martedì 8 marzo 2011

Le rose, il pane e....


E’ innegabile che il centenario della giornata internazionale della donna si sia caricato di significato politico.
Le manifestazioni del mese scorso e la mobilitazione che ne è seguita hanno riportato al centro del dibattito politico-culturale la questione femminile. Con tutte le conseguenze del caso.
D’altronde si tratta di una questione che riguarda lo Stato moderno, fin dalle origini.
La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, infatti, escludeva le donne, dallo spazio dei liberi e degli uguali. E di fatti, già nel 1791, Olympe de Gouges, al secolo Marie Gouze, rivoluzionaria tra i rivoluzionari (plurale maschile!) scrive la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, testo nel quale non fa altro che sostituire, provocatoriamente, al termine uomo quello di donna. Il riferimento ad Olympe de Gouges, più che a Mary Wollstonecraft, sua contemporanea e autrice di A vindication of right of women (1792) mi sembra più adeguato.
Olympe de Gouges non rivendica il diritto ad essere donna, come la Wollstonecraft, ma, come si legge nel romanzo a lei dedicato, La donna che visse per un sogno, “vuole partecipare alla costruzione dello Stato in quanto donna. E questo non glielo hanno perdonato.”
E di fatti, fu ghigliottinata dal Procuratore della Comune di Parigi, tale Pierre-Gaspard Chaumette, il quale nell’applaudito discorso che tenne durante l’esecuzione difese la condanna, se non altro perché l’imputata “aveva dimenticato le virtù che convenivano al suo sesso”.
Storicamente, sembra che la posizione della Wollstonecraft sia trionfata rispetto a quella di Olympe de Gouges. 
Almeno fino alla Seconda Guerra Mondiale, in effetti, le donne, e, più in generale, coloro che erano dentro i confini statali, ma non appartenevano allo spazio degli uguali e dei liberi, chiedevano di entrarvi, di essere considerate uguali, e, dunque, ammesse al godimento dei diritti, che se formalmente si dicevano universali, rivolti a tutti gli individui, richiedevano il riconoscimento da parte dello Stato.
Il passaggio dalla rivendicazione ugualitaria, per “somiglianza”, alle lotte per l’ affermazione della differenza, è stato lento e non del tutto realizzato. Il primo femminismo ha avuto come obiettivo principale l’uguaglianza con gli uomini, nella dichiarazione di Seneca Falls (1848), si legge che “tutti gli uomini e le donne sono creati uguali (….) e tale è ora la necessità che le costringe a richiedere la condizione di uguaglianza alla quale esse hanno titolo”.
Solo negli anni ’70 la diversità femminile si scopre differenza ed inizia a chiedere di essere riconosciuta, in quanto tale. Tante conquiste sono state raggiunte, si dirà. L’aborto, il divorzio. Quasi come se si trattasse di conquiste di genere e non generali.
scena dal film Gangor.
La tutela di queste conquiste raggiunte sembrerebbe la giustificazione della decisione del Consiglio di Stato francese con la quale, nel novembre 1996, ci fu l’espulsione delle ragazze che, a scuola, indossavano il “velo”. Iniziò, così, il dibattuto affaire du  foulard incentrato sulle possibilità di conciliazione tra la libertà religiosa e di coscienza riconosciuta ai cittadini francesi e l’esibizione di simboli religiosi, in una sfera pubblica laica (non semplicemente secolarizzata) da cui tali simboli sono stati rimossi. Il velo nascondeva le ragazze musulmane o permetteva loro di manifestarsi? Indossando il “velo”, le ragazze musulmane hanno oltrepassato il labile confine tra sfera pubblica e sfera privata.
All’altro lato dell’oceano. Una donna che viveva in California (benché formalmente sia cittadina americana non me la son sentita di definirla tale), di origine latinoamericana viene rapita e costretta ad avere rapporti sessuali. L’imputato, immigrato hmong (proveniente dal Laos), ricorre alla c.d. strategia della difesa culturale, sostenendo che presso la sua tribù era questa l’usanza attraverso cui scegliere la sposa (la pratica dello zij poj niam- matrimonio per rapimento). Sarà condannato a 120 gg. di carcere. La difesa culturale entra, dunque, nel codice penale statunitense : il giudice tiene conto di considerazioni culturali come fattore attenuante. L’identità giuridica è stata definita in base all’appartenenza alla comunità, consentendo, in sostanza, la perpetrazione di una violenza ai danni di una cittadina americana.
E se queste donne non fossero altro che un oggetto di una serie di sottili negoziazioni interculturali? Come nel caso di Ifigenia, la figlia di Agamennone, condannata ad essere immolata per placare l’ira degli dei, affinché inviassero venti favorevoli alla flotta ateniese.
La definizione del ruolo della donna, oggi come ieri, è sintomatica dell’approccio verso l’Altro di una società. La differenza di genere è innegabile ed in virtù di questa sua incontrovertibilità, che la rende sfuggente alla ragione moderna, storicamente, si è tramutata in dis-uguaglianza. Per quanti progressi siano stati fatti, ad oggi, lo spazio dei liberi e degli uguali rimane escludente ed ancora declinato al maschile. Anche in Italia. Come ha riconosciuto poche ore fa il Presidente della Repubblica. Magra consolazione, accade anche in Europa e negli altri Paesi occidentali. Tanto da parlare della necessità di quote per l’accesso a posizioni sociali e lavorative da cui le donne risultano oggi escluse. Dimostrando, de facto, che nel corso degli anni si è consolidata una gerarchia tra generi in cui, peraltro, i trans gender non sono nemmeno contemplati.
Ecco, l’8 marzo potrebbe rappresentare un’occasione per fare il punto della situazione. Per discutere, senza retorica, dietrologia e troppa autoreferenzialità. Per capire se le quote rosa, che  accertano l’esistenza di una discriminazione reale siano un rimedio efficace o solo un palliativo. Per comprendere come mai si impedisce ad una donna di acquistare la pillola del giorno dopo (facendo prevalere il diritto culturale?).Per trovare una giustificazione alle differenze salariali.Per guardare attraverso il tetto di cristallo, nel tentativo, sto-R-ico, di infrangerlo. 
Si tratta di questioni che interessano tutti e tutte. Occorre discuterne.Sì. Ancora. Sempre. Insieme. Donne e uomini. In maniera trasversale. Né orizzontale né verticale.
Miss E.






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