La madre di tutte le riforme. Il federalismo sbandierato, voluto, desiderato dalle verdi - non ambientaliste – camicie di casa nostra. Affiancato ad una retorica che avrebbe fatto impallidire Madison, Hamilton e Jay, abbiamo aspettato venti anni per vedere cosa volesse dire federalismo per la parte destra dell’emiciclo. Un climax discendente di esternazioni e slogan: da “secessione”, “prendere i fucili”, “Roma ladrona”, “devolution” (molto più elegante rispetto all’italiano decentramento), a “federalismo”.
Evoluzione di una (d)evoluzione
Ma a cosa ci hanno portato questi anni di attesa e di acceso dibattito. La proposta rivoluzionaria che doveva cambiare lo status quo è arrivata ieri. O meglio ha rischiato di arrivare. La commissione bicamerale che doveva pronunciarsi sul federalismo comunale non ha raggiunto un verdetto positivo. Quindi si è ricorso ad uno stratagemma Bismarckiano (e mi scuserà Otto Von se lo chiamo in causa), il ricorso al decreto da parte del governo dopo una pronuncia non positiva da parte del Parlamento. Ma stamattina il presidente Napolitano si è ricordato di non essere Guglielmo II ed ha dichiarato irricevibile il decreto.
Il decreto sul fisco comunale rappresenta il primo tassello del federalismo fiscale? In teoria, sì. In pratica, ed è opinione di chi scrive, è tutta l’essenza del federalismo fiscale così declinato dal PDL-Lega in questi anni. Come scrivono Maria Cecilia Guerra e Alberto Zanardi
“Una riforma, quella del federalismo fiscale, che più si va avanti nella sua formulazione (di effettiva applicazione si parlerà tra qualche anno) più si rivela per quello che altro non poteva essere: un riassetto, un riaggiustamento di un sistema di decentramento fiscale che già esiste e che è il risultato di almeno un ventennio di progressivi interventi.”[1]
Dentro il decreto
Quali sono quindi i contenuti che questa riforma prevedeva? Il punto centrale dell’irricevibile decreto è la creazione dell’Imu (Imposta municipale unica). Scrivi Imu, leggi Ici. Sì, imposta comunale sull’immobile. Il cavallo di battaglia delle riforme fiscali ed economiche dei governi Berlusconi. Vi ricorderete tutti che nel dibattito con Prodi, l’annuncio della cancellazione di questa tassa ebbe un’incidenza determinante sul risultato di quella tornata elettorale. Spesso i benefici di breve periodo, soprattutto di natura elettorale, si trasformano in costi di medio lungo periodo. La cancellazione della tassa che maggiormente contribuiva al bilancio degli enti comunali ha, di fatto, avuto due effetti: in primis, la vittoria del PDL e Lega alle scorse politiche; in secondo luogo, uno squilibrio nelle entrate dei comuni che hanno visto abbattersi le propie risorse in maniera drammatica. Se poi si aggiungono a questo secondo fenomeno i tagli lineari alla spesa pubblica centrale che hanno coinvolto pesantemente tutti i settori cofinanziati tra enti locali e stato centrale, ci si accorge di come la cancellazione dell’ICI non fosse credibile.
E alla fine (non) arriva l’IMU
Il decreto al voto ieri (3 febbraio) fissava l'aliquota al 7,6 per mille, con un aumento del 18,75% rispetto all'ICI. Chi ne avrebbe beneficiato quindi? Le imprese per rilanciare lo sviluppo economico, sia locale che nazionale? No, perché l’IMU non sarebbe stata deducibile. I beneficiari sarebbero stati i proprietari di seconde case. Molto interessante su questo punto le previsioni fatte dal sito www.pmi.it[2] sugli effetti dell’IMU sulle PMI italiane:
- Per un ufficio di oltre 100 mq (7 vani catastali) qualificato come immobile strumentale l'ICI è di 595 euro, mentre l'IMU è di 707 (+ 112 euro);
- Per un negozio di 50 mq in zona semi-centrale di città di provincia, a fronte di una ICI di 858 euro l'IMU sarebbe di 1.018 (+ 160 euro);
- Per un supermercato di medie dimensioni in semi-periferia in una grande città si passa dai 17.227 euro di ICI ai 20.458 di IMU (+3.231 euro);
- Per un capannone produttivo di circa 500 mq nella zona industriale di una città di provincia si pagava 12.174 euro di ICI contro i 14.456 di IMU (+2.282).
L’analisi conclusiva a questo decreto ce la forniscono sempre Guerra e Zanardi
“Di fatto la riforma si esaurisce in uno spostamento del carico fiscale dai proprietari di case (le seconde a disposizione e quelle date in locazione) alle imprese e ai lavoratori autonomi. L’unica cosa veramente importante, ovvero riportare a tassazione i proprietari di prima casa per ricreare un rapporto di responsabilità tra amministratori locali e cittadini, non si è avuto il coraggio di farla.”
G.C.!
[1] Maria Cecilia Guerra e Alberto Zanardi, LO PSICODRAMMA DELLE IMPOSTE COMUNALI, 4 Febbraio 2011, http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002140.html
[2] Noemi Ricci, FEDERALISMO FISCALE E IMU: TASSE PIU’ CARE PER LE IMPRESE, 1 Febbraio 2011,

Una riforma di questa portata necessiterà di una gigantesca quantità di norme attuative che, viste le attuali condizioni del governo e del parlamento, non dovrebbero trovare una forza politica sufficiente per l'approvazione: ci sono buone speranze di non vedere questo "federalismo" fiscale a regime.
RispondiEliminaA mio modo di vedere, l'aspetto realmente grave delle vicende commentate nell'articolo è l'adozione (tentata) di misure (afflittive) in materia fiscale, nell'ambito di un progetto probabilmente destinato ad arenarsi, esclusivamente per prolungare l'esistenza (cancrenosa) di un governo mignottocratico.
E. M.
il mio rischia di essere un commento di parte.
RispondiEliminaE' un piacere leggere considerazioni chiare basate sulla semplice e concreta osservazione dei fatti ma rielaborate con una profonda conoscenza degli scenari economico-politici.
Il mio è orgogliosamente un commento di parte.
Cento di questi articoli,
Stefano.