martedì 16 novembre 2010

Per le desolate strade

Quando il freddo non era così pungente da sferzare contro le ossa, annullate ormai l’epidermide e le stizzite carni, e la sera si presentava monda di nubi, preludio ad un giorno di sole, lasciavo la mia calda stanzetta nel sottotetto del palazzo haussmaniano del 9 di Rue de la Tour e facevo lunghe passeggiate, spesso fumando un toscano.
Passy appariva lunare, bianca e deserta come la faccia della Luna, sempre la stessa, che in questa parte dell’emisfero settentrionale siamo costretti a guardare. Ma bianca e lunare era anche di giorno, la partie la plus bourgeoise de Paris (Sartre): una strada che dal Trocadero arriva alla Muette, mutamente assorta nel suo continuo brulicare di esistenze indifferenti al mondo. Borghesi piccoli piccoli con abiti costosi costosi che, svelto il passo, dovevano giungere all’appuntamento con la charcuterie –appuntamento di cui, ovviamente, il charcutier non sapeva niente.
Però la sera Rue de Passy era quasi bella, più bella che di giorno. I negozi vuoti, le luci spente, i bagliore sottile e puntuale dell’illuminazione parigina, le strade lindissime e vuote, rettilinei inflessibili volontà di una mente spinoziana, assillata dalla volontà di sfuggire a dio attraverso vie certe, perseguitata da un male sottile e puntuale come le luci della Ville Lumière.
Ma più di tutte, amavo Rue de Varenne. Fuggito lontano dalla gelida Senna, presa la metropolitana a la Motte Piquet per tre fermate, l’incrocio tra Rue de Sèvres, Rue Babylone e Rue de Varenne si costringeva nella mia mente a farsi scenario biblico, di una genesi balzachiana di piccole vite contrariate, con quella Rue de Babylone che fedele al suo nome pullulava di mille lingue, fino a compiersi nel miracolo transustanziale di farsi altro luogo: se la percorri dal Bon Marché verso Saint François Xavier, sulla sinistra, senza che tu possa sospettarlo, sei in una strada di Pechino. C’è una pagoda maestosa e rossa, seminascosta tra gli alberi. E’ un cinema.
Però il vero capolavoro della solitudine umana è Rue de Varenne. Questa via, che nasce dietro la tomba di Napoleone, e la veglia con la sua grazia da secolo decimottavo, è via di ambasciate e palazzi governativi di rappresentanza. Qui l’Ambasciata d’Italia e l’Hotel de Matignon, sede della Presidenza del Consiglio dei Ministri. E’ anche qui una Babilonia di bandiere e di lingue, a cui manca l’eterno, regolare pallore dei quartieri voluti da Napoleone III. Qui si consumavano le tragiche strategie del Terrore, qui Talleyrand costruiva i suoi ambiziosi piani internazionali. Lo diresti? La via è deserta, che è una cosa incredibile in una città come Parigi. Di giorno qui si muovono frotte di macchine dalle targhe speciali, torme di solerti burocrati francesi –tutti uguali, come tutti uguali sono i ragazzetti dei licei parigini che stringono la Sorbona, tutte uguali le ragazzette sulla metropolitana, tutte ugualmente bellissime, tutte ugualmente stronze.
E invece, appena passate le dieci di sera, il nulla. Tanto che se un paltò che sa di vetiver gira l’angolo e te lo trovi davanti, inatteso, pensi che per te sia giunto il momento dei conti, il dies irae della quotidianità, che sia incappato nelle bieche trame di spionaggio internazionale e che qualcuno con licenza di uccidere abbia pensato bene di farti fuori. Gergo da filmetto americano di quart’ordine, come sono tutte le allucinazioni ridicole.
Potrei descrivere il pulsare del mio cuore, di una regolarità che sfida il metronomo sul pianoforte verticale nel salotto che so io. La regolarità del passo è dettata dall’harmonia caelestis che ti circonda –tu lo voglia, o no.
E si è completamente soli nella città affollata di uomini. Si sente il proprio corpo farsi di pietra, mimetizzarsi con la natura minerale che ti circonda, esangue. Che cosa sei, adesso? Sei un uomo che passeggia? Chi potrebbe testimoniarlo? Non tu, che non ti percepisci, né dio, che evidentemente è altrove.
Finito il sigaro, non c’è neppure più la spira profumata che ti lasciavi dietro.
Ti accorgi in quel momento di aver goduto come non mai nel corso della giornata della più piacevole compagnia che potessi desiderare: la tua. Ti trovi discreto, di un sarcasmo intelligentissimo, pieno di silenzi che reputi colmi di significato, necessari.
Non te ne sei accorto, ma hai trovato un amico vero. E la passeggiata continua.

MMC

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