Vedere le rivolte il Egitto. E le onde di gente che marciano verso Tripoli. Indignati. Stufi. Spinti da una volontà di cacciare l’oppressore e portare al paese una ventata di fresca democrazia. La dittatura puzza di vecchio, stantio.
Il popolo che si ribella al proprio leader, che non ci sta più al giogo di un pagliaccio ch manovra tutto e tutti.
E poi lo sguardo si rivolge all’Italia: un sultano d’occidente che da vent’anni combina malefatte e porcherie che ancora resiste. E lo sporco compito di farlo cadere tocca alla Magistratura. Uno dei tre poteri che insieme al Governo e Parlamento ha il compito di mantenere uno stato d’equilibrio (democratico) in un Paese. È un paradosso. I cittadini che se ne stanno immobili, aspettando il 6 aprile.
E i giudici tentano, annaspando tra i mille ostacoli che mister B. sta ponendo al corretto svolgimento del loro mestiere, di rovesciare il “dittatore” come i popoli libico e egiziano hanno (o stanno facendo). Abbiamo delegato il potere di popolo ad una elite che deve lottare contro i suoi stessi pari e che troppe volte manca dell’appoggio del proprio paese.
Quando riusciremo ad indignarci anche noi? A dire basta, a cacciare l’oppressore?
È vero, il nostro “dittatore” non ci ha condotto alla fame, alla miseria, alle crudeltà e torture fisiche ma uccidere la cultura di un paese, denigrare una parte della popolazione fino a paragonarla ad una merce di scambio, ridicolizzare il paese nella scena intenzionale (per non parlare poi delle varie porcherie politiche, leggi ad personam, ricerca del consenso passivo e succube tramite l’indottrinamento mediatico) non è ugualmente un crimine contro un popolo?
Eppure il popolo italico ha dato prova delle sue capacità di ribellione. Non meno di 80 anni fa.
Cosa ci frena adesso? Siamo davvero diventati un popolo senza valori, senza ideologie, senza palle?
O forse non i tempi non sono maturi ancora. Dovremo aspettare un altro po’.
Col rischio che (forse) sarà troppo tardi.
Teresilla

Nessun commento:
Posta un commento