martedì 1 marzo 2011

Hanno ucciso Mattei (Part II)

La rivolta libica ha avuto per l’Italia un valore eccezionale. Da settimane, il  Nord Africa è scosso da movimenti popolari che anelano la democrazia e la libertà, spinti, inizialmente, dalla forte inflazione dei prezzi dei generi alimentari che ha messo in luce i divari provocati dai regimi dittatoriali ed oligarchici.
Nelle scorse settimane, l’opinione pubblica italiana si e’ occupata di faccende di tutt’altro spessore.
L’ “interesse nazionale” si è concentrato, infatti, su via Olgettina, Sanremo, Montecitorio. Luoghi lontani dalle piazze ( del Nord Africa). Così, di fronte alla Tunisia abbiamo finto che non stesse accadendo nulla di rilevante nel Mare Nostrum. Mentre l’Egitto dello zio di Ruby bruciava, poi, il nostro Ministro degli Esteri era impegnato in un’audizione parlamentare su una casa in un’isola sperduta. Salvo, poi, invocare l’intervento dell’UE di fronte all’arrivo dei migranti. Politica estera all’italiana. Con la Libia non abbiamo potuto fingere. La storica relazione con la nostra ex-colonia, infatti, ha squarciato il velo di maya sulle deficienze strutturali della politica estera ed energetica, finalmente. I nodi evidenziati sono tanti e tali da rendere la Rivoluzione di Tripoli un’opportunità di riflessione sul sistema-Paese.
Di fatti, la partnership con la Libia vede nel rapporto di amicizia tra Gheddafi e Berlusconi solo la punta di un iceberg. L’amicizia tra i sostenitori bunga-bunga men è solo l’estremizzazione di una relazione datata tra i due Paesi e di cui il Trattato di amicizia, de facto, rappresenta solo la formalizzazione.
Il capitale libico in Italia interessa diversi settori: 7,2 % dei capitali Unicredit, 7,5% della Juventus, 2,01% Finmeccanica. In Libia sono presenti, poi, circa 100 imprese italiane, dalla Bonatti all’ENI. D’altronde, il nostro Paese rappresenta il primo esportatore. L’interesse economico maggiore rimane l’energia. La Libia rappresenta, infatti,  il primo fornitore di petrolio ed il quarto di gas. Gli idrocarburi rappresentano il 99% delle importazioni dall’ex-colonia. D’altro canto, il nostro Paese ha un mix energetico dominato dai combustibili fossili, per cui l’80% del fabbisogno energetico è soddisfatto da gas e petrolio. A ben vedere, si tratta di una caratteristica che ci accomuna a buona parte dell’UE. Politica internazionale, estera ed energetica si intrecciano. Nasce qui, infatti, l’annosa questione della struttura mondiale di domanda ed offerta energetica: una piccola parte del mondo, di cui facciamo parte, consuma la percentuale maggiore di energia, non disponendo, però, delle risorse naturali sufficienti, si trova costretta a dipendere da forniture esterne.
L'ENI è presente in Libia dal 1959.
 In termini di politica energetica ci sono due opzioni: un cambiamento del mix energetico verso fonti alternative oppure la diversificazione delle forniture. Nel primo caso sarebbe necessaria una politica energetica nazionale che incentivi, nella maniera più appropriata, le energie alternative e al contempo investa in ricerca ed innovazione per renderle realmente competitive con i combustibili fossili. In modo che non sopravvivano solo grazie a sussidi statali, peraltro a spese del consumatore finale. Nel secondo caso, occorre una politica energetica che punti a relazioni esterne  con diversi partner, possibilmente affidabili. La diversificazione diminuisce il rischio. Da qui, l’idea di Mattei che, non avendo avuto modo di ammirare le pale eoliche siciliane aveva pensato a tessere una fitta rete di relazioni con i Paesi produttori di petrolio. Dalla sua attività nacque l’ENI. L’intuizione di Mattei riguardò l’interdipendenza tra produttori e consumatori. L’assenza di una politica energetica ed estera di medio-lungo periodo l'ha, però, trasformata in una dipendenza dalle bizzarrie, quando non pazzie dello sceicco di turno, che in questo caso ha assunto le sembianze di Gheddafi.
Spesso, infatti,  i paesi produttori di petrolio e gas con cui si concludono contratti pluriennali con cifre a più zeri non sono campioni di democrazia, dal Venezuela di Chavez alla Russia di Putin. Spesso, questo è anche conveniente e non è un incentivo per trasformare questi matrimoni di interesse in poligamia. Pare che il bunga bunga energetico non sia diffuso nelle relazioni energetiche.
Le scelte di politica interna dei Paesi produttori non hanno mai impedito la conclusione di accordi commerciali, all’Italia, all’Europa, all’Unione Europea e agli Stati Uniti. Non sempre per rispetto del principio di non ingerenza negli affari interni degli altri Stati, invocato a intermittenza, anche dagli autodeterministi dell’ultima ora. Ricordarsene è uno strumento per sgomberare il campo da eventuali ipocrisie e perbenismi che condiscono molte dichiarazioni di queste ore.
Cosa caratterizza l’Italia? L’assenza di una visione strategica, nelle relazioni estere ed energetiche, strutturale, non contingente,  acuita dalla confusione tra interesse nazionale e personale degli ultimi 15 anni. Per questo nel nostro caso,  l’interdipendenza dal fornitore si è trasformata in una dipendenza incondizionata, che ha portato la tenda di Gheddafi al centro di Roma per celebrare la firma di un trattato di risarcimento, che con una nuove invenzione giuridica si ritiene, ora, sospeso de facto.
Queste considerazioni non impediscono di continuare a pormi alcune domande.
E’ il livello raggiunto da questa dipendenza che ha zittito il nostro Ministro degli Esteri? E’ stata la Realpolitik ad impedire una condanna, immediata, pubblica e decisa dei crimini contro l’opposizione libica? E’ la fiducia nella forza, ora smentita, dei mercenari pagati dall’amico dittatore che impedisce anche solo di pensare un’accoglienza per le PERSONE in fuga dalla Libia? 
Su tutti il quesito maggiore:la nostra sete di petrolio dovrebbe prevalere sulla fame di libertà e democrazia, dell’opposizione libica 3 di qualsiasi altro popolo? Io credo di no...
se “l’Occidente non è soltanto un’espressione geografica” come recitava Volontè/Mattei.



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