martedì 22 marzo 2011

Give secret politics a chance

Quando mi sono trovato davanti l'articolo del politologo americano -ma ammanicatissimo con le beghe di casa nostra, Edward Luttwak, pubblicato nientedimeno che su Foreign Affairs e dall'ambiguo titolo "Give War a chance", ho storto il naso: le soluzioni profilate mi sembravano grottesche, un po' assurde, improponibili in un mondo contemporaneo in cui, come voleva Cratilo, le cose non hanno più nome (Cratilo era un allievo di Eraclito, un fanatico del panta rei: poiché tutto passa, nulla è più uguale a ciò che noi abbiamo designato, e quindi risulta inutile dare un nome alle cose; inutile anche la sintassi, inutile infine parlare), in cui la guerra non è più guerra, ma missione di pace internazionale, e altre parafrasi similmente vacue. Certamente quell'articolo cozzava col mio ingenuo idealismo, con le mie piccole speranze di studentello, con i miei peccatucci d'irrazionalità.
Rotolandomi stamattina verso le sette nel mio letto, sempre accesa Radiotre, ascoltavo la rassegna stampa, principi gli ultimi sviluppi libici; e pensavo- in questa fase di semicoscienza che più di tutte vellica la curiosità degli psicananalisti e dei poeti, carica d'immagini barocche, di figure inventate e mostruose, di pensieri fulminanti- che con questa faccenda dell'open diplomacy non abbiamo conquistato granché: anzitutto, di spie ce n'è sempre state, e quindi le cose si venivano a sapere anche se non erano gli Stati stessi a dirle (tanto che le analisi più penetranti su Wikileaks le ha fatte Umberto Eco, che ci ha detto con chiarezza che quanto dicevano i dispacci non svelavano nulla che noi non sapessimo già). Questa faccenda dell'open diplomacy è una cosa recente, la volle Woodrow Wilson perchè pensava che così si evitavano le guerre, ma la guerra è sopravvissuta a Wilson, e il Patto di Monaco non è servito ad evitare la seconda guerra mondiale, e anzi gli stati firmatari si sono macchiati di un'odiosa correità.
In altri periodi, parlo dell'ampio lasso di tempo che precede Versailles, le cose in Libia si sarebbero risolte così: gli stati Occidentali (Stati Uniti in primisi, poi qualche stato europeo, certo non l'Italia) avrebbero passato agli insorti libici quante più armi avrebbero potuto, molto più potenti di quelle che i libici potessero raggiungere e desiderare. Si sarebbero pagate ampie porzioni di esercito che avrebbero cacciato dal palazzo-tenda Qaddafi, il quale sarebbe stato fatto allontanare segretamente in un elegante quartiere di Parigi, dove avrebbe vissuto come re in esilio, tra i suoi deliri marasmatici e lo sfarzo delle sue ruberie.
Ma in epoca di open diplomacy, di risoluzioni Onu, di operazioni Nato e altre amenità, dopo aver perso momentaneamente la trebisonda in Tunisia e in Egitto, l'Occidente ha dovuto mostrare al mondo che non agisce mai per sotterfugio, ma col chiaro e luminoso intento di restituire la libertà agli oppressi. Non penso ci sia chi ancora, al Mondo, crede alla favoletta, ma il leitmotiv scoperto è questo, e questo ci ascoltiamo, come una canzone tormentone (il termine è di Alberto Arbasino, noblesse oblige) che ci sorbiamo durante l'estate e poi scopriamo di saperne intonare ampie strofe pur non avendola mai ascoltata con cura e anzi disprezzandola.
Pensavo - ma il torpore delle coperte e l'obnubilamento del sonno devono aver dato un apporto decisivo a tale allucinazione politica- che le cose si sarebbero fatte meglio nell'Ottocento, sarebbero costate meno e sarebbero state più pulite. Il secolo ventesimoprimo poteva metterci, in più, il suo essere sinceramente disinteressato, il suo rifiutare le lusinghe del colonialismo, il suo abdicare a spadroneggiare fuori dai confini nazionali. Così, contento Wilson, contenti tutti.
Ma questa guerra sconclusionata, fatta da chi? fatta come?, in cui tutti buttano mortaretti e poi corrono a nascondersi, in cui emergono gelosie cretinette e bambinesche tra lembi di questa terra che solo un'illusione fanciullesca poteva portarmi a credere sopita nel conflitto, dico l'Europa, dico la terra che immaginavo di Ewigen Frieden, di pace perpetua, in cui l'America non si capisce bene che ruolo abbia (pericolosissimo Obama che dice di non voler ammazzare il Raìs, Bush avrebbe usato qualche colorita immagine scritta da Wolfowitz di cui tutto il mondo si sarebbe schifato), in cui non si capisce bene chi vuole cosa, ebbene, questa guerra-missione-internazionale-di-pace mi sa che finisce a catafascio, e noi con lei.
Sappiate che io ammiro il sangue versato per la Patria quando sono gli altri a versarlo, che io per questo stivaletto di fintapelle non intendo sborsare un centesimo, una goccia di sangue. E nemmeno una lacrima.

Marzio Maria

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