martedì 30 novembre 2010

Belle. Bellissime. Anche troppo.



Da che mondo è mondo il corpo femminile è sempre stato oggetto di diatribe.
Per le culture primitive era la culla della vita, donna-madre-procreatrice.
Per la chiesa cattolica era l’incarnazione del demonio che portava al peccato l’uomo.
Per le femministe era “MIO!!!”
Per i fotografi e gli stilisti degli anni ’80 era l’oggetto di attenzione da “guarnire” con costosi e stravaganti vestiti firmati.
Adesso? 
Fior fiore di psicologi, sociologi, studiosi di comunicazione e marketing si stanno letteralmente scervellando da più di quindici anni cercando di capire che posto occupa il corpo femminile nella nostra società. A mio modestissimo parere, il più basso.
Il continuo svilimento e la perpetrata mercificazione della donna stanno permeando in tutti gli aspetti della nostra società. Niente di nuovo sotto il sole, se pensiamo che da un ventennio a questa parte  la TV ci propina prorompenti seni e sodi fondoschiena a qualsiasi ora del giorno (e della notte), che le pubblicità falliscono se non c’è un’ammiccante donnicciola in primo piano, che le magliette si stanno facendo sempre più corte e i pantaloni sempre più bassi. Ma il mio intento non è di criticare banalmente e bigottamente questo trend. Non sono ancora così vecchia.
Il mio intento è di capire in che modo il corpo femminile (e la sua svalutazione) sono entrati anche nel mondo della politica.  Qual è il nesso tra le due cose. Un politico deve essere bello ancor prima che capace? O peggio, una donna deve essere scelta solo perché bella e attraente?
A mio avviso questa scelta, che predilige sempre più l’estetica alla capacità o alla perizia, si adegua perfettamente ad una mutazione sociale che scegli l’apparire all’essere.
Sono noti i casi politici del nostro paese che vedono candidate giovani attraenti trentenni alle cariche più importanti a livello nazionale ed europeo. Sono (più o meno) noti gli scambi sessuali in cambio di poltrone in Parlamento.
Mi sono sempre domandata che cosa avrebbero pensato, di tutto questo,  le femministe che negli anni ‘60 e ’70 hanno popolato piazze, sventolato bandiere e striscioni, firmato petizioni per i diritti delle donne.
Stiamo buttando via il loro lavoro?? Stiamo “sputando” sul loro impegno?? Stiamo ritornando indietro invece di andare avanti??
E come dobbiamo sentirci noi donne di fronte a questa umiliazione inflitta non in maniera aperta, palese ma subdola, costante, latente.
Vieni veramente giudicata per quello che sei e che sai o per quello che appari?
Anche qui, gli italiani (o per meglio dire, le italiane) non si smentiscono: minimizzano, banalizzano, ignorano la questione. E si nascondo dietro ai formalismi. “Ministero delle pari opportunità”: dato a una che faceva la show girl; grazie della considerazione.
“Quote rosa”: diamo il contentino a quelle manifestanti pazze che pretendono la presenza femminile all’interno degli organi politici istituzionali elettivi e non.
C’è davvero bisogno di sottolineare che ci sono pari opportunità? O dovrebbe essere scontato, naturale in una società che si dichiara civile e democratica?
Certamente gli uomini che dovrebbero guidare il Paese ed essere d’esempio per tutti i cittadini, fanno del loro meglio per rendere la vita difficile a tutte le donne. Si perchè TUTTE le donne dovrebbero indignarsi.
Indignarsi di un Presidente del Consiglio che scegli le ministre in base al colore dei capelli e al tono dell’abbronzatura piuttosto che alle competenze in materia.
Indignarsi di fronte alla continua umiliazione del genere femminile visto solo come preda sessuale, succube del potere maschile.
Indignarsi dei continui scandali che mostrano solo donne disposte a tutto (sessualmente parlando) per ottenere ciò che vogliono invece di conquistarselo con fatica e impegno, e studio.
Indignarsi. E dimostrare all’Italia (e perchè no, al mondo) che non tutte vogliamo essere delle veline.



Teresilla

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