Periodicamente accade che io smarrisca la carta di identità. Mi è capitato l'anno scorso. Per un po’ ne ho fatto a meno. Stamattina, complice l’anestesia del dentista e i falsi buoni propositi dell'anno nuovo ho deciso di rifarla.
Dopo avermi chiesto se si trattasse dell'ennesimo duplicato per smarrimento, l'impiegata inizia ad elencare le mie caratteristiche, per trovare conferma che non ci siano stati cambiamenti, fatta eccezione per il colore dei capelli.
Si trattiene un attimo e mi chiede: “Professione: studentessa?”. D’impulso rispondo:”Sì”. Poi ci ripenso e le dico: “In realtà, no”. E lei, stupita, attende. Una risposta. Chiaramente. Una definizione. Io sto zitta. Non saprei che dire. Azzardando, domando se si possa lasciare in bianco lo spazio, ma la ligia impiegata sostiene che non è previsto. “Impossibile”, risponde. Ed inizia ad indagare, per aiutarmi.”Si potrebbe scrivere altro” propongo. Lo dico con poca convinzione. Le spiego, allora, come occupo le mie giornate. Lei mi chiede dei progetti futuri. Alla fine, riassumiamo e conveniamo che si possa scrivere comunque studentessa sul documento. Ironizzando le rispondo che potrebbe aggiungere “atipica”. Prima mi sorride indulgente, poi si fa seria e dice: “Hai ragione”.
In effetti, in "una Repubblica fondata sul lavoro", quest’ultimo si ritiene elemento essenziale dell’identità di una persona. Non importa se (mi) risulta difficile spiegare quale sia il mio lavoro. Mio malgrado, posso ancora vestire i panni della studentessa. D’altronde, considero, al momento non ho alcuna categoria di riferimento. Non esiste un sindacato dei similricercatori (?) precari o aspiranti tali. Nel caso esistesse non sono affatto convinta che avrebbe lo spazio necessario per rappresentare le istanze dei rappresentati.
D’altro canto, avviene anche nel mondo del lavoro tipico. Accade perfino nel luogo per eccellenza del “lavoro”: la fabbrica, reperto della politica industriale italiana del boom economico.
E' accaduto nella nuova compagnia disegnata dal manager in maglione, dove si esclude la rappresentanza sindacale della FIOM. Personalmente, ritengo che sia inconcepibile brandire i vessilli della crisi e della competitività come un’arma per limitare e mortificare i diritti dei lavoratori. Non fosse altro perchè si tratterebbe delle stesse ragioni richiamate per ottenere aiuti di Stato ( anni : 2003, 2004, 2006 e 2008).
La Storia del nostro Paese è (stata) legata all’azienda di Torino. Nel bene e nel male. Le necessità contingenti non possono rendere ciechi verso questo passato e, anche, verso il futuro. Un accordo come quello prospettato modifica, infatti, in senso negativo, le relazioni sindacali, limitando la possibilità di un confronto aperto ed inclusivo, come auspicato dal Presidente della Repubblica. "Un dialogo più costruttivo." Temo, però, che se al tavolo possono sedersi solo commensali compiacenti, le parti non saranno mai uguali.
Il mondo del lavoro e dei sistemi di produzione sembra imporre continui sconvolgimenti al mondo dei lavoratori.
Hanno fatto credere che flessibilità fosse sinonimo di precariato. E io non so ancora cosa poter /dover scrivere sulla carta di identità.
Per questo, vorrei che la competitività non fosse sinonimo di cancellazione di diritti, (magari, azzarderei, potrebbe esserlo di investimenti in Ricerca e sviluppo, di innovazione, di politica industriale o addirittura di strategia per il sistema-Paese).
Per questo, mi piacerebbe che i vertici FIAT, e non solo, ricordassero che la retromarcia è un’eccezione (fortunatamente!) e non la regola di guida,della politica industriale e delle relazioni sindacali. Forse sarebbe necessario perché il tipico metalmeccanico, indipendentemente dal sindacato di appartenenza, possa scrivere sulla sua carta di identità operaio e non schiavo a-tipico.

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