maria Riviello 

Simonetta Robiony 

Maria Serena Sapegno 

Giorgia Serughetti 

Sara Ventroni 

Laura Onofri 

Milena Boccadoro 

Stefanella Campana 

Simonetta Rho 

Elena Rosa 

Cinzia Ballesio 

Pierangela Mela 

Masci del Lazio (Movimento adulti scout cattolici italiani) 

Acli Colf Nazionale 

Assunta Sarlo (Uscire dal silenzio) 

Welcome 

Televita 

Insieme con te 

Articolo 3 

Centro Italiano Femminile di Roma 

Conferenza Maschile "Federico Ozanam"