La Tunisia è in rivolta, l'Inter sembra voler riprendere la corsa allo scudetto, il vertice tra Hu Jintao ed Obama potrebbe segnare una svolta nelle relazioni bilaterali tra le due potenze globali, un militare italiano è stato ucciso nella missione in Afghanistan e l’elenco degli avvenimenti, più o meno internazionali, potrebbe continuare.
Tuttavia, la stampa e l’opinione pubblica del Paese sembrano interessarsi esclusivamente alle oramai note vicende di via Olgettina. Inizialmente, senza mezzi termini e mezze misure, mi sono incazzata. Per l’ennesima volta, la scena pubblica e politica occupata, indegnamente, da Mr.B. Basta. Sarebbe bene ignorarlo, mi sono detta. In attesa di un’uscita di scena vera o presunta che consenta il ritorno alla normalità all'Italia, che da troppo tempo preferisce l’eccezione alle regole, dello Stato di diritto e del vivere civile.
Eppure non analizzare quanto accaduto sarebbe perdere un’intrigante occasione per una speculazione mentale dell’ultim’ora. Mi sono chiesta qual è il prezzo che realmente paghiamo in questa vicenda. Non quello monetario stabilito dai cerimonieri di corte in base al grado di coinvolgimento nei giochi di ruolo voluti dal sultano. Non la rinuncia ad un’informazione attenta agli accadimenti nazionali ed internazionali che interessano ai cittadini piuttosto che al cittadino. Non la perdita del confine tra pubblico/privato. Il prezzo più elevato è la lesione della dignità. Di questo si tratta. In primis, la dignità della donna è colpita, costantemente. La mercificazione del proprio corpo in cambio di favori, denaro ha un prezzo. Dal lato della domanda, espresso in termini monetari, dal lato dell’offerta, espresso in termini di perdita della dignità , prezzo ancora più alto se accompagnato dalla non piena consapevolezza. Per questo, sono convinta della necessità di riflettere su questi accadimenti e, soprattutto, sulla legittimazione che questo sistema riceve da quanti alla domanda sul toto-fidanzatina del vecchietto hanno risposto : “magari”.
A mio avviso, le vicende da basso impero di cui sono infestati i giornali non sono la causa, ma la conseguenza di una forma mentis tutta italiota che trova in Mr.B. la sua più piena espressione.
L’interesse per le questioni di genere e per la condizione femminile si origina nella mia storia personale, di donna anzitutto. In alcune occasioni sono stata tacciata di essere una femminista troppo retrograda e fuori tempo. I fatti di questi giorni, però, testimoniano quanta urgenza ci sia di riscoprire la Wollstonecraft che è in ognuna di noi.
I tentativi di umiliare le donne riguardano, indistintamente, ancora troppi i settori.
Aperte le selezioni per permettere a 100 ragazze di partecipare ad una cena con Fabrizio Corona. Mentre, in Giappone, si stima che le donne percepiscono stipendi più elevati degli uomini. Probabilmente saranno donne con i pantaloni. Mi è stato consigliato di recente, infatti, che “lavorando in un ambiente prettamente maschile, sarebbe bene che usassi prevalentemente pantaloni”. Perché le possibilità che noi donne avremmo, dovrebbero essere, essenzialmente, due :uniformarci agli uomini, lasciando a casa la nostra femminilità, che dovrà comunque, esprimersi nel tempo che dedichiamo alla c.d. cura, oppure estremizzare le qualità fisiche che connotano la nostra sessualità, facendo dell’accondiscendenza l’arma vincente.
Qualsiasi tentativo di sganciarsi dai binari potrebbe essere considerato estremismo, fanatismo, quando non effetto da sindrome premestruale.
Accade in politica. Il tetto di cristallo non è stato infranto e continua ad intrappolarci, ancorandoci a stereotipi diffusi, per cui i giudizi e le considerazioni sulle posizioni delle donne sono di natura squisitamente personale . Se la Prestigiacomo decide di contravvenire alla direttive di partito e di andare a votare al referendum sulla procreazione assistita, lo fa perché ha una relazione con Fini, il reale decisore. Dinamica non dissimile nel caso della Carfagna.
Accade in economia. Nel settore maschile per antonomasia, nel 2011 abbiamo bisogno di una norma specifica per obbligare al raggiungimento di una quota che assicuri la presenza femminile nel cda. Come se la conciliazione dei tempi di cura e del lavoro non fosse sufficiente a testimoniare le capacità organizzativo-manageriali delle donne.
Accade in TV, in cui la maggioranza delle donne ha scopo ornamentale.
Accade al cinema, dove per scelte di produzione, si decide di distribuire un film sulle conquiste della parità non con il titolo originario "Made in Dagenham", ma con il titolo "We want sex". Stessa lingua, altro messaggio.
Questa è la condizione. La parità pare ancora un miraggio. Così differenza di genere continua a far rima con inferiorità. Da qui l’idea di interventi come le quote, ad esempio. Personalmente, non sono stata mai favorevole perchè non credo che essere donna debba e possa significare appartenere ad una specie da tutelare.
Anche se, in effetti, essere donna è complicato.
Significa conciliare tempo di cura e di lavoro. Significa dover saper fare la lavatrice, stirare, cucinare. Significa avere l’istinto materno e farci i conti. Significa potere e dover essere multitasking. Significa saper scegliere lo smalto adeguato ad ogni occasione. Significa essere guardata con sospetto quando parli di calcio, vai allo stadio e conosci Ken Shiro. Significa “non dover tornare sola a casa la sera”. Significa non poter guadagnare e/o saper guidare più di un uomo. Queste le componenti della differenza. D’altro canto, essere donna dovrebbe significare bere, come un uomo. Dovrebbe significare mangiare, come un uomo. Dovrebbe significare fare sesso, come un uomo. Dovrebbe significare poter scegliere anche come e quando.
Per me essere donna significa, anzitutto avere coscienza della mia femminilità e difendere la mia dignità attribuendole un prezzo così alto che nessun sultano potrà mai immaginare di pagare.Miss E.

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