L'occhio dello Stupa non sapevo cosa fosse, né sapevo fosse quello un occhio di Stupa, né sapevo nulla degli Stupa, ma così era scritto sullo sfondo rosa antico, dal tempo mutato in viola ciano, della rivista, sovrastando la fotografia del solo occhio di Stupa e della scimmietta.
La rivista era fuori misura, enorme, non simile all'Espresso, né a Comix, né a nessuna delle stupide riviste da femmina che trovavo ogni tanto nel cesso, poggiate affianco alla vasca da bagno davanti alla tazza -letture stercolarie.
Era una rivista enorme, per questo sporgeva dal basso e stretto ripiano della libreria, pronta ad offrirsi alle mie mani rapaci, alla mia curiosità bambinesca e insignificante (la curiosità è nulla se non si hanno gli strumenti per cavare il ragno che in fondo ne trama la tela). Dentro alla rivista enorme c'era il nulla. C'era, almeno, il nulla per me, che forse ero così piccolo da non sapere ancora leggere o così pigro da non volerlo fare. O forse da me ignorato, spaventato com'ero per la mole immane di parole, di caratteri sobriamente neri, minuscoli, paurosi nella loro moltitudine che componevano le pagine, senza mai una figura, com'erano i libri che conoscevo, senza neanche le figure in bianco e nero come erano allora le grame riviste che stavano in casa. E nemmeno con delle immagini pornografiche, di un pornografico soft e fumettistico, ma anche esagerato, urticante, compromettente, incomprensibile come le due pagine di Milo Manara, che facevano Comix.
Comix a differenza dell'Occhio dello Stupa era lasciato liberamente per casa; in una cesta rossa tra il divano e la poltrona della sala ce n'erano addirittura parecchi numeri. Le sue copertine erano surreali, assurde, stranissime, piene di colori sgargianti, spesso con scene estive, con femmine nude e prorompenti nelle loro grazie, con tettone e labbroni e fianconi. Alle volte c'erano scene che dovevano essere scandalose per l'epoca- siamo nei primi '90- contro la Chiesa: monache con le tettone e i reggicalze e gli occhiali da sole che oggi so essere Ray-Ban a specchio (andavano di moda allora e vanno di moda oggi. Facevano schifo allora esattamente come oggi). Eppure la liberalità con cui mio padre e mia madre lasciavano la rivista sgargiante in giro per casa mi faceva intendere, come effettivamente era, che la rivista fosse molto meno scandalosa di quello che il mio pudore infantile poteva credere, molto meno compromettente di quello che mi sembrasse tenerla così liberamente in giro per casa. Ciononostante non mi facevo mai trovare a sfogliarla, ma lo facevo in segreto, quand'ero certamente solo, o quando sapevo di non essere visto, e continuavo nondimeno ad imbarazzarmi pensando che estranei potessero vederla e dire che in casa mia c'erano riviste compromettenti, scandalose. Certo è che Comix in casa degli altri io non l'ho mai trovato.
Però, un'altra cosa che era solo della mia casa, e che davvero doveva essere compromettente, era l'Occhio dello Stupa, che per le sue dimensioni sporgeva arbitrariamente dalla libreria, non perché lo si volesse. E in qualche modo autonomamente si segnalava all'occhio che scrutava, arbitrariamente decideva che doveva essere guardata, a gettare definitivamente fango sulla mia famiglia. Il rosa del suo sfondo, come il rosa della bambola egizia, lo collocavano fuori dal mio tempo e dal mio spazio, e insieme le due cose erano accomunate dalla forma dell'occhio, che non era come l'occhio che vedevo nello specchio dell'armadio dei miei genitori, nella loro stanza, dove portavo il gatto a stupirsi della sua stessa esistenza, ad attaccare la sua sconosciuta immagine, a farsi prendere da una rabbia incontrollabile quando non era in grado di mettere in fuga la bestia che lo guardava con lo stesso sguardo con cui lui la guardava.
Forse l'occhio dello Stupa era molto più simile al suo occhio di gatto che al mio, a quello dei miei simili. L'occhio dello Stupa era un gigantesco occhio di scimmia, la stessa scimmia che vi sostava sotto. Lo Stupa era il nome esotico e sconosciuto ora della scimmia ora della bambolina lignea, che diventava lo Stupa, carico di mistero e di poteri a me ignoti. Certo spaventosi. I suoi poteri erano forse scritti sulle enormi pagine che io non ero in grado o non volevo leggere, il suo formato gigantesco ne segnava incontrovertibilmente l'eccezionalità, la potenza. Lo trattavo con reverenza, e solo raramente lo sfilavo dalla libreria, e ricordo che solo con difficoltà potevo poi ritrovargli il suo posto originario, tanto gli altri libri premevano alla parete, e tentavano di scacciarlo.
Ignoro che fine abbia fatto l'Occhio dello Stupa. So adesso che era una rivista raffinata e alternativa che la sorella di Carlo Maria d'Este, collega di mio padre, aveva fondato a Torino.
L'Occhio dello Stupa era senz'altro una rivista noiosa.

Ha avuto un successo questo mio ultimo contributo di cui davvero sono stupito! E' del tutto inaspettato, poi così massiccio, così entusiasta, così...non ho parole!
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